UN’INCREDIBILE STORIA

Racconto in concorso

UN’INCREDIBILE STORIA

Di Giovanni Pulci

Era insolito quel caldo a gennaio, si spingeva come un vento caldo con forte odore di zolfo quasi sempre la metà del mese, come un appuntamento annuale, certamente anomalo visto che in Sicilia l’inverno è mite, ma non fino a quel punto.
Veniva accompagnato da boati notturni, più o meno intensi, ma continui, tanto da farci un’abitudine a tal punto d’aspettarli come i tuoni durante una brutta giornata di pioggia.
Era l’inverno del 1969, avevo dieci anni, stavo seduto su una piccola panca di legno all’angolo dell’osteria dove prestavo il mio aiuto al signor Calogero detto bicchierino, un suo nomignolo, per la sua piccola statura ma gran lavoratore.
Allora era in uso tra gli adolescenti, con la benedizione dei genitori, frequentare le botteghe per imparare un mestiere; più che osteria era un ritrovo dove ci si poteva riunire con gli altri e tra un bicchiere di vino ed un piatto di ceci, si andava avanti ad oltranza con discorsi e racconti fantasiosi, stare lì per me era come andare al cinema e puntualmente si finiva a sproloquiare del fenomeno che investiva Sommaripa dal 1949.
La gente, ricordo, era molto impaurita, non riusciva a capire da dove potesse venire questa sciagurata disgrazia e da lì partivano tutte le ipotesi più svariate, c’è chi sosteneva che era dovuto all’apparizione di una grande nuvola rossastra a forma d’oca, a dir loro foriera di decennali disgrazie, ma era un semplice tramonto; chi, per via del forte odore acre dello zolfo, asseriva che era opera del diavolo.
Fatto sta che dai primi anni Cinquanta il parroco di Sommaripa, Don Matteo La Maglia, istituì per l’intero mese di gennaio un raduno di preghiere con immancabili processioni che andavano dalla chiesa alla torre civica, il così detto orologio, dalla piazza al calvario o croce, praticamente e incessantemente l’intero giro del paese,  raggruppando fedeli e non, protraendosi fino a tarda sera con la rinnovata speranza che tutto finisse come un brutto incubo da dimenticare, illudendosi che lo stare insieme desse più coraggio.
La vita in paese era ormai entrata in un clima di indescrivibile orrore, qualsiasi cosa accadeva in quel periodo era attribuita al fenomeno; come la moria di uccelli, la fuga degli animali come impazziti, i latrati dei cani che sembravano lupi, le improvvise fioriture dei mandorleti prematuramente, anche una banale caduta di una vecchia tegola mal mossa terrorizzava l’intera comunità.
Tutto ebbe inizio, come dicevano gli anziani, quella maledetta estate del 1943 quando, durante la guerra, le truppe tedesche cominciarono a fuggire in modo concitato e disordinato dopo lo sbarco degli alleati americani a Limata; abbandonando lì, nei pressi del cimitero di Sommaripa oltre armi e mezzi, degli oggetti di chiara matrice esoterica in uso tra i fanatici nazisti che avevano occultato in alcuni loculi, scoperchiando le bare e mettendo tutto dentro non curandosi dei cadaveri.
La cosa, come si racconta, non passò inosservata, infatti il custode del camposanto detto tabbutaru ovvero addetto alle bare, un uomo di mezza età alto e magro con una vistosa mutilazione alla mano sinistra che non impediva certamente le sue funzioni di becchino, si trovava nella notte appostato dietro una grossa lapide per sorprendere i profanatori di tombe che nelle oscurità depredavano i resti mortali dai poverissimi oggetti che avevano addosso nella sepoltura, vedendo così involontariamente l’arcano nascondiglio dei soldati.
Gli oggetti “infernali”, così chiamati dagli abitanti, furono rimossi dopo tempo per volere della locale stazione dei carabinieri onde evitare l’assembramento di fattucchieri d’ogni ordine per togliere il maleficio.
Una grande festa rallegrò lo spirito, molto provato, dell’intera cittadina, balli e giochi d’artificio erano una costante di vita rinnovata e di speranza, gli abbracci a dir poco erano commoventi, le campane della chiesa madre cominciarono a suonare all’infinito, sembrava che per la seconda volta fosse finita la guerra mondiale.
La serenità sembrava riprendere un ritmo di fiducia nel piccolo centro, gli artigiani ripresero ad aprire le botteghe, i contadini seminarono le proprie terre aiutati dai vecchi minatori che avevano perso il lavoro negli anni precedenti per la chiusura della miniera, anche nell’osteria di bicchierino si tornò ad accompagnare il buon vino con allegre canzoni.
Finalmente era scoppiato l’ottimismo, anche l’inverno, all’inizio del nuovo anno, regalò una spolverata di neve da sembrare un pan di spagna; i bambini imbacuccati da spesse sciarpe di lana cominciarono ad ammucchiare neve su neve formando dei pupazzi davanti le proprie case fin quando la sera pose fine ai giochi.
Mio padre si alzò nel cuore della notte, lo ricordo benissimo perché ebbi una nottata insonne per il caldo sotto le abbondanti e pesanti coperte, si avvicinò alla finestra tirando leggermente di lato la tenda per guardare se fuori ci fosse ancora neve, lo sentii esclamare, pensavo si sentisse male, “la maledizione è tornata!”, mi venne un brivido di paura, i miei occhi inconsciamente si proiettarono sul calendario sulla parete vicino la porta d’ingresso, era il 15 gennaio.
Istintivamente aprii la porta e guardai fuori, non c’era più neve, i pupazzi si scioglievano come ghiaccioli sotto il sole, un vento caldo soffiava quasi a soffocarmi; tutti uscirono dalle case avvertendo che qualcosa di strano ma maledettamente familiare stava accadendo, i cani improvvisamente cominciarono ad ululare dirigendo il loro lamento verso la vecchia miniera di zolfo che emanava un odore così intenso che sembrava stesse per fondere in quel momento.
Un grande bagliore sovrastava la miniera chiusa definitivamente nel 1949 dopo un rovinoso e terrificante incidente; tutti i vicini, compresi i miei, si precipitarono sul luogo storditi da forti boati, quelli degli anni passati sembravano poca cosa a confronto, durante la corsa molti piangevano per paura del finimondo.
Arrivati sul posto, c’era l’intera cittadina, tutti erano accorsi, uno spettacolo a dir poco terrificante si manifestava davanti ai nostri occhi increduli e spaventati: una lingua di fuoco verde mista al giallo e rosso usciva dalle gallerie in modo violento e vorticoso, i boati erano accompagnati da forti lamenti che ti accapponavano la pelle, credevamo di stare all’inferno, la gente gridava per l’impotenza dinanzi a quell’orda diabolica che ci avvinghiava, cingendo le scie di fuoco intorno a noi, togliendoci il respiro.
Era difficile tenere gli occhi aperti, ma bastò tanto per vedere l’impossibile, vidi dei volti umani che fluttuavano tra le lingue di fuoco che ci sfioravano, giravano attorno a noi quasi per avere un contatto; qualcuno disperato con un grido di dolore sovrumano riconobbe quegli spiriti: erano quegli sfortunati minatori che vent’anni prima furono vittime di un doloroso e raccapricciante incidente, sepolti per sempre nelle viscere della terra dopo una potente esplosione dovuta al grisou che incendiò i corpi già straziati dalle macerie.
L’aria man mano rinfrescò e quel fuoco attorcigliato tra quelle anime salì velocemente verso il cielo diventando sempre più bianco da accecare i nostri occhi già provati, ripiombando in un surreale e tombale  silenzio. Venti anni passarono, come venti furono quelle sventurate e sfortunate vittime che abbandonarono per sempre quella tomba che conservava le loro carni ancora vive e mai estratti da quell’inferno, rompendo una macabra e orribile maledizione, regalando riposo e serenità anche agli abitanti del  loro paese che con amore e rispetto eressero una stele sulle rovine della vecchia miniera con i loro volti e i loro nomi incisi sulla stessa pietra, così ebbe fine un’incredibile storia.

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