DENTRO IL LAGO

Racconto in concorso

DENTRO IL LAGO

Di Daniela Lalleroni

Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo: era stata fortunata, aveva il posto accanto al finestrino.
Sarebbe stata un po’ fuori dalla mischia dei passeggeri. Il “rituale”, che non conosceva, aveva richiesto tutta la sua attenzione dandole, a tratti, un senso di inadeguatezza. Dopo un tempo che le era sembrato interminabile e tutte le formalità, l’imbarco.
Teneva un libro tra il busto e le braccia conserte, alla stregua della coperta di Linus. Lo aveva già letto “Il colore dell’anima” e ne era rimasta così affascinata da ritenerlo un ideale compagno di viaggio, colmo di poesia e colori, l’avrebbe aiutata a controllare le ansie “strada” facendo.
C’era un rumore di fondo, un brusio.
Guardava i passeggeri prendere posto; accanto quel giovane che continuava a muoversi sul sedile in cerca di una comoda postura. Un ragazzone dal viso disteso e dalla corporatura massiccia, dentro una giacca fucsia portata con disinvoltura. Lei aveva una fissa per i colori.
“Ci stiamo preparando al decollo, vi invitiamo a controllare che la cintura di sicurezza sia correttamente allacciata, che il tavolino sia sollevato e bloccato e che il vostro sedile sia in posizione verticale… Vi auguriamo buon viaggio” tuonò ad un tratto l’altoparlante.
Finalmente!
“Piacere, Alvin. Va in America?” chiese il suo vicino sorridendole. “È la prima volta?”
“Veramente è la prima volta che volo” rispose freddamente Arianna.
Non aveva certo intenzione di fare quel viaggio chiacchierando con uno sconosciuto. Voleva assaporarne ogni attimo.
La giornata era limpida, piacevole. I tetti, le case, i monumenti, paesaggi che cambiavano continuamente. Laggiù, piccoli e grandi insediamenti umani e la natura a tratti fusi dalla distanza. Era bello guardare tutto dall’alto, un continuo mutare di colori, sfumature, tonalità. I raggi del sole che generavano mille riflessi. Pian piano la tensione si sciolse, la mente si fece quieta, il corpo si rilassò nella beatitudine per ciò che gli occhi vedevano e il cuore sentiva.

Si era appisolata? Ebbe un sussulto, tutto era mutato; erano dentro una coltre di nuvole. Come galleggiare in un mare di onde rarefatte con grigi di mille tonalità. Sorrise tra sé e sé pensando ai mille grigi di Perugia d’inverno; quello del cielo e quello “grifagno” delle pietre dei palazzi medievali, la gioia di camminare per i vicoli e sentire sulla pelle la carezza del vento mai assente sull’acropoli della città.
Ai primi segni di una consistente turbolenza, la paura la attanagliò. Il pensiero delle conseguenze in caso d’incidente e la consapevolezza di essere impotente di fronte agli eventi, l’impossibilità di avere il controllo della situazione e la sua difficoltà di affidarsi ad altri, presero il sopravvento.
Un’esperienza tremenda.
La quiete fu interrotta, qualcuno stava male e molti erano in preda al panico. Per un attimo, dal finestrino contro in quale era premuta, intravvide un lago. Uno spettacolo irripetibile di contrasti di colore: i rossi delle montagne sullo sfondo e le aride tonalità di bianco delle rive senza vegetazione di quella conca d’acqua di un azzurro intenso. Era il lago Mead? Ricordò di aver letto che nel 1948 un B-29 si era schiantato contro le sue acque e giaceva ancora sul fondo. Cercò febbrilmente il giubbotto di salvataggio sotto il sedile: non fu fortunata.
Pensò alla sua famiglia. Le sembrava quasi di averli accanto, premurosi come quando era bambina, mentre scivolava nella profondità del lago; non sapeva nuotare. Il rumore si attutì. Fu buio.

Sentiva la sciarpa di seta lambirle delicatamente il viso, come una carezza. Era la nota femminile che si era concessa sul completo pantalone, la sua tavolozza dei colori, il “cordone ombelicale” per resistere.
Doveva fare in modo che l’acqua che la circondava diventasse il liquido amniotico della vita intrauterina. Esperienza nota alla sua mente, quindi da far riemergere, adattare, utilizzare in questo nuovo contesto.
Non c’era vento sott’acqua. Le mancava.
Doveva rallentare, non correre dietro al tumulto delle emozioni, provare a ragionare. Dare forma ad una strategia, non consentire alla mente di andare a zonzo o in letargo.
Ripensò a quando in casa camminava al buio con le mani protese verso gli oggetti per dare spazio a tutti i sensi: esercitare il tatto per riconoscere le superfici ruvide o lisce, calde o fredde, sentire gli odori delle cose, ascoltare gli scricchiolii della casa.
Ora, doveva allertare tutto il corpo per percepire suoni o vibrazioni e capire dove si trovava. Far tesoro del suo vissuto per stabilire il da farsi. Doveva dare alla mente libertà di esplorare nuovi territori.
Doveva accettare quel buio e quel freddo, ammortizzare la sensazione sgradevole di galleggiare come in una gelatina che pian piano penetrava nella testa congelando i suoi pensieri e contrastare il disagio che sentiva. Impedire all’acqua di entrarle nei polmoni. Avrebbe cominciato con esercizi di concentrazione per favorire il rapporto di influenza reciproca tra il corpo e la mente.
Sentiva, a tratti, un borbottio sommesso, un parlare accanto a lei, di cui le sfuggiva il senso. Alvin e gli altri passeggeri dove erano finiti? Non percepiva intorno a sé richieste di aiuto, lamenti, presenze disperate. Ma uno strano senso di attesa.
Era preda di continue visualizzazioni che duravano pochi attimi. Cercava disperatamente di stare agganciata a quelle immagini che si perdevano all’improvviso, per capire come riemergere.
Vide una città sommersa finita a dormire con i pesci: fondamenta, scalinate, oggetti abbandonati, sentì la presenza di esseri umani muti ed immobili, se non per piccoli segni che le inviavano con le mani, di cui non comprendeva il senso. St. Thomas? Amici, nemici? Non era sola.
In una situazione normale, la solitudine non le sarebbe affatto pesata, anzi ne aveva a tratti necessità. Era un tipo con un carattere chiuso, un po’ introverso che preferiva alle persone la musica e la lettura. Le piaceva la sua malinconia, le consentiva di guardarsi dentro ed ascoltarsi, comprendere sé e capire meglio gli altri.
Sottoposto alle oscillazioni della corrente, poco distane, un piccolo accampamento Navajo e una giovane coppia: Niyol “vento” con una piuma bianca tra i capelli raccolti in una treccia, segno del suo valore, e Sahkyo “visone”. Seduti uno accanto all’altra in posizione piramidale, le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia, si guardavano come fuori dal tempo e dallo spazio. Sorridenti, in attesa. Un’immagine un po’ sfocata dal tremolio dell’acqua.
Erano lì, da quando partiti dall’Arizona verso la riserva con il resto della tribù, erano stati sommersi dal lago.
Aveva paura di riposare. A tratti percepiva il suo corpo fuori dall’acqua, preda di tremori e sudorazione diffusa, una respirazione affannosa, mancanza d’aria, nausea, una sensazione d’inquietudine e la paura di perdere il controllo. Sudore e gelo si alternavano. Da quanto era lì?
Continuava a sentire un brusio vicino, ma indistinto. Quel rumore di fondo che non permetteva al silenzio di penetrarla. Come quando a casa, all’alba, apriva la finestra respirava l’armonia universale e si stupiva di quanto fosse ricca di suoni la voce del silenzio.
Punto, linea, punto… segnali luminosi, bagliori dentro la testa. La mente li rileva, ma non riesce a decodificare.
Che bello potersi parlare, condividere uno stesso codice, pensò, ma non si fece prendere dallo scoramento. Doveva cercare di capire.
Consapevole delle tante risorse che non sappiamo di possedere, pose la sua attenzione sulle informazioni conosciute, ma non utilizzate nel quotidiano.
Di nuovo… punto, linea, punto… contò gli impulsi luminosi, cercò di analizzare le differenze tra essi. E se fosse qualcuno addestrato al codice Morse?
Allora ( . – . ) corrisponderebbe alla lettera ( R ) pensò Arianna, e provò a rispondere (.-) punto, linea (A) e attese.
Punto, linea, punto…
. – . | — | -… | . | .-. | – (Robert) le segnalazioni luminose che ricevette la indussero a pensare di essere in contatto con qualcuno di nome Robert.
.- | .-. |.. | .- | -. | -. | .- (Arianna) rispose mentalmente.
Sperò che l’energia, la forza, la concentrazione che aveva usato per lanciare quel segnale non si disperdessero e si trasformassero in impulsi luminosi nella mente di qualcuno in grado di decodificarli, come era successo a lei.

Robert era il capitano del B-29 che si era schiantato contro le acque del lago nel 1948. Sei ore su una zattera, l’aereo affondato, conservava un legame speciale con quel luogo. Spesso riviveva quei tragici momenti; aveva “sentito” la muta richiesta di aiuto di Arianna ed aveva provato a mettersi in contatto con lei con la sola forza dell’immaginazione.
L’ultima cosa che Robert fu in grado di pensare, prima di svegliarsi, fu
.-. | . | … | .. | … | – | .. (resisti), ma non ci fu tempo per percepire il grazie di Arianna.

Dal fondo del lago aveva trovato una interazione, creato energia e sinergia, aveva costruito ponti tra umani. Doveva essere resiliente utilizzando la mente allenata alla calma.
C’era di nuovo quel sottofondo, come un’orazione, un salmodiare a bassa voce che non riusciva a decifrare: doveva farsi coraggio e guardarsi intorno. Sentì la sciarpa di seta scivolarle lontano e nel tentativo di riprenderla anche il libro le sfuggì di mano. In quel movimento, si sentì toccare. Allora non era sola!
Doveva assolutamente rendersi conto di ciò che stava vivendo e istintivamente aprì gli occhi. Non era in fondo al lago, ma nel suo letto. Cercò di mettere a fuoco la realtà: la stanza era in penombra, intorno visi cari e preoccupati. Lei inerme.
Qualcuno le toccava lievemente la fronte asciugandole piccole gocce di sudore gelato. Era stanchissima, estranea a se stessa, quasi come se in fondo a quel lago ci fosse finita davvero.
Percepì un sospiro lieve a lungo trattenuto. Era riemersa, ritornata alla vita. Il viaggio sarebbe stato ancora lungo, ma l’isolamento era terminato.

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