EM.E.T.H.

Racconto in concorso

EM.E.T.H.

Di Andrea Gamberini

Puzza. Di corpi non lavati, in stoffe da pochi Paoli. Di olio lubrificante, ottone e ferro. Di piscio e merda, fatti dove si può, o dove le budella cedono. Di corpi schiantati, nella terra di nessuno. Nelle fosse delle granate. Nei giardini dei reticolati. Scomposti sui margini delle trincee avanzate, abbandonate: ferite aperte nella terra che suppurano corpi senza vita. Della morte, della decomposizione.
Nell’aria immota della Bassa le note di un’armonica. Di tanto in tanto, lo schiocco di un fucile. Steyr-Mannlicher o Rinaldi, punteggia la musica, abbassa una testa, o la fora. Nella luce del crepuscolo, le divise sono tonache nere. Il bianco papale, e il giallo sui pantaloni, sono spariti dopo i primi mesi di guerra: sagome eburnee, da tirassegni austriaci. Per decreto del Re e del Papa, s’è passati a quella grigia, con solo le mostrine a differenziare i Reggimenti di Papalini, di Toscani, di Reali, di tutte le componenti del variegato esercito della Santa Confederazione Borbonica. Estate dell’Anno del Signore 1917, fronte del Santerno.
Un fischio. Una babele di urla interrompe la quiete. Si calcano elmi tondi. Uomini si gettano a terra, mani sulle orecchie, incrociate sulla testa. Gli Ufficiali urlano. Il primo proiettile cade. La terra erutta. Sacchi, armi, corpi si disintegrano nella deflagrazione. Il mondo sobbalza, squassa, cede alla batteria. L’orizzonte si illumina di lampi, annerisce di fumo.
Gli uomini che si rialzano afferrano i fucili. S’appoggiano alla trincea. Sparano, urlano, ricaricano frenetici. Qualcuno s’inarca all’indietro, cade, o s’appoggia schiantato. Mitragliatrici attaccano i loro rosari di morte. I nemici avanzano, sparano, urlano. S’impigliano ai reticolati. Cadono. Nella nera caligine avanzano sagome massicce, che sparano furibonde e fanno strage lungo la trincea. Abbattono reticolati, aprono la via per l’attacco. La controbatteria si aggiunge, e la morte piove sugli attaccanti. Si impuntano. La fucileria dalla trincea riprende con più vigore. Granate volano da una parte all’altra, accendendo fiori di morte. L’attacco vacilla, i fanti ripiegano.
Un Tenente-Cappellano, tonaca nera e stola rossa sulle spalle, si solleva sul bordo della trincea. Agita un vangelo, scarica il revolver verso l’attaccante, incita al contrattacco. Gli uomini urlano, “Dio, Re, e Confederazione!”, s’arrampicano sul bordo, si lanciano verso il nemico. I carri e fanti arretrano, sparando. Le forme di attaccanti e difensori si confondono nella bruma, si stagliano disumane nello scoppio delle granate, nel lampo dei fucili.
«Voi due, la barella. Morini, il fucile! Pronti? Testa bassa, e correre. Adesso. Via, via!»
Voglio tornare alla mia campagna. Dalla morosa. E dire che potevo andare in fureria… e invece m’è andato a scombinare tutto, quel boia d’un prete. “Eh, ma Morini”, ha detto, “un ragazzone come te deve difendere la Patria in trincea, mica distribuir rosari e bottoni”. Dovrà pur finire, ‘sta guerra. A star a sentire a quel pretaccio di Predappio, con quel mento che sembra una zappa, dovevamo ricacciar ‘sti tedeschi in due mesi.
«Tenente, andiam a destra. Qua tiran di mitraglia!»
«Sta su, corri, non ti fermare. Andiamo, la buca! Ce n’è qualcuno dentro!»
In ‘sta buca, con la fanga agli stinchi. Il Rosso trema come una foglia. Gargiulo prova a medicare il ferito, uno degli Svizzeri del Papa: guardalo lì, con quella corazza da scemo, e le striscioline colorate attorno all’elmetto. C’ha le budella mezze fuori. Scheggia, purét. Il tenente c’ha l’elmo in mano e passa il dito sulla bozza del proiettile. C’ha avuto culo che quel tedesco ha avuto paura, l’ha preso di sghétto.
«A lui lì, al todésch, gl’è andata peggio, Tenente: l’avete preso in pieno.»
«Lo svizzero?»
«Andato. Pisciava sangue come un fiasco rotto.»
Occhi che si abbassano un istante, paceallanimasua mormorati.
«Tocca aspettare il buio, ragazzi.»
Mamma, voglio tornare a casa.

La stanza è fredda, spoglia. Morini, in piedi, la schiena curva, ha gli occhi arrossati di chi non dorme. Un uomo, divisa bianca e nera, immacolata, coi gradi da Monsignor-Maggiore, viso affilato, occhialini, lo fronteggia, seduto. Mani, pallide, curate, appoggiate al tavolo.
«Dunque, Morini: di nuovo.»
Lui annuisce, stanco.
«I nostri tornavano indietro e i todeschi gli tiravano: cascavano come birilli. Abbiam sentito rumore di cingoli, vicino. Ci siam schiacciati lì, come i sorci. Poi è arrivato il gas, ha fatto una gran nebbia, si vedeva ben poco. Abbiam messo le maschere. Spuntavano dei soldati che si muovevano a coppie, silenziosi. Camminavano strani. Una c’è passata vicino, ma non c’ha visti.»
Morini rabbrividisce. Ha gli occhi sgranati.
«Li dovevate vedere, Monsignore! Uno davanti, con una specie di lungo cannello nelle mani, con ‘na fiammella in cima. Attaccato con un tubo a quello davanti, l’altro: con uno zaino che c’aveva pure una gran bombola attaccata dietro! Avanzavano barcollando, sui morti. Avevano le corazze! E degli elmi pieni di punte, grossi come pignatte, con tutti dei fili che si collegavano agli zaini, che avevano come degli scappamenti: facevan fumo, e il rumore dei motorini dei Gendarmi. Camminavano, e se ne fregavano dei proiettili che gli sparavan i nostri! Senza fermarsi, da quella canna han fatto partire un getto di fiamma lurida verso le nostre trincee. Poi sono spariti nel gas.»

«Torniamo indietro. Via dal gas. Proviamo a fare un giro largo.»
Si muovono guardinghi, col respiro prigioniero delle maschere. Nella bruma velenosa non sono soli. Lampi baluginano in mezzo ai fumi, bassi sul terreno. Rumore di cingolati, ora vicini, ora distanti. Una lingua di fuoco s’illumina alle loro spalle. Procedono, lenti, attraverso campi di mota, e di cadaveri contorti. La notte è scesa, la fucileria no. La luna è una medaglia appesa al cielo.
Un untino intermittente, lucciola di brace, li avvisa. Si buttano dentro una buca. Le voci arrivano dopo. Una bestemmia, un “mona!” che accompagna l’arco della cicca gettata a terra.
Un motore s’avvia. La terra vibra. Ordini vengono abbaiati. Un fulmine corrusco squarcia la notte. Un lampo, un arco voltaico, illumina ed unisce il carro che avanza, irto d’antenne, e una coppia di manichini che stanno in piedi, rigidi, immoti, poco distanti dai papalini. Si contorcono, fremono, s’animano. Legnosi, si incamminano, avanti. Scintille lampeggiano e saltano da un’antenna all’altra, da un tubo all’altro, danzano sulle mostrine. Altri lampi si generano dal trattore. Morini sbianca, osserva l’artificio di lampi che saltellano dal carro verso punti persi nella notte, vicini. Una ragnatela effimera di nemici che ora si animano, e avanzano verso le linee Papaline. Il carro avanza, li supera. Poi, una coppia di quei mostri con le lance che sputavano il fuoco, si gira. Una lingua di fuoco investe i suoi compagni, si accendono di una fiamma sporca, e di urla.

