DALLA TERRA ALLA LUCE

Racconto in concorso

DALLA TERRA ALLA LUCE

Di Anna Nihil

Due lunghe scarpe nere, tanto lucide da potersi specchiare. Delle gambette secche infilate in un pantalone nero a sigaretta. La giacca coordinata, abbottonata con rigore, stringeva la sua esile gabbia toracica. La cravatta al collo. Un viso giovane ma spigoloso. Un auricolare sull’orecchio sinistro, degli occhiali da sole rettangolari di un nero impenetrabile. I capelli indietro, ricoperti di gel, per cercare di darsi un’aria seria, composta. Se ne stava fermo, in attesa come un calciatore mentre fa da barriera per un calcio di punizione.
Ruppe il silenzio una lieve vibrazione. Attivò l’auricolare. “Capo…”, ascoltò con attenzione gli ordini, sussurrò un “Ok” e chiuse il collegamento. “È il momento. Forza, ragazzi!” li motivò, stringendo i pugni, un segno per invitarli a restare compatti e forti.
Si voltò, ripose gli occhiali da sole nel taschino della giacca e avanzò a passo svelto. Lo seguirono sei uomini vestiti come lui, seri, decisi. Erano più anziani e più bassi di lui, tutti della stessa altezza.
Si chinò a prendere la corona di fiori sulla bara. Attese che i suoi colleghi si portassero la bara sulle spalle e iniziò a marciare, dava loro il passo giusto per condurli fuori dalla chiesa. Fu il primo a rivedere la luce del sole, frugò nella tasca sinistra della giacca, trovò subito le chiavi e aprì l’auto di servizio con un pulsante. Poggiò i fiori sul lato sinistro del carro. Aprì lo sportello posteriore per accogliere la bara.
“Dove lo porto, capo?”
“Nel nostro garage, lo seppelliscono domani.”
Il giovane autista annuì e si sistemò alla guida. I funerali di una volta, con il corteo dei parenti dietro il carro funebre, non esistevano più da tempo, e la diffusione di un virus a livello mondiale, aveva reso ancora più veloci e sbrigativi i funerali poiché erano proibiti gli assembramenti (termine diventato particolarmente di moda in quel periodo, a furia di sentirlo ripetere in tv) e niente baci e abbracci, nemmeno se necessari a consolare qualcuno senza perdersi in inutili frasi fatte che non avevano mai aiutato nessuno. Tra gli individui era necessaria una distanza di un metro e una mascherina per proteggere naso e bocca. La socialità, già in crisi per gli egoismi dell’uomo moderno, ora era del tutto sparita.
Un po’ per questo e un po’ perché il caro estinto aveva avuto una vita lunga e solitaria, non c’erano state troppe lacrime. Gli affetti superstiti erano ormai pochi e stremati dalle ultime nottate passate insonni ad accudirlo. Dispiace sempre, ma dopo aver visto tanto soffrire un proprio caro, a volte la morte è vista come l’unica soluzione per una vita che non è più tale, ma solo una lunga agonia.
Dinamiche che aveva imparato con questo lavoro, temi ricorrenti nelle parole di vedove e vedovi, di figli e nipoti.
“Siamo sul corso. Chissà quante passeggiate avrai fatto qui”, disse l’autista al defunto. Sapeva che non poteva rispondergli, ma gli sembrava carino essere lo stesso di compagnia. “Attenzione! Ora c’è una buca!” lo avvisò. “Scusa, sai com’è… non vogliono mettere l’asfalto perché è il centro storico, e stanno impiegando una vita per trovare delle pietre simili alle originali. Sono sicuro che sei d’accordo, non vorresti l’asfalto, e allora devi sopportare questo tremolio. Domani passeremo per un’altra strada più scorrevole.”
Giunto dinanzi al garage schiacciò il pulsante del telecomando e la saracinesca si aprì con il solito fastidioso cigolio. Con precisione e delicatezza parcheggiò l’auto. “Siamo arrivati.” disse spegnendo il motore. “Ultima notte tra i vivi, domani raggiungerai la tua nuova città.” Scese dall’auto e chiuse lo sportello. “C’è un bell’ingresso monumentale, un viale alberato, tante casette di famiglie benestanti, tu hai scelto di tornare alla terra. Lo capisco. Bello… come si vede in tutti i film americani. Lo so, lo so… non l’hai scelto per quello. Hai motivazioni più nobili. L’antico legame con la terra… Be’, ora ti saluto.” disse premendo l’interruttore della luce del garage e risalendo le scale che l’avrebbe condotto su, in ufficio, per consegnare le chiavi alla figlia del capo.
“Nuuuunziaaaa” bisbigliò in tono lamentoso come un fantasma.
“Quanto sei stupido! Non mi spaventi più con questi scherzi.”
“Perché mi hai visto nei monitor di sorveglianza, altrimenti saresti saltata sul lampadario come un gatto!” la provocò imitando il verso di un felino spaventato. “Ecco le chiavi. A domani.”
“Puntuale!”
Le fece un occhiolino per confermare. Lei sorrise. Sembrava un corvo emaciato, ma era in realtà un tipo cordiale come pochi.

Nel garage regnavano come sempre, a quell’ora tarda della notte, il silenzio e il buio più profondo, quando di colpo si aprirono tutti gli sportelli del carro funebre. La bara iniziò a oscillare, come se tremasse per il freddo, finché non si assestò e iniziò a fuoriuscire una sottilissima polvere verde. La polvere, fluttuando nell’aria, si dispose formando una linea iridescente e trovò una via d’uscita in un piccolo angolo scheggiato della finestra rettangolare del garage.

