IL MANTELLO DI DEMEA

Racconto in concorso

IL MANTELLO DI DEMEA

Di Giuseppe Nicolosi

Silenzio.
Un silenzio assoluto, sepolcrale, che si propagò su tutta la piana con la velocità del vento e l’impeto del fuoco. Poi le urla e l’esultanza dei guerrieri lacerarono l’aria e fu subito chiaro che la guerra era vinta: Nhilus, il tiranno, il traditore, era stato annientato.
“Viva Avra libera!” urlò un cavaliere sollevando lo stendardo. “Viva Avra libera!”
“Viva Avra libera!” ripeterono centinaia di voci: “Viva Avra libera! Viva Avra libera!”
“Trayus” sussurrò Callista sfiorandogli il braccio: “Il Mantello. Dobbiamo trovarlo”.
Il ragazzo si voltò a guardare il viso segnato della sua maestra, la donna più saggia di Avra.
Avrebbe dato di tutto per rimanere lì a partecipare ai festeggiamenti ma sapeva che non c’era tempo.
“Vengo con voi!” dichiarò Dalris raggiungendoli, i lunghi capelli neri scompigliati sulla faccia.
“Non se ne parla” replicò Trayus. “Non rischierai altro per oggi”.
“Rischio di più amando te” sorrise lei con una malizia mal celata.
Trayus aprì la bocca per protestare ma rinunciò subito: se c’era una cosa che gli anni gli avevano insegnato era lasciar perdere di discutere con Dalris.  
“Muoviamoci” annuì con riluttanza, e tutti e tre cominciarono a correre.
Vi era stato un Mago, tanto tempo prima, che servendosi di potentissime arti era riuscito a creare un manto capace di curare non solo le ferite del corpo ma anche quelle dello spirito. Il trascorrere dei secoli, però, aveva reso impossibile tramandarne il nome ed egli era diventato noto col nome di Demea, che in lingua Avriehltas voleva dire Colui che può. Anche il mantello era andato smarrito, tant’è che si era cominciato a ritenerlo una leggenda ma poi, non si seppe mai come, Nhilus ne era entrato in possesso e lo aveva utilizzato per l’abietto e malefico tormento del popolo di Avra. Adesso che era morto era necessario distruggere quell’artefatto e subito, prima che finisse nuovamente nelle mani sbagliate.
I tre s’infiltrarono tra i ruderi della fortezza di Satran e attraversarono la corte, raggiungendo un altare in pietra sul quale si trovava un antico forziere. Cinque Guardiani di Satran li attaccarono alle spalle.
Deflectivox!” ruggì Trayus protendendo la mano: un’immensa colonna di fuoco spazzò via tutti i nemici.
“Ne arrivano altri!” avvertì Dalris prendendo il forziere.
Trayus sfoderò la spada che si era forgiato durante l’apprendistato, Fiammaverde, e con un fendente rapido e preciso mozzò la testa di un soldato.
“Avanti, avanti!” gridò Callista aprendo un varco verso l’uscita.
Ritornati nella tenda si affrettarono ad esaminare la serratura del baule.
“Guardate, c’è una scritta, qui…” notò Dalris.
Trayus scoprì che le lettere gli erano illeggibili.
“Che lingua è?”
“È Avriehltas antico” spiegò Callista. “Si smise di usarlo prima della battaglia di Nagy Minor… Prima che voi due nasceste.”
“E tu… sei in grado di leggerlo?”
Callista si chinò sul forziere: «Aura visa sanur avriel. Oru me ala».
Sia Trayus che Dalris la guardarono ammirati, impazienti di ascoltare il significato di quelle parole.
«La paura è l’oscura prigione della luce. Il coraggio è la chiave».
«Il coraggio è la chiave…» le fece eco Trayus. “Che cosa diavolo vuol dire?”
Callista riguardò la scritta, incerta: “Non lo so”.
Per un momento nessuno dei tre disse niente. Poi, la donna posò la mano sulla serratura.
Delopti, Avriel!” bisbigliò.
Non accadde nulla finché Trayus non afferrò la sua spada e conficcò la lama verde nella serratura.
“No!” lo ammonì la maestra.
Ci fu un bagliore accecante e una forza invisibile scagliò il giovane nel fondo della tenda.
“Trayus!” urlò Dalris. “Trayus, no, ti prego, di’ qualcosa…”
Il corpo del ragazzo cominciò a tremare. Terrorizzata, Dalris gli slacciò l’armatura: una striscia sottile di sangue gli attraversava il fianco destro, come se fosse stato tagliato da una lama…
“La Magia del forziere ti ha colpito con la stessa arma con cui tu hai colpito lui” commentò la voce scontenta di Callista. “Qui occorre solo la Magia, e una Magia elevata… Spade e ferri sono inutili.”
Gli si avvicinò lentamente e posò due dita sulla ferita.
Coènia” disse piano. Subito il taglio si rimarginò. “Vai alla tua branda e riposati. Non tenteremo altro per stasera”.
Trayus si alzò senza dire nulla. Sapeva di aver deluso la sua maestra e questo gli procurava più dolore della ferita stessa. Si gettò sul letto, senza riuscire a dormire, e trascorse le ore successive continuando a pensare a quella frase, Il coraggio è la chiave…
Lui non era forse coraggioso? Quanto coraggio occorreva?
Guardò il soffitto, sentendo Callista e Dalris coricarsi sulle brande accanto.
Il coraggio è la chiave… il coraggio è la chiave… il coraggio è la chiave… il coraggio è la chiav… Un secondo…
Il coraggio è la chiave… Il coraggio…
Ma certo!
Oru me ala!
Balzò giù dalla branda e si avvicinò a quella della maestra.
“Callista!” chiamò con impazienza: “Callista!”
La donna si rigirò nel letto e sollevò le palpebre:
“Che cosa c’è?”
Oru me ala” sorrise lui in preda all’emozione: “Oru”.
Oru?” ripeté Callista senza capire: “Vuol dire coraggio…”
Il coraggio è la chiave” citò il ragazzo con voce sicura.
Callista si mise subito seduta e nel buio i suoi occhi luccicarono.
“Ma certo!” realizzò affrettandosi verso il forziere. “Era tutto così semplice!”
“Ci siamo!” esclamò Trayus svegliando anche Dalris: “Dai!”
Callista stese la destra sulla serratura: “Oru”, disse.
Ci fu uno scatto e la donna sollevò il coperchio.
Dentro c’era qualcosa che brillava debolmente, un manto di stoffa bianca e pesante con un largo cappuccio a punta…
Senza riuscire a trattenersi, Trayus lo tirò fuori.
“Ce l’abbiamo fatta!” rise incredula Dalris.
Callista, tuttavia, guardava con sospetto Trayus, che esaminava il mantello affascinato.
“Lo vuoi?”
Sia Trayus che Dalris la fissarono increduli, quasi spaventati.
“Cosa?” fece il ragazzo stringendo il mantello.
“Lo vuoi?” ripeté Callista suadente.
“No!” gridò Dalris inorridita. “Sei impazzita? Questo mantello deve andare distrutto! Trayus, non ascoltarla!”
Ma se Callista approvava, rifletté Trayus, che male c’era a tenerlo per sé? Avrebbe potuto fare cose fantastiche con quel mantello! Curare le ferite del corpo e dello spirito, diventare non solo perfetto ma anche uno dei Potenti di Avra!
“Sì” acconsentì compiaciuto. “Credo che lo prenderò”.
“NO!” lo implorò Dalris stringendogli il braccio. “No, ti prego, che cosa fai? Volevamo far scomparire questo manto per non renderlo più oggetto di cupidigia… e voi due lo contemplate come se rappresentasse il senso della vita! Che cosa vi prende?”
“Via, Dalris, Nhilus lo usava per angustiarci, ma noi… Che male c’è a tenerlo, dopotutto?” le chiese Trayus. “Potrebbe renderci felici…”
“Quel manto è stato causa di discordia e sofferenza per molte Ere e io non voglio averci niente a che fare! Se tu indossi quel mantello…” sussurrò la ragazza con risolutezza “perdi me”.
“Cosa?”
“Puoi scegliere… ma non tutti e due!”
“Ma che ti prende?”
Dalris scosse la testa, poi corse via.
“Dalris!”
Trayus guardò Callista, confuso e sconvolto.       
“Perché vuoi quel mantello?” gli chiese la maestra.
“Ma… me l’hai proposto tu!”
“E questo ti legittima? Te l’ho forse ordinato?”
“Era una prova?!” esplose lui furioso. Si costrinse a cercare una spiegazione. “Io… io lo voglio per… per me… per essere felice… per vendicarci di Nhilus!”
“Il miglior modo per vendicarsi dei malvagi” gli ricordò dolcemente Callista “è non divenire loro simili”.
“Belle parole!” abbaiò Trayus con umiliazione, sentendo di aver fallito l’ennesima prova. “Prendilo tu, allora” ansimò restituendo il mantello alla maestra. “Prendilo. Io non voglio perdere Dalris”.
“E dunque sarà distrutto” concordò Callista solenne. “Così come dev’essere”.

Quella sera la maestra fu invitata al Castello Bianco e chiese a Trayus di accompagnarla. Appena poté, però, il ragazzo si isolò e uscì fuori in terrazza. Sotto di lui, al centro della piazza, era stato accesso un enorme falò e soldati di tutte le razze festeggiavano nella calda luce del fuoco. Sembrava davvero strano che la guerra fosse finita…
“Tu dovresti essere lì sotto, con i tuoi amici” osservò una voce familiare alle sue spalle.
Si voltò: Dalris era comparsa sulla porta del cortile.
“Callista mi ha detto del mantello” proseguì la ragazza avvicinandosi anche lei alla balaustra. “Che hai rinunciato. Perché?”
Trayus scrollò le spalle.
“Così. Non stava bene con nessuno dei miei abiti” sorrise senza avere il coraggio di guardarla.
“Mi prendi in giro?” rise lei dandogli un pugno sulla spalla.
Gli prese la mano e gliela strinse forte. Lui restituì la stretta, cercando d’inspirare l’aria della notte.
“Non me ne frega niente di curare le ferite del corpo e dello spirito, né me ne frega niente di tutte le altre cose prodigiose che quel mantello era in grado di fare. Callista l’ha distrutto qualche ora fa, quindi non c’è più niente di cui dobbiamo preoccuparci. Ma c’è stata una ragazza che mi ha cambiato la vita, e se questa ragazza vuole ancora stare con me, anche se non sarò mai nessuno, allora…”
Dalris non gli fece finire la frase. Gli gettò le braccia al collo e lo strinse forte come non aveva mai fatto. Anche lui la abbracciò, le accarezzò la schiena, fino a fermarsi con dolcezza sotto l’attaccatura dei capelli. E scoprì che, dopotutto, non occorrevano mantelli per essere felici.
“Forse non sarai mai nessuno, idiota” sussurrò lei guardandolo negli occhi “ma nessuno sarà mai come te”.
Rimasero abbracciati a vedere i fuochi d’artificio sfrecciare per il cielo.
Il tiranno era morto. Viva la libertà. 

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