NELLA GLORIA DEL MALE

Racconto in concorso

NELLA GLORIA DEL MALE

Di Carlotta Leto

Sedeva sul trono da ore ormai. Ne saggiava i robusti braccioli di ferro, si sistemava meglio contro lo schienale imbottito e inclinava la testa guardando fuori dalla finestra aperta. Osservando il cielo, i suoi occhi andavano in cerca di libertà; irrequieti, riflettevano il grigio delle nuvole. La freddezza che emanavano era solo un’abitudine, l’inerzia di una vita al comando, e solo un occhio attento avrebbe potuto intuire la sofferenza che si celava nelle loro insondate profondità.
Aveva imparato in fretta a indossare con orgoglio la sua Corona di Ossa e Spine. Aveva costruito il suo impero sulla forza, la crudeltà e l’odio. Aveva massacrato eserciti, impiccato sudditi e svuotato il suo cuore da ogni pietà. Aveva fatto il bagno nel sangue dei suoi nemici e bevuto il fiele agrodolce della vittoria.
L’Elfo Nero, lo chiamavano, il Distruttore di Anime. Lo acclamavano condividendo con lui il gusto per il sangue; veneravano il suo spietato comando e idolatravano il velo di ferocia con cui amava circondarsi. Era il loro Signore, e credevano che fosse soltanto quello, un tiranno.
Nessuno sapeva, nessuno conosceva la verità che si celava dietro i lunghi anni di sofferenza e morte che aveva inflitto. Nessuno intravedeva quella solitudine che era diventata sua fedele compagna. Era costato caro quel trono, e una folla di rimpianti si agitava come fantasmi impigliati tra le spire acuminate di quella maledetta corona.
Nessuno aveva mai visto il bambino che insieme ai suoi fratelli, Gentilia e Lealtya, correva nei campi degli Orchi Bianchi, ridendo a crepapelle mentre scappava dalle grinfie magiche del vecchio mago di corte. Nessuno si ricordava del ragazzo che componeva versi nelle Grotte delle Fate, al chiarore rossastro dei funghi-stella. E nessuno aveva mai visto le lacrime amare che aveva versato, nella religiosa austerità della sua stanza, quando suo padre lo aveva scelto come successore.
Era bastata una frase, pronunciata in tono solenne, otto parole, e il succo dolce della sua esistenza si era condensato in una gelatina viscida e fredda. «La Corona di Ossa e Spine sarà tua.» E lui, Mefilia, aveva tremato.
Una volta accolto su di sé il Sigillo del Male, tutto era cambiato, e ora i tempi della sua spensieratezza erano soltanto un ricordo sbiadito. Nella sua mente, osservava il ragazzino felice che era stato come se non facesse più parte di lui, come se quel bambino fosse stato solo un ospite gradito della sua infanzia, che si era fatto cortesemente da parte una volta che il Sigillo aveva portato alla luce l’adulto malvagio che era diventato.
Strinse forte gli occhi. Meglio io che i miei fratelli, meglio io che i miei fratelli, meglio io che… Da due secoli non passava giorno in cui le parole di quel mantra non finivano per accavallarsi nella sua testa. Perché anche se il Sigillo del Male aveva cancellato per sempre ogni sua debolezza, la sofferenza era rimasta. Tutto il dolore che aveva causato in quei lunghissimi anni si era raccolto sul suo spirito, e ora infilava i suoi gelidi artigli nelle profondità della sua anima. D’altronde quello era parte del prezzo che ogni sovrano doveva pagare.
Il Regno di Krassia, famoso per le sue Sorgenti di Buio, era sorto sulle rovine di uno dei più antichi templi delle Terre Unite. Il culto ombroso della Dea Vipera aveva prosperato indisturbato per anni, prima che la stirpe dei Kholia – la nobile casata di suo padre ­– distruggesse le mura malate di quei santuari blasfemi. Era stato allora che la voce strisciante e seducente della Dea aveva avvolto la mente dei suoi antenati in una morsa senza via di scampo. Così era stato stipulato un patto: i Kholia avrebbero per sempre preso dominio su quelle terre, a condizione di diventare servi della Dea Vipera e schiavi del Male.
Mefilia aggiustò meglio la corona sui capelli corvini, lunghi fino alla vita, e tornò a studiare il cielo, dove ora era comparso un enorme corvo dal becco argentato.
L’animale gracchiò il suo allarme nell’aria fredda dell’inverno, poi si posò sul davanzale di pietra, accanto al suo padrone.
L’Elfo Nero prese il pezzetto di pergamena legato con cura intorno alla zampa dell’uccello, dunque lesse con avidità. L’espressione si distorse nella rabbia, quando scoprì che suo figlio Urya era riuscito a fuggire nei Territori Incantati, oltrepassando il confine del regno; nella fuga, aveva ucciso due dei quattro Orchi Assassini che aveva mandato sulle sue tracce.
Con un gesto fluido poggiò la mano intorno al collo del corvo e lo spezzò, apprezzando con un brivido il rumore secco delle ossa che andavano in frantumi. Maledetto sia il giorno in cui è nato, pensò.
Urya era così, meschino ed egoista, e per questo aveva scelto lui come suo erede al trono, il nuovo portatore della Corona di Ossa e Spine, sicuro che quell’indole oscura gli avrebbe giovato una volta diventato sovrano. Il Solstizio della Fondazione si avvicinava, e ormai i tempi erano maturi per morire e lasciare il regno nelle mani del prossimo Elfo Nero. Ma ora che lui era scappato, assecondando la sua folle codardia, la scelta era obbligata, e sarebbe ricaduta su Amarya, la sua splendida bambina.
Come invocata da quel pensiero, sua figlia scivolò silenziosa nella sala. Il vestito porpora accarezzava le sue curve armoniose e i capelli, corvini come i suoi, erano intrecciati sulla testa per mettere in risalto il collo sottile. Come sarebbe facile spezzarlo… considerò Mefilia.
«Notizie, padre?» domandò cortese la fanciulla.
Guardala, le punte sulle orecchie sono a malapena sbocciate… Ci vorrà ancora molto tempo prima che diventino lunghe e acuminate come le mie… Eppure molto presto quell’innocenza sparirà per sempre dai suoi lineamenti, pensò ancora, privo però della compassione che un tempo gli avrebbe stretto il cuore.
«Tuo fratello se n’è andato», annunciò lapidario.
Amarya non sembrò sorpresa. «Dunque è così…»
Mefilia accarezzò le piume nere del corvo morto, arruffate e smosse da una leggera brezza. «Il suo destino non è più in mio potere, tuttavia i tempi sono ormai giunti», disse.
Amarya non vacillò, ma chinò il capo per nascondere la paura. «Toccherà a me?»
Il Distruttore di Anime la fissò, implacabile, e pronunciò quelle stesse parole che avevano rovinato la sua vita. «La Corona di Ossa e Spine sarà tua.»
Tutte le candele nella sala si spensero in un soffio e un sibilo compiaciuto invase il vuoto: la Dea Vipera approvava la scelta. Ora non c’era più salvezza: la decisione era definitiva. La figlia avrebbe fatto la stessa fine del padre.
La giovane elfa si inchinò al suo cospetto. «Nella gloria del Male», sussurrò.
Mefilia sospirò e d’un tratto si sentì vecchio, molto, molto, molto vecchio. Riportò la sua attenzione sul cadavere del corvo, contemplò per alcuni lunghi attimi la bellezza della morte, quella pace che presto avrebbe abbracciato anche lui. Alla fine chinò il capo, abbandonandosi sul trono. «Nella gloria del Male.»

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