NATO DI NOTTE

Racconto in concorso

NATO DI NOTTE

Di Davide Sarti

«Sei un nato di notte – gli ripeteva sempre sua nonna – Possiedi una predisposizione innata per il soprannaturale.»
Ma Demus non ne era molto convinto. Le persone come lui erano troppo scettiche per credere nell’occulto. L’aveva letto nell’oroscopo.
«I-inoltre, se anche quelle c-cose esistessero d-davvero – rispondeva ogni volta alla nonna, balbettando come suo solito – a-avrei troppa p-paura per averci a c-che fare.»
Infatti, tanto Demus possedeva un cuore gentile, quanto era un fifone di prima categoria. Aveva paura di ammalarsi, di venire investito da un’auto, delle pallonate durante l’ora di ginnastica, degli alimenti vicini alla data di scadenza, degli sconosciuti e perfino delle persone che conosceva solo così così.
Perciò un po’ nel soprannaturale non ci credeva e un po’ non voleva crederci. Se avesse avuto anche quello, dove avrebbe trovato le energie per preoccuparsi a sufficienza di tutto?
Successe però che, durante l’autunno della sua seconda superiore, vari ragazzi della zona iniziarono a mostrare un improvviso calo di vitalità. Se inizialmente gli anziani lo liquidarono con un «Date retta a noi, è il cambio di stagione», quando i casi aumentarono visibilmente, questa spiegazione non parve più sufficiente.
«Capita a tutti i giovani che passano vicino al cimitero – dicevano le voci – È come se gli venisse strappato via un pezzo d’anima!»
Ogni volta che Demus incrociava una delle vittime per strada, rabbrividiva al pensiero che potesse capitare lo stesso anche a lui e il suo cuore si riempiva di un genuino senso di dispiacere, amaro come i piatti carbonizzati che sua nonna dimenticava puntualmente sui fornelli.
Finché, un giorno di metà novembre, sua sorella maggiore tornò a casa ricordando più un’ameba che il solito squalo inferocito. Non sbuffava, non gridava e, soprattutto, non postava più video su TikTok. Era spenta, come se qualcuno le avesse risucchiato le energie.
I loro genitori, apprensivi come sempre, la ricoprirono di attenzioni e cure. Ma non ci fu riposo, cibo o medicina che aiutarono la ragazza a riprendersi.
«Demus – lo chiamò un pomeriggio sua nonna, con tono preoccupato – Tu sei l’unico che può farci qualcosa. Ricorda, tu sei…»
«U-un nato di n-notte, l-lo so» concluse il ragazzo, con la pelle d’oca al pensiero di ciò che lo aspettava. Il cimitero era l’ultimo dei luoghi in cui sarebbe voluto andare in quel momento. “Almeno, se muoio di paura, sarò già nel posto giusto” pensò.
Si avvicinò all’attaccapanni tremando da capo a piedi e indossò il giubbotto. Poi, sotto il cielo plumbeo, si diresse a passi lenti verso il cimitero.
Aveva una fifa così blu, che era quasi nera.
Eppure, non poteva più vedere sua sorella in quello stato. Era troppo doloroso. E, ormai, Demus quasi ricordava con nostalgia le sue grida infuriate ogni volta che si rifugiava in camera di lei perché aveva avuto gli incubi.
Il cimitero si trovava nel lato ovest del paese, era piuttosto grande ed era circondato da alte mura in pietra grigia. Quando arrivò davanti al lugubre ingresso, Demus si strinse tra le braccia.
Quale mostro si nascondeva all’interno?
Un assassino? Un pazzo psicopatico? Un dentista?
Con il cuore in gola, il ragazzo spinse il cigolante cancello in ferro ed entrò nello spiazzo d’erba disseminato di lapidi. Non c’era anima viva. Non che fosse strano, trattandosi di un cimitero.
Mentre si addentrava sempre più in quel luogo dall’atmosfera agghiacciante, con lo stomaco che intanto ballava la hula nella sua pancia, successe un fatto che lo fece rabbrividire.
Il ragazzo venne accarezzato da un soffio di vento che sussurrava.
La brezza, infatti, portò con sé una dolce voce infantile, che bisbigliò all’orecchio di Demus una domanda terrificante.
«Mi daresti un pezzo della tua anima…?»
Con il cuore paralizzato dal terrore, Demus si voltò verso quella voce sinistra e vide fluttuare, nell’aria davanti a lui, lo spettro di un ragazzino.
Appariva poco più piccolo di lui d’età e Demus poteva affermare senza ombra di dubbio che il suo corpo era di un’innaturale consistenza semitrasparente.
“Quindi è vero! – pensò, con i palmi delle mani fradici di sudore e un tremendo desiderio di fuggire a gambe levate – Il soprannaturale esiste!”
«Tu riesci a vedermi…!» esclamò stupito il fantasma bambino, avvicinandosi a lui.
Demus, che doveva aver perso la voce da qualche parte tra l’incredulità più completa e il terrore più profondo, spalancò la bocca e annuì meccanicamente col capo.
“Dopotutto, sono un nato di notte, direbbe mia nonna.”
«Che bello! – gioì il bambino, avvicinandosi a lui – È la prima volta che qualcuno mi vede!»
Solo in quel momento Demus notò un particolare agghiacciante.
Il bambino era monco.
Gli mancavano, ossia, vari arti e membra del corpo, che risultavano completamente assenti. E i margini sfilacciati della sua pelle si agitavano nell’aria come smaniosi di ricongiungersi con i pezzi mancanti.
Ma non era tutto.
Gli occhi di Demus si posarono su alcune parti del corpo traslucido del fantasma, che parevano, invece, rattoppate. Sembravano frammenti non originariamente appartenuti a lui.
«C-che… – balbettò Demus terrorizzato – Che c-cosa ti è s-successo?»
«Oh – sospirò il bambino, chinando il capo – Devi sapere che sono stato ucciso in modo così brutale… che la mia anima si è distrutta.»
Demus venne attraversato da un brivido.
“Ucciso?” ripeté nella sua mente.
«Così – proseguì a raccontare il fantasmino – ogni volta che passa di qui qualche ragazzo, prendo un pezzetto della sua. Solo quando la mia anima sarà nuovamente completa potrò proseguire il mio viaggio verso l’aldilà.»
Demus lo fissò ad occhi spalancati, provando un profondo dispiacere verso quell’arlecchino dal sorriso mesto e gli occhi tristi che elemosinava brandelli d’anima, anziché di stoffa.
Osservò il suo corpo monco e i frammenti di spirito strappati ai ragazzi del paese, ciascuno che rifletteva la luce con una differente sfumatura di colore. Tra quei brandelli, c’era anche parte dell’anima di sua sorella.
“Di certo – pensò – deve trattarsi del pezzo dalla tonalità viola infuriato.”
E, d’un tratto, lui, il ragazzo più fifone del paese, sentì l’impellente bisogno di compiere un gesto di coraggio.
«P-perché non prendi la mia
Pose la domanda tutta d’un fiato. Temeva che quell’eroismo potesse sfumare da un momento all’altro, come capitava sempre alla sua voglia di fare i compiti.
Il bambino lo guardò stupito e confuso.
«Come?» domandò.
«P-potresti restituire i pezzi di anima a c-coloro a cui l’hai rubata? – proseguì – In cambio, prendi quanto ti serve dalla m-mia.»
Il bambino continuò a fluttuare sbigottito nell’aria davanti al ragazzo. Strano a dirsi per un fantasma, pareva improvvisamente impallidito. I due erano circondati dal silenzio del cimitero, rotto soltanto dal vento che soffiava sommesso tra le lapidi in pietra.
«No…» rispose infine il bambino, scuotendo il capo.
«C-cosa?» domandò meravigliato Demus.
«Vorrei, ma… Non posso accettare…» mormorò il fantasma, indietreggiando lentamente nell’aria.
«P-perché n-no…?»
Il bambino mise l’unica mano che aveva tra i capelli e scostò il viso.
«Vedi – ammise titubante – la mia anima brama disperatamente la completezza, ma cerco di limitarmi a prendere solo piccoli pezzi di anima per volta… perché…»
Il fantasma tentennò.
«P-perché…?»
«Perché non so cosa succederà dopo…» ammise.
Demus notò delle piccole lacrime luminose solcare le sue guance cristalline.
«Hai p-paura…? Tu, un fantasma?» domandò.
Il piccolo annuì singhiozzando.
«Ho paura di quello che troverò al di là – rispose – Ormai conosco questo mondo, con le sue bellezze e i suoi orrori. Ma se oltre mi attendesse una realtà peggiore…?»
Demus osservò il bambino tremare e, d’un tratto, pensò che loro due erano molto più simili di quanto credesse.
«C-chi è che al mondo non ha p-paura di andare avanti? – domandò – A parte i pazzi che praticano b-bungee jumping, o-ovviamente.»
Con quella battuta, riuscì a strappare al fantasma una piccola risata.
«S-sai, anche io ero terrorizzato all’idea di venire qui – confessò – Ma ora che ho a-affrontato la mia p-paura, c-credo di sentirmi un po’ più forte…»
Il bambino scrutò il ragazzo negli occhi, come a controllare che non gli stesse mentendo. In tutta risposta, Demus gli sorrise.
«A volte, b-basta solo una piccola s-spinta per andare avanti» concluse, allungando una mano aperta verso il fantasma.
“Devo essere impazzito” pensò, nel frattempo. Fino a quella mattina il suo primo pensiero sarebbero state le migliaia di batteri ectoplasmatici con i quali sarebbe potuto entrare in contatto con un gesto simile.
Eppure, ora non gli importava.
Il fantasmino si avvicinò e gli prese la mano.
Nel momento in cui il ragazzo e l’ectoplasma entrarono in contatto, quest’ultimo iniziò a brillare. E, confortato da quel gesto d’affetto, il suo corpo semitrasparente riacquistò pian piano la sua interezza. I frammenti di spirito rubati ai ragazzi del paese si sollevarono in aria e si diressero in volo ciascuno dal suo legittimo proprietario.
«Grazie – disse il bambino, travolto dalla luce che lui stesso emanava – Con le tue parole gentili hai donato coraggio al mio cuore… E ora la mia anima ha ritrovato da sola la sua completezza…»
E, in un lampo, il fantasmino svanì.
Demus rimase immobile per qualche secondo, incredulo, poi si strofinò gli occhi velati di lacrime. Nonostante nel frattempo il sole fosse calato, il cimitero attorno a lui appariva ora più amichevole. Il ragazzo inspirò profondamente, scosse le spalle e si avviò verso il cancello.
Una volta arrivato sulla strada buia, fissò l’oscurità stringendo gli occhi.
«Sono un nato di notte… – disse, improvvisamente orgoglioso, mentre si incamminava con coraggio nel buio e finiva a sbattere contro un cartello stradale – Peccato che non possieda anche la vista notturna
Solo in quel momento, alzando la testa, Demus notò di essere accerchiato da un gruppo di terrificanti spettri fluttuanti. Il più grosso di loro si gettò sul ragazzo a braccia tese e domandò: «Adesso, potresti aiutare anche tutti noi, per favore?»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: