DIVORARSI

Racconto in concorso

DIVORARSI

Di Giulia Savarelli

Parte Prima: Idea

Mimico l’aveva notata da quasi un anno. Durante le ore di lezione Idea sembrava avere la testa persa in spazi paralleli, mondi onirici che nessuno, a parte lei, avrebbe potuto varcare. Scriveva nel suo diario, invece di prendere appunti. La penna guidava le sue mani e le contorceva tanto da donare la vita a schizzi contorti su pagine bianche. Era allora che Mimico cominciava a sentire la fame. Era ingordo di quei fogli scarabocchiati, di quelle linee di inchiostro nero che gli aprivano lo stomaco e trasformavano la morsa dei suoi denti serrati nella bocca di una creatura feroce. Poi la guardava suonare la chitarra o imbrattare altri fogli con colori acrilici, durante la mezz’oretta dedicata al pranzo. Idea pareva non avere mai fame. Restava sola, con la sua musica, i suoi tubetti pieni di colore, i capelli neri e corti mossi dall’aria e gli occhiali da vista che le facevano arricciare il naso. Idea non mangiava, durante la mezz’oretta dedicata al pranzo, né si degnava di alzare lo sguardo in direzione di Mimico. Dal canto suo, il ragazzo non sapeva sedare la gola. Avrebbe inghiottito spartiti e masticato arcobaleni, se solo Idea lo avesse lasciato entrare per un secondo dentro quegli occhi di carbone.
Immerso in tanta maniacale indifferenza, Mimico provò ad emulare ogni gesto compiuto da Idea per attirare la sua attenzione. Iniziò a scrivere versi che lasciavano intuire il vuoto dentro lo stomaco, disegnò in modo maldestro il ritratto di colei che avrebbe voluto avvicinare alla sua bocca e storpiò tutte le sette note soffiando dentro un flauto dolce. Idea, però, rimaneva dentro il suo universo senza accorgersi di poggiare i piedi sullo stesso spazio di Mimico e a lui non restava che ingoiare il suo profumo troppo lontano.

Parte Seconda: Siena Rosso

Aveva sentito qualche voce riguardo l’arrivo di una nuova persona nel suo stesso corso, ma fino a quel giorno Mimico non l’aveva mai incontrata.
“Appartiene a te questo foglio?” chiese Siena Rosso stringendo fra le dita una poesia spiegazzata “Credo che sia caduto dal tuo quaderno”.
Mimico arrossì davanti a quel prepotente incendio che per la prima volta gli si parava davanti: capelli di Ibisco, lentiggini di zucchero e labbra di ciliegia.
Non ricevendo una risposta, Siena Rosso cominciò a declamare:
“Sono pronto a mendicare
Poche briciole del tuo corpo da mangiare
Le mie dita intrise dei tuoi occhi pieni di miele
Sarebbero mani girovaghe fra capelli di liquirizia
E il tuo silenzio mi asfissia
Mentre cannibale sembro di te.
Il mio peccato di gola
La tua intera persona che mi ignora
Mentre la fame freme, urla, mi divora.
Abbatti le tue mura
Che un odore lontano non basta
Se non è il sapore dell’intera tua figura.”
Il recitare enfatico di Siena Rosso ammutolì tutti i presenti. Aveva una voce dal gusto delicato ma deciso. La voce di chi ammazza i silenzi per poi farli resuscitare ancora più prepotenti. E mentre tutti tacevano ammirando Siena Rosso dalla testa ai piedi, un unico applauso si levò fragoroso, ed era quello di Idea.

Parte Terza: Idea, Siena Rosso, Mimico

Funzionavano in tre e soltanto in tre riuscivano a percepirsi. Siena Rosso sapeva dare voce alle parole di Mimico che altrimenti mai avrebbero raggiunto Idea. Quest’ultima tornava coi piedi per terra ascoltando quel suono ormai familiare. Mimico si incastrava negli occhi di due persone e Siena Rosso poteva vantarsi di avere già due amici.
Si cominciò a parlare molto di loro. Di quella triade surreale, quasi divina e troppo spesso inarrivabile. Presi uno ad uno erano particolari ma non belli. Visti assieme parevano luce accecante, fuori controllo. Si cominciò a dire che fossero strani, che facessero cose strane e proprio per questo un giorno Mimico propose di fare davvero qualcosa che fosse fuori dal comune. Disse: “Facciamo ciò che ci riesce meglio”.
“Parlare?” propose Siena Rosso, sapendo di avere una voce incantevole.
“Suonare?” continuò Idea, strimpellando la chitarra.
“Ho detto fuori dal comune” disse ancora Mimico senza saper trattenere un sorrisetto amaro.
Allora un’espressione seria invase i volti di Idea e Siena Rosso. C’era soltanto una cosa fuori dal comune che a tutti e tre sarebbe riuscita benissimo: mangiarsi a vicenda. Sapevano di essere golosi, ingordi, voraci. Pronti a strappare all’altro tutta la bellezza sfoggiata in ogni minimo dettaglio. E così fu.
Siena Rosso cominciò a parlare utilizzando le parole di Mimico. Le stesse parole fecero minuziosamente a pezzettini la voce di Siena Rosso e poi vennero divorate dalla musica che Idea creò stuzzicando le corde di una chitarra. Proprio lei iniziò a disegnare e a dipingere i corpi degli altri e questi ingoiarono acrilici e li digerirono sottoforma di nuove parole e di altri timbri vocali. Quello che crearono fu un banchetto pieno di prelibatezze: ognuno metteva sopra il tavolo tutto ciò che poteva donare e lasciava che la propria qualità, il proprio segreto divenisse cibo per i commensali. I tre si ripetevano l’uno con l’altro che era solo un gioco, che nulla di male sarebbe successo. Forse si sarebbero sentiti pieni, troppo pesanti per aver assaggiato di tutto. Non poteva essere facile alzarsi da quelle poltrone immaginarie e camminare con un’enorme pancia. Eppure, arrivarono a graffiarsi la pelle e a tirarsi i capelli, litigandosi le briciole di un dessert ormai giunto al termine. La voce di Siena Rosso si levò in uno strillo, le parole di Mimico divennero ingiurie e si spezzarono in una chiave stonata le corde della chitarra di Idea.
Dentro di sé ripeterono ancora una volta che nulla di brutto sarebbe potuto accadere. Lo dissero anche nel momento in cui cominciarono a percepirsi vuoti, sfiniti, distrutti dalla loro stessa fame.
Quel tavolo prima imbandito a festa sembrò il ritratto di un campo di battaglia: tutt’intorno vi erano sedute vite rase al suolo.

Parte Quarta: Mimico

Era un ragazzo ma somigliava a un pasto lasciato troppo tempo sotto al sole, abbandonato a marcire. I capelli castani come spaghetti integrali ormai scotti e gli occhi verdi, due pistacchi sbucciati. Mimico aveva ancora fame ma aveva ormai assaggiato tutto. Il suo stomaco brontolava, le sue gambe non si reggevano in piedi, magre come gli stecchini di due spiedini. Idea e Siena Rosso lo fissavano con gli occhi opachi e vuoti. Mimico raccolse tutte le sue forze e con un mezzo ghigno provò a fare la scarpetta ammucchiando tutto ciò che era avanzato. Quando della bellezza e dell’arte non vi fu più neanche l’odore, allora iniziò a divorare sé stesso.

Parte Quinta: Tutt’intorno

Aveva un aspetto diverso l’aula in cui erano soliti studiare. Le pareti erano imbrattate di colore e se si fosse prestata abbastanza attenzione si sarebbero potute scorgere tre figure intrappolate dentro a quel caotico arcobaleno. Ogni banco vantava una poesia scarabocchiata con inchiostro indelebile. C’è chi giura di aver sentito sussurri lontani recitare quelle stesse parole, mentre una chitarra di nuovo accordata racconta la storia di coloro che cedettero se stessi a quel famelico vizio capitale.

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