LA FATA DISLESSICA

Racconto in concorso

LA FATA DISLESSICA

Di Francesco Mazzucco

Quando il sabato rimaneva sola in casa, il salotto diventava il suo regno: accendeva lo stereo a basso volume, si versava un bicchiere d’acqua con le bollicine e si sedeva a un lato del grande tavolo. Mentre il cane pisolava sul divano, lei prendeva dallo zaino l’astuccio, i quaderni e i libri che le servivano, li disponeva in ordine sulla superficie del tavolo e svolgeva i compiti che le maestre le avevano assegnato per il fine settimana. Quel giorno, aveva tutto il tempo che le serviva e, se avesse sentito la necessità di prendersi cinque minuti di riposo, Tobia sarebbe stato ben lieto di ricevere qualche carezza. Poté quindi affrontare senza timore quell’irritante insieme di simboli che opponevano resistenza ai suoi tentativi di decifrarne il significato.
«Den… tro … una… buca… sot… to… una… gran… de… que… r…cia…».
Quando sollevò il capo e si accorse della donna in piedi vicino alla porta, il primo pensiero che le passò per la mente fu: “Perché Tobia non ha abbaiato?”. Il cane non si era mosso di un centimetro dall’angolo del divano che aveva da tempo rivendicato come proprio; con la bocca semi aperta e la lingua penzoloni, esaminava la donna con uno sguardo mite, senza ostentare alcuna preoccupazione.
«Ti chiami Marina, giusto?», domandò la misteriosa signora, con l’aria di chi conosceva già la risposta. «E tu devi essere Tobia», aggiunse, muovendo qualche passo in direzione del cane.
La bambina osservò stupita Tobia rimanere immobile, mentre la donna gli si accostava. Proprio lui, che non si lasciava avvicinare da nessuno al di fuori di lei e di sua madre, dimenava la coda estasiato mentre la signora gli grattava il dorso.
«Ti domanderai chi sono», chiese la donna.
La bambina la studiò con maggior attenzione. Stimò che fosse di qualche anno più giovane della madre. Era di carnagione chiara, con i capelli lisci color castano scuro che le scendevano sulle spalle e gli occhi marroni.
«Mi chiamo Clara, e sono qui per aiutarti», dichiarò la giovane signora. «Hai per caso perso la lingua?», chiese poi, esibendo un magnifico sorriso. Quando sorrideva le luccicavano gli occhi e diventava bellissima. «Ehi, dico a te!», l’apostrofò con tono gentile.
«La mamma… sta per tornare. Lei non vuole che io parli con degli sconosciuti. Si arrabbierà…».
Clara liquidò con un movimento del braccio le obiezioni della bambina. «A tua madre penseremo poi», affermò. «Avresti voglia di leggere qualcosa per me?».
Il libro di lettura era aperto sul tavolo, dinanzi a Marina; la donna lo prese in mano, gli diede una rapida occhiata, quindi glielo posò nuovamente davanti, appoggiando il dito su una pagina. «Questa è la lettura che devi preparare per casa?».
La bambina era combattuta, ma decise di fidarsi del giudizio di Tobia. «Sì», mormorò, annuendo col capo.
«Non sono brava a leggere», confessò prima di iniziare. «La dottoressa ha detto che sono dislessita».
Alla donna sfuggì una smorfia divertita. «Credo si dica dislessica».
«A scuola mi prendono in giro», insisté la bambina. «Dicono che non so niente, che sono stupida».
«Leggi per me», la incoraggiò Clara.
Come il solito, le lettere parevano vivere di vita propria e si spostavano, alzandosi e abbassandosi, sormontandosi le une con le altre proprio nel momento in cui la bambina era sul punto di leggerle, facendosi beffe di tutti i suoi sforzi. Era arrivata, con gran fatica, all’incirca alla metà del racconto quando Clara, che fino a quel momento era rimasta in silenzio ad ascoltarla, le appoggiò una mano sulla spalla.
«Basta così, per adesso», le sussurrò vicino all’orecchio. Prese il libro in mano e l’appoggiò sul tavolo davanti a sé. «Un attimo di pazienza», mormorò. Quindi, prese da una tasca dei pantaloni un bastoncino nero, grosso come un dito della mano e lungo una quindicina di centimetri. Davanti agli occhi esterrefatti di Marina, lo agitò in aria con dei movimenti circolari, intonando sottovoce nello stesso momento una nenia rilassante, che durò lo spazio di pochi secondi. «Prova adesso», la sollecitò.
La bambina posò nuovamente gli occhi sul libro. «Cos’hai fatto?», chiese sorpresa. «Le lettere sono più grandi, non si muovono più!».
Clara ridacchiò. L’ingenuità e la limpidezza dei bambini la colpivano sempre, ma questa ragazzina le era proprio simpatica. Sarebbe stato piacevole lavorare con lei, rifletté.
Marina intanto aveva ricominciato a leggere. Le parole ora uscivano dalla sua bocca in maniera fluente, senza errori o incertezze. In meno di un minuto lesse l’intero brano. «Grazie», si limitò a mormorare quando giunse al termine, mentre due lacrimoni le scendevano dagli occhi. Ma, della misteriosa signora, non vi era più traccia.
Il sabato successivo, la madre propose a Marina di accompagnarla al supermercato, ma la bambina replicò di sentirsi stanca. Le promise che si sarebbe riposata un po’ e dopo avrebbe fatto i compiti. Le dispiaceva aver raccontato una bugia alla mamma, ma voleva rimanere sola, nella speranza di rivedere Clara. Si sedette sul divano accarezzando distrattamente Tobia, che ronfava lì di fianco. «Tornerà?», si chiese. Continuò a lisciare il pelo del cane, mentre con gli occhi scrutava intorno a sé. Attese a lungo, ma nulla giunse a turbare la quiete del salotto. Quando guardò l’orologio, si rese conto, con stupore misto a rimorso, che la mamma sarebbe tornata da un momento all’altro, e lei non aveva ancora né letto né scritto nulla.
«Non verrà più», borbottò alzandosi. «Forse si è trattato solo di un sogno».
Senza indugiare oltre, avvicinò la sedia al tavolo e prese posto. Osservò per un attimo la pagina che avrebbe dovuto leggere, rabbrividendo per la lunghezza del brano. Non si perse d’animo, e iniziò a leggere. Tutto scomparve intorno a lei: completamente immersa nello sforzo che le richiedeva la lettura, si accorse della presenza della misteriosa donna solo quando giunse al termine della propria fatica. Sollevò gli occhi dal libro e la vide sul divano, placidamente seduta, con una mano che grattava il dorso di Tobia. «Non mi ero accorta che fossi arrivata», esclamò d’impeto. «Avresti potuto anche aiutarmi. Ho fatto tanta fatica per niente!».
Clara continuò imperterrita a carezzare il cagnolino, come se la bambina non avesse aperto bocca. «Mi dispiace Marina, ma non funziona così», mormorò poi, visibilmente contrariata. «Se pensi di rimanere a poltrire in attesa che giunga io a risolverti i problemi, non mi vedrai più».
Marina chinò il capo, mortificata. La donna aveva ragione, anche se non aveva idea di quanto la lettura le costasse fatica.
«Invece lo comprendo, più di quanto tu creda».
La bambina strabuzzò gli occhi. Le aveva letto nel pensiero! Come aveva fatto? Chi era quella misteriosa signora?
La donna sorrise, per la prima volta quel giorno. «Sono una fata».
Attese qualche secondo, studiando la reazione di Marina. «Anche tu lo diventerai», proseguì. «Tua madre lo ignora, ma tuo padre era un mago. È per questo motivo che incontri tutte queste difficoltà nella lettura: non tutte le bambine dislessiche sono fate, ma tutte le fate sono dislessiche, quanto meno da piccole. Si tratta di una particolarità che ci accomuna. Ti aiuterò a superare le difficoltà che incontrerai nell’apprendimento della letto-scrittura, ma solo se ti impegnerai. Adesso sposta un po’ la testa, per piacere». Come la volta precedente, intonò una nenia monocorde e disegnò dei cerchi col bastoncino. «Prova a leggere, adesso», sussurrò.
La lettura risultò fluida e corretta, senza impacci o impedimenti. Quando terminò, la bambina si voltò raggiante di gioia ma, ancora una volta, Clara se n’era andata.

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