C’era chi non riusciva a dormire quella notte, troppi pensieri per il lavoro e il figlio in arrivo, aveva bisogno di distrarsi, andò sul balcone a fumare per non disturbare la sua dolce metà.
“Amo’, amore.”
“Che c’è?” biascicò lei ancora assonnata.
“Devi vedere!”
“France’, per favore…”
“Cosa sognavi di vedere tu prima di sapere del bambino? E del virus?”
“Ma che dici?”
“Rispondi.”
Lei si sollevò lentamente, mettendosi seduta sul letto, con la pancia che ormai era diventata una luna piena. “Volevo vedere l’aurora boreale.”
“Eh! È arrivata qua!” disse lui tutto sorridente.
Lei lo fissò con diffidenza. “Che ti sei fumato? Non ti vergogni? Stai per diventare padre!”
“È tutto a posto! Fidati. Vieni a vedere!”
Si alzò, abbracciando il suo pancione si affacciò al balcone, sgranò gli occhi: “Oh, madonna…”
Non furono gli unici ad accorgersene, ben presto si scatenò il passaparola e tutto il paese si svegliò per ammirare quello straordinario spettacolo nel cielo notturno.

Il mattino dopo era tutto sparito, ma non le discussioni su quanto era accaduto. L’avevano etichettato in modo spontaneo come “aurora boreale”, ma non lo era. La ricordava, ma era qualcosa di diverso. Studiosi, appassionati e ogni singolo abitante aveva la sua teoria. Qualcuno diceva che erano dei fumi tossici di qualche fabbrica spinti dal vento fino in paese. Per altri era uno scherzo, con le nuove tecnologie si poteva fare qualunque cosa. E qui si dividevano in due fazioni: chi pensava a delle luci proiettate sulle nuvole e chi a dei droni. Non mancarono nemmeno quelli che pensarono a un segno divino prima dell’apocalisse. Tante teorie, tutte molto avvincenti, ma nessuno si era avvicinato alla realtà.

Cinquant’anni prima.

Si era svegliato come sempre all’alba, era salito sul suo fidato mulo e con il suo buon trotto aveva raggiunto il campo. Quelle terre erano appartenute a suo padre, a suo nonno e a chissà quanti altri antenati prima di lui. Nel lavoro, di padre in figlio, nulla era cambiato, ogni tradizione era stata rispettata.
Legò il mulo all’olivo vicino al trullo, nella mangiatoia sistemò un po’ di fieno e andò verso il pozzo per riempire un secchio d’acqua da offrire alla bestiola.
Mentre ritornava con il secchio carico d’acqua, vide d’improvviso il campo, il mulo e il trullo venire illuminati da una luce potentissima che proveniva alle sue spalle. Si voltò e rimase accecato da tanta luce. Corse verso il mulo, sciolse le briglie legate attorno al tronco dell’albero. “Forza! Corri! Andiamo!” urlò spaventato. Il mulo, al contrario, sembrava calmissimo. “Muoviti!” insistette cercando di tirarlo. Il mulo si inginocchiò.
Questo gesto lo colpì. Si fidava più degli animali che degli uomini. Era sicuro che gli animali non potessero parlare perché conoscevano già tutti i segreti della vita e non potevano confidarli all’uomo, destinato ad affannarsi per tentare di scoprirli. 
Che sia sceso Nostro Signore? Pensò tra sé. Decise di inginocchiarsi a sua volta.
Non riusciva a guardare quella creatura talmente era radiosa. Ne percepì il calore. Si sentì osservato. Non poteva giurarlo, ma gli sembrò che avesse sembianze umane, o almeno molto simili.
“Sento che sei buono”, gli disse con un tono talmente dolce che lo commosse. “Sei felice qui?”
Sentì un brivido. Mai nessuno gli aveva posto una domanda simile. A chi importava della sua felicità? Era uno tra tanti, come una laboriosa formica compiva il suo dovere senza permettere ai dubbi di farsi spazio nella sua mente. “Ci sono tante cose belle. Ma si fatica anche tanto.”
“Quando finirai questa vita, te ne darò un’altra meno faticosa.”
“Grazie, ma tu… chi sei?”
“Un giorno lo saprai, uomo buono.”
Svanì, lasciando che tornasse la penombra dell’alba. L’uomo aveva i battiti a mille, un bisogno di urlare, di chiedere consiglio. Quello che aveva visto era troppo per lui. Troppo grande, troppo intenso, troppo incredibile. Le gambe gli tremavano, decise di tornare subito in paese e andare a chiedere consiglio alla persona più affidabile e saggia che conoscesse: il suo amico prete.
Non era bravo a raccontare, si sforzò di non lasciarsi andare in espressioni dialettali e di essere il più chiaro possibile.
“Amico mio, è stato un sogno.”
“No! Ero sveglio! Ho visto tutto!”
“Non insistere. Non raccontare mai a nessuno questa storia o ti prenderanno per pazzo.”
“Ma è tutto vero!”
“Vuoi continuare la tua vita o finire rinchiuso? Qualunque cosa tu credi sia stata, fai finta di niente. Non dirlo a nessuno, fidati!”
“Ma io…”
“Hai delle prove? Ti ha lasciato un oggetto, qualcosa? Ci sono delle impronte nel campo?”
“No. Non mi sembra abbia lasciato segni.”
“Allora taci!”
Tornò a casa deluso. Per giorni non chiuse occhio e mangiò ben poco, tanto era travagliato dai suoi pensieri. Alla fine si arrese, decise di pensare a quel momento come se fosse stato solo un sogno, anche se in cuor suo mantenne sempre accesa la speranza di una nuova vita, tanto misteriosa quanto lieta, accanto a quella creatura di luce dalla voce gentile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PromoSanValentino
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: