IL MUSICANTE

Racconto in concorso

IL MUSICANTE

Di Emanuela Navone

Lo chiamavano il Musicante perché le rare volte in cui si vedeva in giro era accompagnato da una banda. Batterie, tromboni, flauti, triangoli… il tutto accostato a una musica così strana da creare nel fortunato ascoltatore un misto di emozioni indecifrabili. C’era chi aveva ammesso di essersi messo a piangere senza motivo, chi era scoppiato a ridere senza più fermarsi, e chi aveva preso a ballare seguendo il Musicante fino a che non era sparito all’orizzonte.

Quando ascoltava queste storie, Carlo cercava in tutti i modi di drizzarsi dal letto e osservare giù, in strada, nella speranza di intravedere un guizzo, e allargava le orecchie forzando la mente per captare anche il più piccolo suono.
Poi ricadeva sui cuscini, prostrato, e respirava forte fino a quando qualche infermiera non giungeva in stanza e lo rimproverava di non fare sforzi.
Il cuore era debole, anche se in quei frangenti pompava sangue con lo stesso irrefrenabile desiderio di un cavallo troppo a lungo rintanato in una buia stalla e che agogna di cavalcare libero per sperdute praterie.
Carlo leggeva sul volto della mamma un’angoscia sempre più crescente quando andava a trovarlo, mascherata da pallidi sorrisi e buffetti sulle guance. C’era una data, sul calendario affisso al muro: 12 dicembre. Carlo scopriva la madre occhieggiarla di tanto in tanto, e spesso la ascoltava mentre parlava con un dottore, in corridoio. Lui non capiva tutto, ma il senso era sempre quello: il 12 dicembre sarebbe stato un giorno importante per lui. Aveva captato diverse frasi e parole, trapianto, donatore, midollo osseo, ma aveva solo sette anni, non ne conosceva il significato. Gli bastava, però, osservare il fuggi fuggi di espressioni sul volto della mamma. Se i grandi occhi verdi si illuminavano, erano notizie positive; se entrava nella sua camera a testa bassa, qualcosa non andava.
A Carlo sarebbe dispiaciuto morire, soprattutto perché non avrebbe più rivisto gli amici del calcetto e della scuola.
Dicevano che il Musicante apparisse a chi aveva ormai smesso di sognare. E Carlo, lui ancora sognava? Non lo sapeva, ma di una cosa era certo: desiderava vederlo, desiderava sentire quella musica.

La notte prima del 12 dicembre, Carlo non riusciva a prendere sonno. Sarà stato per il giorno dopo, per l’operazione, come aveva detto la mamma quel pomeriggio, oppure per un leggero suono che si era fissato nella sua testa e non ne voleva sapere di andarsene.
Là fuori, alla luce dei lampioni, là fuori c’era qualcosa, Carlo ne era certo. Non poteva rimanere su quel letto, e se fosse stato il Musicante?
Si alzò a fatica. Il pavimento era freddo sotto i piedi scalzi e la vista ballava un poco, ma Carlo riuscì lo stesso a trascinarsi alla finestra.
Ecco! Ecco, laggiù! Non era forse una banda, quella che si avvicinava? E le sue orecchie non sentivano chiaramente, adesso, una melodia?
Sì, era lui, era lui! Il Musicante!
Carlo smaniava di uscire, e doveva fare in fretta, sennò la banda sarebbe passata oltre. Ma come? In corridoio c’erano le infermiere, e sapeva di essere al secondo piano dell’ospedale. Si alzò sulle punte dei piedi dominando un moto di nausea, e a fatica aprì la finestra.
Un refolo freddo accompagnò una fragranza di fragole sulla quale saltellavano diverse note a ritmo di tamburi e trombe. Carlo si affacciò, incurante dell’aria che gli pizzicava le palpebre e le guance.
Là, sotto la luce del lampione! Era lì, proprio lì! Il cappello a cilindro e il frac, proprio come gli avevano raccontato! E i lunghi capelli scuri come una notte senza stelle e dondolavano a ritmo della musica.
Il Musicante.
Carlo si affacciò ancora di più. Alzò un braccio e la manica del pigiama si arrotolò sul gomito.
«Ehi!»
Cercava di non gridare troppo, sennò le infermiere sarebbero accorse, ma non voleva che il Musicante passasse oltre senza vederlo.
La musica era sempre più forte, un misto tra la ninna nanna che la mamma gli cantava da piccolo e qualche sigla dei cartoni animati. Carlo avrebbe tanto voluto mettersi a cantare, ma in quel momento ebbe l’impressione che le forze gli venissero meno. Era un po’ più buio intorno a lui, e un fischio si era fatto strada fra la musica e si era posizionato al centro del cervello.
«Eh… i» biascicò, ma il braccio si abbassò e ricadde inerte contro il suo corpo.
Carlo si rese conto di essere sul pavimento quando i suoi occhi si posarono sulla luna piena che sembrò sorridergli con uno sguardo di nonna.
Poi la musica sparì e la luna pure.