«E tu, Morini? Che hai fatto?»
«Me? Me a m’so scape’! Via, come una lepre! Che non so come abbiam fatto, il Tenente e io, ad arrivare di nuovo alle linee. Era come un incubo…»
«Tieni, Morini. Asciugati. Calmati. Adesso sei qua. Andrà tutto bene, vedrai.»

«Quindi, sono arrivati.»
«Sì, Generale. Le informazioni erano corrette. I Meyerick sono stati schierati anche in Italia.»
«Meyerick. Non ho ancora capito perché li chiamiamo così, quei mostri.»
Il Cappellano ha lo sguardo fisso fuori dalla finestra. La triste processione di uomini, il triste rito che si svolge nella piazza d’armi.
«Perché, Generale, li chiamano così gli Inglesi. Gente di poca fede e molta fantasia.» S’aggiusta gli occhiali. «Sulla corazza, e in particolare sull’elmo, gli inventori germanici hanno inciso la parola EM.E.T.H., che sta per Elektromechanischer Ersatz – Tesla-Heinkel model. Non vede l’ironia?»
«No.» Gelido.
«Il Golem dello scrittore boemo aveva sulla fronte la parola ebraica emeth, verità, e per estensione, vita. E cancellare la prima lettera era l’unico modo per fermare il mostro.» Il Monsignor-Maggiore fruga nella tasca della divisa, estrae un pacchetto di sigarette stropicciato. Ne manca una. «O, nel nostro caso, facendoli a pezzi a colpi d’artiglieria. O riducendoli a brandelli. Ma come certo sa, Generale, è difficile. E una volta a ridosso delle trincee, sono peggiori dei gas.»
«La Società delle Nazioni ne proibirà l’utilizzo! Sono un’offesa a tutto ciò che è Sacro!»
«Vero. E il Santo Padre sta facendo molta, molta pressione.»
Un pugno s’abbatte sul tavolo. Calici e bottiglie tintinnano di furia. «Rianimare morti! Sacrilegio! Necromanzia!»
Il filo di fumo azzurrognolo s’arrampica lento nell’aria immota della stanza.
«Necromanzia, elettricità e motori. E la genialità umana, piegata dalla necessità a una scelleratezza mai realizzata prima.»
«Ma certo il Signore non permetterà questa nefandezza!»
«Questo è certo. Ma, per il momento, non posso che contemplare la spietatezza e l’ingegno del nostro nemico. L’unica cosà che una guerra produce in abbondanza sono i morti, e delle Nazioni che sono accerchiate, e in guerra feroce da anni con tutte quelle confinanti, di morti non ne hanno mai in scarsità. Mentre di uomini vivi…»
Urla confuse nell’aria immota. Una scarica di fucileria. Silenzio. Uno staccato di colpi secchi, rintocchi di una campana a morto di polvere nera e misericordia.
«In ogni modo, dobbiamo evitare che la notizia si sparga. I Bollettini parleranno dell’attacco faticosamente respinto, senza menzionare questi… Meyerick, Tenente, come da indicazioni della Propaganda Fides Militare.»
A ai piedi d’un muro bianco di calce e butterato di fori, due corpi giacciono gettati a terra. Macchie s’allargano sulle schiene, osceni fiori cremisi sui campi ingialliti dei camicioni sporchi. La luce scivola sugli scarponi grossi, le mollettiere e i pantaloni grigi, e le bretelle, i capelli impastati di sangue e cervella. Sul cappellaccio da Tenente nella mano di uno, sulla sigaretta mezza fumata che è caduta dalle labbra dell’altro. Scivola sull’erba ingiallita, s’arrampica sul muro.
Illumina la scritta: Tutti Eroi! O Ravenna, o tutti accoppati!

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