IL POZZO DEI BAMBINI AZZURRI

Racconto in concorso

IL POZZO DEI BAMBINI AZZURRI

Di Maria Fantini

L’antica dimora si ergeva solitaria sul rude promontorio sferzato quasi quotidianamente dai venti oceanici, sulla remota isola di Yell, in Scozia.
Le piatte torbiere che caratterizzavano, come un manto oscuro, la maggior parte dell’interno dell’isola, ospitavano ancora oggi piccoli abitati sparsi ed era davvero strano trovare quella decadente villa in mezzo al nulla.
Eppure era lì davanti ai miei occhi smarriti e sembrava scrutarmi minacciosa dagli enormi finestroni senza vetri e dai pericolanti balconi finemente decorati.

Mi ritrovai davanti ad una cancellata arrugginita ricoperta di erbacce e sul lato destro della colonnina in pietra notai la vecchia scritta incisa: THE HOUSE OF THE OLD WELL (LA CASA DEL VECCHIO POZZO).
In effetti, guardando con maggiore attenzione, lungo il vialetto ghiaioso notai i resti di un antico pozzo ottocentesco.
Il vento sibilava portando con sé oscure nuvole cariche di pioggia che tra non molto avrebbero iniziato la loro “danse macabre”, sulla mia testa. Dovevo trovare riparo all’interno della villa.
Si sviluppava su due piani ed entrando mi colpì la maestosità dell’enorme scala che conduceva alla parte superiore. Qualche frammento di carta da parati a fiori, un vecchio camino contro un muro leggermente annerito e un baule di legno ricoperto di ragnatele e foglie entrate dalle finestre senza vetri. Era semi sollevato e vidi spuntare vecchi giocattoli: due trottole di legno, un cavallino a dondolo in miniatura, un orsetto di peluche spelacchiato. Alzando meglio il coperchio ritrovai una foto rovinata: ritraeva un bambino che teneva per mano una bambina e sul retro la scritta “Patrick e Catherine, 1870”. Queste scoperte avevano risvegliato in me il desiderio di saperne di più. Decisi di riprendere il traghetto del primo pomeriggio che mi avrebbe riportato a Lerwick, al Queens Hotel, dove avrei alloggiato.
Mi occorreva una doccia calda, una bella Guinness e soprattutto una lunga dormita, mentre la pioggia ticchettava sui vetri umidi.

Il giorno seguente mi sarei recata allo Shetland Museum, che ospitava un grande archivio con una sezione riguardante le informazioni e notizie di chi aveva vissuto nelle isole limitrofe.
Dopo estenuanti ricerche, riuscii a scoprire che lì avevano vissuto i Fratellini Patrick e Catherine Boyle, adottati, dall’orfanatrofio di Lerwick nel 1863, da George ed Elisabeth Boyle, coppia molto agiata che aveva già un figlio di quindici anni, David e viveva parte dell’anno su Lerwick e la parte restante sull’isola di Yell dove si trovava l’antica dimora di famiglia, The House of the Well, appartenuta agli avi dei Boyle.
I piccoli non avevano trovato soltanto un padre ed una madre ma anche un fratello maggiore, un po’ strano, nel senso che amava raccontare loro mille storie e leggende inventate da lui e che riguardavano personaggi e creature mitologiche scozzesi. Era un grande oratore e loro restavano lunghi pomeriggi ad ascoltarlo, rapiti dalle sue parole.
David era uno spirito libero e ribelle ed era amante degli agi e dei divertimenti ma con i due bambini sembrava andare molto d’ accordo.
Una delle leggende che i due fratelli amavano sentirsi raccontare da David riguardava la figura mitologica del kelpie: cavallo d’acqua bianco di animo malvagio che abitava nei pressi di loch scozzesi. Si narrava che il kelpie attirasse i malcapitati vicino alle sponde del lago e poi con le zampe palmate agitasse vorticosamente le acque facendo annegare chi si era troppo avvicinato e trascinando i loro corpi sul fondale.
Questa storia aveva colpito molto i due fratellini ed ora mancava soltanto il poterla vivere davvero.
David disse loro che quella notte si sarebbero dati appuntamento nei pressi del Loch of Heather poco lontano da casa e sulle sue rive finalmente avrebbero potuto vedere il tanto agognato kelpie.
Patrick e Catherine, tenendosi per mano si diressero verso il loch. David aveva detto loro di stare lì fermi ad aspettarlo ed insieme avrebbero visto la creatura misteriosa per la prima volta.
Ed in effetti, dalle acque gelide e fameliche, si vide un bagliore e si sentì un fragore assordante ed ecco stagliarsi l’enorme testa del cavallo d’acqua. Emetteva versi terrificanti e si agitava in maniera vorticosa. I bambini si spaventarono talmente tanto da non accorgersi di una pietra scivolosa che li fece cadere rovinosamente in acqua. Le zampe palmate del mostro acquatico, si avventarono su di loro e li spinsero sott’acqua, annegandoli. Ma dove era David, perché non era lì a proteggerli?
Testimoni riferirono di aver visto un mostro gigante emergere dalle acque e di aver sentito le grida dei bambini ma di non aver potuto fare nulla perché la paura di avvicinarsi e raggiungere il loch era troppa. Tutti pensarono che i poveri fratellini fossero annegati, anche se i loro corpi non vennero mai recuperati. Seguirono anni molto dolorosi per la famiglia Boyle che decise in seguito di abbandonare la vecchia villa per trasferirsi in città a Lerwick.
I genitori si chiusero in un riserbo assoluto e condussero una vita quasi monacale. David andò a studiare in una prestigiosa scuola di Edimburgo e da quel giorno anche lui non fu più lo stesso.

Passarono vent’anni da quel terribile giorno e gli abitanti della zona parlavano ormai molto di rado di quel tragico accadimento. Superstizione e realtà spesso si fondevano insieme e quello che aveva portato via Patrick e Catherine sicuramente aveva una componente ultraterrena. Così si cominciò a pensare quando nei pressi della villa dei Boyle iniziarono a manifestarsi strani fenomeni. Di notte si udivano lamenti e grida e chi aveva avuto il coraggio di passarci davanti aveva riferito di strane luci e riverberi azzurri aggirarsi attorno al pozzo. Si trattava forse degli spiriti erranti dei piccoli la cui anima non avendo trovato pace, urlava la sua disperazione?
Ne era convinta e lo decantava a gran voce la vecchia strega di Yell che si diceva discendesse dalle antiche Bean Nighe (figure molto simili alla Banshee irlandese, la lavandaia della notte).
Purtroppo erano passati troppi anni e questa misteriosa figura era morta e sepolta con tutti i suoi segreti. Tuttavia si poteva cercare qualcuno che avesse avuto un qualche legame passato con lei. Riuscii a scoprire che aveva una pronipote ancora in vita, ormai ultraottantenne, che viveva nella casa di riposo Charlotte House, in centro a Lerwick. Riuscii ad avere un colloquio con lei. Mi disse che ormai stava per morire e sentiva il bisogno di togliersi un peso dal cuore e riguardava proprio la storia della scomparsa tragica dei due fratellini. Mi raccontò che la sua bisnonna con la quale aveva trascorso alcune estati a Yell, le aveva raccontato della storia dei bambini azzurri. Venivano chiamati così perché erano diventate creature trasparenti avvolte da un’aura azzurrina che si stagliava nei pressi del vecchio pozzo.
Erano di quel colore perché intrappolati nella luce tipica del periodo dell’infanzia, un’infanzia segnata purtroppo da una tragica morte. L’anziana signora mi svelò il terribile segreto che conosceva.

Un’estate David si era recato a Yell dalla vecchia strega. Era molto turbato e le raccontò cosa accadde in realtà quella terribile notte a Patrick e Catherine. Li aveva attirati in un terribile tranello, perché voleva liberarsi della loro presenza. Il motivo era il vile denaro, l’eredità che voleva tutta per sé.
Quella sera il vero kelpie sarebbe stato soltanto il suo perfetto travestimento per attirarli e annegarli nelle acque gelide. Ci era riuscito ma subito dopo nel vedere i corpicini senza vita dei bambini si era pentito. Li aveva caricati su di una vecchia carriola da giardiniere e condotti al pozzo della villa, dove li aveva lasciati cadere in profondità. Da quel momento però avevano iniziato a manifestarsi quegli strani fenomeni che avevano portato i suoi genitori ad abbandonare quel luogo. Lui era andato a studiare lontano ma il suo rimorso stava trasformando la sua vita ed il suo aspetto. Nel frattempo i genitori erano morti e lui era rimasto solo con l’eredità ma con la povertà di un’anima macchiata dal sangue. Chiese alla mia bisnonna un favore molto particolare: le domandò di lavargli l’anima con le lenzuola tipicamente usate dalle lavandaie della notte e di strofinare molto forte su tutto il corpo secondo l’antico rituale della Bean Nighe che con quel gesto simbolico toglieva lentamente anche la vita a chi si sottoponeva a questa pratica. La vita infatti lo abbandonò.
Nei giorni successivi la bisnonna mi raccontò questo terribile segreto ma io ero soltanto una bambina e non sapevo bene come comportarmi, anche perché pochi giorni dopo avermelo raccontato, morì intossicata dai fumi della torba esalati nella sua misera casupola. La mia vita andò avanti. Poi una volta vecchia ritornai a Lerwick e mi imbattei negli strascichi di questa storia.
Avevo scoperto che i bambini azzurri ancora disturbavano con i loro lamenti i silenzi della torbiera di Yell ed allora ho capito che mancava qualcosa di importante per chiudere questa terribile vicenda.

I giorni successivi avvertii le autorità locali e con mezzi di scavo ci recammo al pozzo della villa. Dalle profondità emersero i resti di tre scheletri: due piccoli ed uno più grande. I piccoli erano sicuramente i due fratellini ma il terzo? Non mi ci volle molto tempo per capire che si trattava di David. Probabilmente la vecchia strega aveva nascosto il cadavere del ragazzo nel pozzo, affinché le anime dei piccoli ritrovassero la pace, ma non era bastato. Occorreva dare degna sepoltura a quelle anime sventurate. Vennero seppellite l’una accanto all’altro nel giardino della villa, accanto al pozzo. Da quella notte cessarono i lamenti ed i riverberi azzurri si unirono quella sera in una magnifica aurora boreale che con la sua luce verde, immerse l’isola di Yell dalla costa alle torbiere.

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