Elsa Bramante era accorsa all’ospedale più in fretta che aveva potuto. Si era appena appisolata quando la trafelata infermiera l’aveva chiamata sul cellulare, che ormai teneva in tasca come un amuleto.
Temeva una chiamata come quella da mesi, ormai. Da quando il dottor Marconi le aveva riferito, sguardo basso e voce cupa, che la leucemia del piccolo Carlo era a uno stadio ormai avanzato e che il trapianto di midollo osseo non garantiva un successo, poiché il piccolo corpo del bambino era ormai debilitato.
«Ha avuto una crisi poche ore fa» gli disse proprio Marconi, gli occhiali da vista appannati e i pochi capelli sulla fronte che brillavano di sudore.
Elsa non rispose e si limitò a fissarlo.
«Lo abbiamo intubato, ma era troppo debole.»
«Dottore…» Elsa si accorse di non saper cosa dire.
«Mi dispiace. Suo figlio è morto un’ora fa.»

Il cimitero era silenzioso. Una rondine si era posata sul cancello e si lisciava le piume. Un gatto randagio passeggiava tra le lapidi e ogni tanto si fermava a fissare l’erba.
Elsa posò un vaso di rododendri davanti alla tomba del figlio. Con un gesto meccanico prese un fazzoletto di carta e pulì la fotografia sulla lapide. Non piangeva, gli occhi aridi come un mese di siccità.
Un anno. Un anno era passato da quando Carlo era morto. Un anno non era niente. Un anno era una vita.
All’improvviso una melodia le frusciò tra le orecchie. Elsa si alzò di scatto, guardandosi intorno scocciata per chiunque suonasse qualcosa di così allegro in un luogo come quello.
Si allontanò dalla tomba del figlio. Non c’era nessun altro oltre a lei, eppure la musica era sempre più vicina. Proveniva dalla strada.
Incuriosita Elsa si avvicinò, giusto il tempo per vedere una banda con a capo un uomo in cilindro e frac. Sembrava fluttuasse davanti ai musicisti, e i lunghi capelli corvini si muovevano al ritmo della melodia.
Una melodia che le ricordò la ninna nanna che cantava a Carlo quando aveva tre anni e le sigle dei cartoni animati che guardava quando ne aveva cinque.
Quando l’uomo in cilindro e frac fu davanti a lei, si fermò e alzò il braccio destro. La banda smise di suonare e un silenzio di seta avviluppò la strada.
Elsa lo fissò a lungo. Quegli occhi gli ricordavano così tanto Carlo… e pure il sorriso che le rivolse, che conteneva tutte le gioie del mondo.
«Il Musicante per chi ha smesso di sognare» cantilenò l’uomo, una voce giovane e vecchia allo stesso tempo. «Il Musicante per chi ha ancora amore da donare.»
E lei, Elsa, da quanto non sognava più, ormai? Da quanto non donava più amore? Non lo ricordava. Ma desiderava tanto poterlo rifare.
L’uomo in cilindro e frac le si avvicinò e le porse la mano destra. Elsa l’afferrò e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, teneva Carlo per mano. Suo figlio, il suo bambino, era lì, davanti a lei, e le sorrideva. Calde lacrime le scesero lungo le gote.
«Mamma, ricordami nei tuoi sogni, come io farò nei miei.»
Elsa gli strinse la mano. «Mi manchi tanto, piccolo mio.»
Carlo si alzò in punta di piedi e automaticamente Elsa si abbassò. Le morbide labbra del figlio si posarono sulle sue guance. Elsa chiuse di nuovo gli occhi. Un senso di pace l’aveva avvolta.
Quando li riaprì, la strada davanti a lei era deserta.
Alzò gli occhi al cielo. Una foglia si staccò dalla quercia vicino a lei e le si posò sulla mano. Elsa la strinse e l’annusò. Aveva la stessa fragranza della pelle di Carlo.
«Per te, figlio mio» disse. «Nei miei sogni ti ricorderò.»

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