NEL BUIO

Racconto in concorso

NEL BUIO

Di Letizia Sebastiani

Qualcosa mi disturbò mentre dormivo; qualcosa di insistente e fastidioso, e mi ci volle del tempo per capire cosa fosse. Più tempo del solito. La sveglia trillò per almeno due minuti prima che avessi il sentore di dove mi trovavo e potessi spostare un braccio di due tonnellate per buttarla giù dal comodino. Dove finalmente rimase zitta. Volevo dormire ancora. Avevo passato una notte terribile di incubi, intervallati da pensieri nefasti e ora che avevo finalmente trovato riposo non volevo che finisse così presto.
– Oh andiamo Cris, il dovere chiama. Alzati dai – dissi a me stesso, ad alta voce, per cercare di svegliarmi con tutti i sensi. Aprii gli occhi e mi stiracchiai; solo che lo stiracchiamento venne interrotto a metà perché qualcosa bloccò la sequenza dei movimenti che mi ero prefissato. Non vedevo nulla; era buio pesto, buio come se avessi ancora gli occhi chiusi. Il che era assurdo, considerando che la sveglia suona alle 7.00 e che in quel periodo dell’anno alle 7,00 il sole è già bello alto. “Che la sveglia si sia rotta e abbia suonato nel bel mezzo della notte?” Era possibile, dopotutto dormivo con le tapparelle abbassate e capitava spesso di non vedere assolutamente niente la notte; mi sporsi dal letto, cercando di individuare i numeri luminosi della sveglia a terra e capire cosa le fosse preso, ma non vidi nulla: “Sarà finita sotto al letto; che palle”. Decisi di alzarmi per raggiungere l’interruttore della luce; sbattei una decina di volte lungo oggetti disseminati sul pavimento che neanche sapevo ci fossero e quando arrivai sano e salvo all’interruttore, e lo premetti, non accadde nulla. Niente. Click, click, click; buio completo. Nada. “Non è possibile, anche la lampadina fulminata? Ma cos’è, venerdì 17?” Sempre più seccato per la piega che stava prendendo la giornata, o la nottata, ancora non lo sapevo, alzai le tapparelle della finestra della camera e lì capii. Capii che non era un problema della casa, della luce, della sveglia o del sole. Il problema era il mio. Ero diventato cieco! Non vedevo neanche i lampioni che avrebbero dovuto illuminare la strada, la luna o il sole, le luci dei fari delle macchine che sentivo scorrere sotto di me e le persone che sentivo parlare. Non le vedevo.
Ho notato che chiunque perda improvvisamente la vista, per prima cosa, si porta le mani agli occhi, come per accertarsi che ci siano ancora; che quella coltre di buio soffocante non sia data dalla scomparsa degli organi stessi. Feci lo stesso; ci andai con tale violenza che rischiai di cavarmeli da solo, ma erano ancora lì: tutti e due, globulari, solidi e tangibili.
– E allora che cazzo è successo? – gridai alla solitudine del mio appartamento. Sbattei contro altri oggetti non identificati e mi precipitai in bagno dove accesi la luce; sì, l’accesi per modo di dire e andai al lavandino; ovviamente lo specchio non mi restituì nessun’immagine. Diavolo, non sapevo neanche se ci stessi, davanti allo specchio! Aprii il rubinetto e mi lavai gli occhi, certo che un po’ di acqua fresca avrebbe risolto il problema e tolto il velo nero che mi impediva la vista; il fatto è che ero disperato e non avevo idea di cosa fare. “Il dottore. Devo immediatamente chiamare il mio dottore”; ma quando mi voltai per uscire dal bagno vidi qualcosa venire verso di me. Finalmente vedevo qualcosa ma non era una cosa a cui ero abituato. Non era niente che avessi mai visto prima. Poteva trattarsi di una figura umana ma era come se un disegnatore svogliato avesse abbozzato il ritratto e poi si fosse fermato senza aggiungere i dettagli; era indefinito, grigio, informe; ma avanzava verso di me. Indietreggiai terrorizzato e quando toccai la vasca con le natiche mi fermai. La figura mi passò accanto e non mi degnò delle sue attenzioni; poi sparì nel muro.
– Bene. Direi che sto ancora dormendo, e questo è solo un nuovo incubo. Ne ho fatti almeno una dozzina stanotte. Uno più uno meno. Ora suonerà la sveglia e me ne andrò al lavoro come tutte le mattine che Dio manda in terra
Ma invece di suonare la sveglia, mi risuonarono intorno strani suoni gorgoglianti e annacquati. Avevo paura, sì, lo ammetto, vorrei vedere voi, a spasso nelle tenebre, circondato da rumori ribollenti e persone disegnate male. Gridai e mi accasciai al suolo, mentre venivo circondato da quelle strane figure indistinte. Alcune erano sicuramente umane, altre erano troppo grandi o tropo piccole per esserlo ma, perdonatemi, non so proprio descriverle; erano comunque cose informi, difficili anche da cogliere in un intero. Chiusi gli occhi e non le vidi più. Quindi ci vedevo, dopotutto. Non vedevo la mia casa, il mio corpo, la luce o le automobili ma qualcosa vedevo. Feci delle prove aprendo e chiudendo gli occhi ripetutamente. L’oscurità era immutata ma le figure comparivano e scomparivano a ritmo dei miei tentativi. Si comportavano come se non esistessi; come se non mi vedessero, come se fossi nel posto sbagliato, o lo fossero loro. A volte interagivano tra di loro, mai con me. Ma le vedevo e ne ero circondato. Uscii dal bagno stando ben attento a non sfiorarne neanche una con il corpo e tornato in sala, cercai tastoni la porta d’ingresso per aprirla e scappare da lì. Fuori era peggio. Le figure vacanti erano il triplo. Riempivano quegli spazi neri che sapevo essere le strade, erano ovunque attorno e me e corsi di nuovo in casa, barricando la porta. “Non dovrei essere qui”, pensai, mentre mi precipitavo in cerca del telefono, schivando strani globi galleggianti. Lo trovai sul comodino, dove lo avevo messo la sera prima e, a memoria, cercai di digitare il numero delle emergenze. Rispose il rumore bianco delle vecchie tv quando non funzionavano. Era assurdo, non esisteva il rumore bianco nei telefoni. Preso dal panico pigiai centinaia di numeri a caso, scattai foto, feci partire decine di applicazioni ma non riuscii neanche a fare una maledetta telefonata. Con rabbia, scagliai il telefono dall’altra parte della stanza e lo sentii sbattere contro la parete attrezzata del salotto; poi un’ombra filiforme mi passò attraverso e fu in quel momento che svenni. Inutile cercar di indovinare quanto tempo rimasi svenuto, non ci arriverò mai, ma mi svegliò il sole sugli occhi. Ero sdraiato sul tappeto del divano, con un mal di testa estremo e dolori anche alla schiena; mi alzai con uno scricchiolio generale e pensai che non ero più così giovane da poter dormire indenne sul tappeto. Poi realizzai e di colpo aprii gli occhi. Era tutto lì, vivo e luminoso davanti a me: i mobili, i quadri, il sole, la polvere che scivolava sui raggi che entravano dalla finestra. Spaziai con lo sguardo per individuare e riconoscere tutti gli oggetti familiari della mia casa. Sapete, chi riacquista la vista non mette le mani davanti gli occhi, per non tapparli di nuovo e perdersi così momenti preziosi; vidi il telefono a terra e lo raggiunsi carponi. Mi stavo convincendo che fosse stato davvero un brutto incubo. Era tanto tempo che non mi capitava di andare in giro la notte ma da piccolo avevo sofferto di sonnambulismo e quindi non potevo escludere che… Mi bloccai; il telefono funzionava ancora e appena lo accesi mi si parò davanti la foto di un essere informe e velato che guardava dritto nell’obbiettivo.

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