I CINQUE STAGNI

Racconto in concorso

I CINQUE STAGNI

Di Ivan Mondo

Erano rimasti cinque stagni, o buche, come le chiamavano da quelle parti. Un tempo quasi ogni cascina ne aveva una, poi con il passare degli anni e l’arrivo dell’acqua corrente avevano perso la loro indispensabilità ed erano spesso considerate alla stregua di allevamenti di zanzare.
Cinque però resistevano: la buca di Maiocco, la buca di Martin, quella della Bomba, la buca del Bricchetto e la buca dei Lillà.
La buca di Maiocco si trovava sul lato est di una casa arancione diroccata a mezza costa, tra l’argilla rossa di quella terra da mattoni. La casa era abbandonata da oltre trent’anni, quindi la vegetazione aveva decorato quello stagno a suo piacimento. Un salice piangente dominava su cespugli di prugnolo e qualche albero di biancospino, quattro ontani erano cresciuti in ciascuno dei punti cardinali e le loro radici erano accarezzate da felci ed equiseti.
Linda partiva sempre dalla buca di Maiocco per fare il suo giro. Dopo aver passato almeno un’ora a osservare quel che accadeva vicino allo specchio d’acqua, pian piano tornava sul sentiero che scendeva leggermente dalla collina e camminava per circa venti minuti, prima di incontrare la buca di Martin. Si chiamava così perché se si aveva la pazienza di aspettare, all’alba era possibile scorgere un martin pescatore fissare l’acqua, in attesa di una preda. Questa buca era situata in un luogo piuttosto insolito, lontana dalle case, con un parete di terra che scendeva ripida sulla sua sponda settentrionale. Era quasi tutta all’ombra, gli alberi qui erano potuti crescere indisturbati per decenni, tanto che per abbracciare una delle sei farnie intorno allo stagno non bastavano due uomini. Qualche acero montano provava a crescere all’ombra di quelle querce, mentre il sottobosco era popolato da rose canine e mirtilli selvatici. Il profumo del muschio avvolgeva tutto. Il tronco di un olmo, caduto chissà quanti temporali prima, faceva da ponte tra una sponda e l’altra ed era ormai diventato una città per funghi.
Linda si fermava un po’ di più alla buca di Martin, perché il profumo era buono. Poi si spostava ancora più a valle, per andare a vedere la buca della Bomba. In paese la chiamavano così perché, secondo quella che non era altro che una leggenda, era stata formata da una bomba sganciata per errore da un aereo alla fine della guerra. Non era così. Quello era lo stagno che era utilizzato dalle lavandaie durante i bei tempi, quelli che per fortuna se ne erano andati, e infatti, osservando con attenzione, era possibile vedere ancora la pietra su cui si sfregavano gli indumenti o le lenzuola.
Fatta una breve sosta alla buca della bomba, Linda risaliva l’altra collina, per raggiungere la buca del Bricchetto, che si trovava quasi in cima alla salita, al centro di una piccola area pianeggiante. Questo stagno era in mezzo a un prato, con l’erba sempre alta e sempre di un verde sfrontato; c’era solo un grande pioppo bianco, sulla sponda meridionale, che garantiva un po’ di ombra a chi voleva sedersi ad ascoltare il placido rumore dell’acqua mossa dal vento.
Il giro di Linda finiva con la visita alla buca dei Lillà, non lontano da una grande casa a due piani, con un terrazzo enorme, non abbandonata, ma visitata solo poche volte all’anno dai discendenti di quella che era stata l’unica famiglia quasi nobile del paese. Probabilmente quello stagno faceva parte dei giardini di quella casa che era quasi una villa e questo spiegava i lillà che lo proteggevano dalla vista di chi passeggiava lì vicino. Linda aveva però visto che c’era un punto in cui era possibile infilarsi e di lì guardava quell’acqua, la più limpida di tutte.
Linda faceva il giro degli stagni quasi tutti i pomeriggi, se il sole l’accompagnava. Le piaceva anche andarci d’inverno, specialmente quando il ghiaccio metteva a dormire l’acqua. E lo faceva sempre da sola o almeno così pensava. Un pomeriggio di metà primavera, con i gattini del salice che avevano creato un tappeto di nuvola sul pelo dell’acqua della buca di Maiocco, a Linda parve di scorgere la figura di una donna, dietro i cespugli di prugnolo; le era parsa una donna anziana, con un vestito blu scuro, ma quando decise di fare due passi verso di lei, la perse di vista, anche perché doveva stare attenta a non pestare i mughetti che facevano festa intorno a lei. Continuò il suo giro, verso la buca di Martin che in quel periodo dell’anno non era in ombra come al solito, perché le querce dovevano ancora mettersi il vestito e il sole aveva ormai abbandonato l’invernale timidezza. Si sedette su una roccia di arenaria tonda, probabilmente un termine per delimitare il confine della proprietà, alla base del tronco che univa le due rive dello stagno, inalò profondamente l’aroma di muschio e germogli e si mise a osservare gli insetti nel terreno. Era un gioco che faceva sempre. Gli insetti non sono facili da scorgere, ma se si lascia lo sguardo fisso su un punto, senza davvero guardarlo, accade quasi una magia, perché si cominciano a intuire piccoli movimenti, foglioline che si spostano, file di formiche, coccinelle che fanno prove di volo, lucertoline che prendono il sole… basta fissare, senza guardare.
“Vuoi prendere il mio posto? Io sono stanca…”
Linda fu distolta dal suo sguardo sul terreno da una voce calma, leggermente roca, ma morbida. Si voltò e vide a pochi metri da sé la signora anziana con il vestito blu, che le sorrideva.
“Mi scusi?”, sussurrò Linda.
“Metti una mano in acqua e capirai.”
Linda esitò, poi si chinò e immerse la mano destra nell’acqua. Avvertì una scossa piacevole, come il caldo di un’emozione, si sentì attrarre verso lo stagno, ma non riusciva a controllare il proprio corpo. Si era resa conto di aver tenuto gli occhi chiusi e provò quindi a riaprirli. Si ritrovò in una bolla dal colore non definibile, le sembrava giallo ma, guardando in alto, intuiva dell’azzurro; c’era una sorta di penombra, non riusciva a capire se stesse nuotando o volando. Vedeva il suo corpo fluttuare, ma da lontano, come se il suo sguardo si fosse separato da esso. Intorno le sembrava ci fossero occhi che la guardavano, occhi di animali, pesci, salamandre, bisce d’acqua, rane, tritoni: la osservavano volare in quel liquido primordiale e a Linda sembrava che avessero un’espressione benevola, umana. Il giallo era illuminato da una luce azzurra che veniva dall’alto, una luce che partiva da cinque piccoli soli dalla forma irregolare. Aveva cominciato a riprendere il controllo del proprio corpo e con qualche colpo di braccia riusciva a muoversi agevolmente, non sentiva il bisogno di respirare, come se assorbisse l’ossigeno attraverso la pelle e non i polmoni. Osservò meglio i soli in alto e riconobbe le forme dei cinque stagni: era la luce che passava attraverso di essi a creare quel mondo giallo e caldo, popolato da sguardi di animali.
Linda sentì una mano sulla spalla e le parve di risvegliarsi.
“Hai visto?”, chiese dolce la donna dal vestito blu.
“Ho visto, ma cosa ho visto?”
“Hai visto i cinque soli che permettono la vita in quel mondo giallo che esiste da quando i tempi erano ancora nella notte. È un mondo fragile però, che ha bisogno del nostro aiuto, del tuo aiuto. Io sono stanca, voglio andare a dormire. Sono anni che ti seguo nelle tue passeggiate, speravo che fossi tu la persona giusta cui affidare questo compito e poco fa mi hai dimostrato che lo sei. Hai visto cosa hai visto perché il mondo giallo ha permesso che tu lo vedessi. Si fida di te.”
Linda era disorientata, era convinta che la donna col vestito blu non ci stesse con la testa, eppure ricordava bene il fluttuare in quel mondo giallo, gli occhi degli animali, l’intreccio delle radici degli alberi, i girini che le facevano il solletico mentre lei ballava nell’acqua.
La donna col vestito blu sembrava che seguisse i pensieri di Linda e accennò un sorriso.
“Stai cominciando a capire, Linda.”
“Forse sì, rispose la ragazza. Ma perché il mondo giallo ha bisogno di noi, di me?”
“Il mondo giallo è un mondo fragile. Può esistere a una sola condizione: deve esserci una persona, e una sola, che sia disposta a credere alla sua esistenza.” La donna blu accarezzò Linda sui capelli, si diresse verso lo stagno e, invece di sprofondare nell’acqua, svanì come nebbia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PromoSanValentino
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: