FERRAGOSTO

Racconto in concorso

FERRAGOSTO

Di Donatella Di Bella

Filomena si era svegliata di botto. Strappata dal sonno sudato delle notti in Sicilia, scossa da un rumore: un gorgoglio ritmico come un mugugno, accompagnato da uno starnazzare di galline impazzite. Sembrava che qualcuno le rincorresse, tentando di acchiapparne una. Qualcuno, là fuori.
D’istinto scosse il marito che invece dormiva accanto a lei.
“Gennaro… Senti le galline?”
“Le galline?” Ripeté Gennaro senza capire.
Filomena insistette: “Cosa sta succedendo?”
Sua moglie, come al solito, propendeva con l’immaginazione ad avvertire pericoli inesistenti. Una volta sveglio però, Gennaro pensò che in quel rumore ci fosse davvero qualcosa strano. Cercò di farsi coraggio. Sicuramente nel cortile era entrato un ladro e adesso si stava dando da fare per procurarsi il pranzo di domani.
“Sarà un poveraccio…” Però quel grugnito, quel grufolare sembrava più il verso di un animale.
Scostò le coperte: “Non ti muovere” Intimò alla moglie a bassa voce. Scese dal letto in mutande e al buio si diresse verso la porta che, dalla stanza in cui dormivano, immetteva direttamente nel cortile. Filomena si deterse il sudore. Faceva troppo caldo e l’agitazione peggiorava lo stato delle cose. Restò in ascolto, consapevole dell’assoluta inutilità della sua persona in caso di pericolo tangibile. Si asciugò la mano bagnata nella sottoveste leggera, trattenendo il respiro.
“E se non fosse un ladro?” Domandò a se stessa, guardandosi attorno nell’oscurità.
Una volta che Gianni fu uscito, restò in ascolto col cuore in gola. Era calato un silenzio irreale. Le galline improvvisamente si erano quietate come se una forza invisibile, avvolgendole, le avesse zittite minacciandole di morte.
Filomena ripeté sottovoce “Dio santo! Ma cos’è?”
Mantenendo socchiusa la porta dietro di sé, Gennaro scese un gradino e fece alcuni passi nel cortile. Si guardò intorno cautamente, posando lo sguardo sugli angoli illuminati dal plenilunio. Tutto a posto. Compresa la tavola, ancora mezzo apparecchiata dopo la lunga cena con le sorelle e i cognati. La baracca con gli attrezzi chiusa a chiave come sempre. Eppure…
Si concentrò in direzione del pollaio, strinse gli occhi per metà ancora intorpiditi. Le galline si spostavano disordinate, sbattendo una contro l’altra, come se cercassero di evitare un ostacolo. Si muovevano mute, senza emettere più nessun suono. Come giocattoli a molla sul punto di esaurire la carica.
Ancora convinto che si trattasse dell’incursione di un ladro, Gennaro diede un’occhiata intorno. Constatò che in effetti il cortile, di dimensioni modeste, non fosse facilmente raggiungibile dall’esterno. I muri che lo circondavano erano piuttosto alti. Calarsi sarebbe stato troppo rischioso e la fuga troppo complicata, considerato che non vide scale né niente che potesse agevolare una ritirata veloce da parte del malfattore. A meno che…Scartando l’ipotesi del ladro, Gennaro formulò un’altra ipotesi: “Forse è entrata una faina. Come farebbe una persona? No da qui non può entrare nessuno. Sì, sarà senz’altro una faina”.
Stava per rientrare, scuotendo la testa, sollevato dall’ipotesi più che probabile per quanto inquietante: “Maledette faine, si appiattiscono, s’inziccano nei pollai. E i polli? Li sgozzano… paiono vampiri.” Di certo la bestia se ne stava nascosta in silenzio. Lo stava osservando? Ora avrebbe sentito il rumore. Se ne sarebbe scappata di corsa. Non era certo di voler girare la testa in direzione del pollaio. Sentì un brivido lungo la schiena.
Nell’ombra c’era qualcos’altro. Un silenzio glaciale improvviso, mentre prima sembrava il finimondo. Tornò a guardare verso il pollaio ormai abituato all’oscurità.
Che minchia?…” Si abbassò, piegando la testa per vedere meglio.
Una figura se ne stava acquattata in un angolo come accasciata, appoggiata alla parete della gabbia. Aveva le sembianze di un essere umano, il viso era pallido, quasi esangue, reso ancor più cereo dagli abiti bianchi che indossava. Una camicia, forse una tunica che lasciava intravedere gli avambracci color del marmo, sotto il raggio della luna.
“Madre! È proprio un ladro” Pensò Gennaro attraversato da un tocco di gelo. “Si nasconde, pensa che non lo abbia visto… ma cosa fa?”
Doveva stanarlo, costringerlo a venir fuori. Però non capiva, sembrava malato. Un fantasma; non si muoveva, stringeva le braccia al petto come per proteggersi, tenersi. Gennaro non era sicuro di volerlo affrontare. “Chi caspita è?”
Rientrò in casa da Filomena che nel frattempo aveva svegliato la suocera decisamente più intraprendente di lei.
Mentre varcava la soglia di casa, l’anziana signora aveva già indosso il vestito. Senza far caso al fatto di averlo messo al contrario, correva scalza al piano di sopra a chiamare il vicino. Don Ciccio possedeva un fucile…
Gennaro sembrava stordito, disorientato. Nella mente diceva a se stesso: “Non è un ladro”.
Allora? Cos’è stato?” Chiese Filomena, spaventata dall’aspetto stralunato del marito.
 “C’è uno, nel pollaio” Provò a dire.
“Uno? Un uomo?” Domandò lei impaurita più dalle sembianze del marito.
Sì, mi sembra, ma… non sta bene, è tutto bianco, sembra malato. Ha una faccia che sembra un morto” Ripensava a quello che aveva creduto di vedere, all’assurdità delle sue parole.
Come malato?” Filomena cercava di mettere insieme le parole del marito senza riuscire a dargli un senso compiuto.
“Sì… Non so, è… piegato, forse è ferito.  Si appoggia al muro come se stesse…”
“Beh?”
“… per morire, ha l’aspetto di un… cadavere.”
“Oh mamma, un morto nel cortile!”
Intanto al piano di sopra nel trambusto era iniziata la caccia al ladro. Il vicino era uscito sul balcone e imbracciando il fucile gridava in dialetto: “Venite fuori! Uscite di là!”. Le parole però rimbalzavano, rimanendo a mezz’aria, respinte da una cortina d’aria spettrale. Sospese sopra il cortile silenzioso, rischiarato dalla luna.
Gennaro riprese coraggio. “Torno fuori. Vado a vedere che fa.”
Ora dal pollaio non proveniva più alcun rumore. Tutto immobile in una staticità innaturale. Le galline, ipnotizzate, mantenevano una posizione rigida, i becchi semi aperti, gli occhi fissi come se la vita le avesse abbandonate o condotte in un luogo lontano, buio e freddo. Di fronte a Gennaro uno spazio di tempo irreale, senza domande e nessuna risposta probabile.
Adesso un freddo irreale avvolgeva il cortile. Un respiro di aria gelida raggiunse i polmoni di Gennaro che si sentì stringere da braccia invisibili. Per un istante perse il senso del tempo e di quel luogo sulla terra. Solo per un lungo interminabile istante.
Poi come un soffio, la vita riprese, rimandando i suoni, gli odori, i piccoli movimenti, il borbottio progressivo degli albori che precedono il mattino.
Nessuna traccia, di nessuno, di niente. Quell’essere ferito era scomparso. Sparito.
Del tutto sveglio adesso Gennaro si chiedeva se i postumi della cena lo avessero ingannato. La prima luce iniziò a diffondersi sul cortile e sul pollaio più in là. Niente. Aveva sognato? Si era sbagliato? La visione riemerse nitida nella mente. Chi era quell’uomo piegato su di sé, affamato, esangue? No, non lo aveva immaginato. Aveva addirittura desiderato soccorrerlo, aiutarlo, cosciente che non si trattasse di un ladro, ma di una creatura fuori dal mondo, dal nostro mondo, caduta per caso da un angolo di tempo inesistente.
L’ho visto, sono sicuro…” Continuò a sostenere ogni volta, ogni anno che a ferragosto si replicava il rito del pranzo coi parenti “… se ne stava lì, rannicchiato…” raccontava Gennaro “… le braccia al petto, come se stesse per morire… nascondeva lo sguardo… e poi all’improvviso quel freddo e quel silenzio…”.
Era certo di quello che aveva avvertito. Certo dell’esistenza di un altro tempo, di un altro luogo forse. Lo aveva intravisto, scostando per caso il portale socchiuso su uno spazio remoto.
Portò sempre con sé l’immagine indelebile di quell’essere spettrale, conservandola gelosamente come il dono inatteso di un avvenimento indefinibile. Forse ebbe il privilegio di guardare attraverso lo spiraglio magico da cui con ambivalenza ci allontaniamo paurosi, pur desiderando avvicinarci.
Avrebbe voluto capire, sapere, dire di più, ma si accontentò di conservare il ricordo di un evento ultraterreno, inspiegabile eppure reale e nitido come qualsiasi altro episodio della vita quotidiana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PromoSanValentino
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: