IL SILENZIO DELLA FALENA

Racconto in concorso

IL SILENZIO DELLA FALENA

Di Francesco Merli

Quel sabato sera Robert era intenzionato a non staccarsi dal pc per nessun motivo al mondo. Aveva deciso di finire di scrivere quel dannato articolo per tenersi libero il fine settimana.
Prima di incominciare l’ultima revisione del pezzo sulla vecchia fabbrica di TNT si stiracchiò sulla sedia, si alzò dal pc per sgranchire un po’ le gambe e andò prendere una birra fresca in cucina.
Ripensava, nel mentre, a ciò che aveva scritto e se quella si sarebbe rivelata, finalmente, la volta buona che quella storia venisse presa sul serio: a Point Pleasant lo scheletro della fabbrica di dinamite, o meglio, di quella che oramai era una mera struttura fatiscente, non veniva ancora smantellato nonostante le proteste dei cittadini per adibirne lo spazio occupato a qualcosa di più utile. L’intero complesso era in disuso, ormai, fin da prima della fine della Seconda guerra mondiale.
Con la bottiglia ghiacciata in mano, Robert tornò nel salotto e alla scrivania dove lavorava, teneva accesa solo una lampadina, a luce calda e tenue che, sorretta da un braccio flessibile, puntava sulla tastiera, amava essere circondato dal buio quando lavorava.
C’era qualcosa però che non gli tornava, un rumore insolito, come di un frullio d’ali, leggero, ma persistente. Cercò di scovarne l’origine e nei pressi della finestra vide una grande falena battere le ali contro il vetro. Cercava di uscire e si agitava disperatamente alla ricerca di uno spazio che potesse condurla alla libertà.
Robert raggiunse la finestra e l’aprì. «Vai, libera nel vento e sotto il chiaro di luna». Il lepidottero trovò facilmente la strada della libertà e svanì presto nella notte mentre Robert rimase affascinato da quanto rumore avessero prodotto quelle piccole ali contro la finestra rispetto a quanto risultassero silenziose durante il volo.
Nel piccolo giardino esterno c’era quiete e il cielo era limpido. Si vedevano abbastanza bene anche le stelle e Robert pensò che l’acquisto di quella casa, isolata e leggermente fuori città, avvenuto un anno prima, fosse stata una delle scelte migliori della sua vita.
L’orologio digitale al polso si illuminò ed emise due piccoli avvisi acustici segnalando lo scoccare della mezzanotte. Richiuse la finestra mentre il vento cominciava a soffiare più forte.
«Il tempo vola», si disse, «sarà meglio finire e andare a letto». Si sedette nuovamente alla scrivania. Nemmeno il tempo di aprire il file che udì il forte stridio di una macchina sgommare, seguito allo sbattere di una pesante portiera, provenienti dall’esterno della casa.
Qualche secondo dopo qualcuno prese a menare sul legno della porta d’ingresso in maniera forsennata. «Rob!». Chiamava la voce di un uomo attutita attraverso il portone. «Sono Curt! Apri questa dannata porta, per l’amor di Dio!».
Robert corse ad aprire e non appena ebbe girato la manopola il suo migliore amico, Curt Stein, si precipitò oltre la soglia quasi travolgendolo e richiudendosi la porta alle spalle in tutta fretta. Era molto affannato, madido di sudore, e respirava cercando di riprendere fiato. Sembrava sconvolto.
«Curt, non ti vedo da sei mesi e ti pare questo il modo di farmi visita? A quest’ora? Ne hai combinata un’altra delle tue?».
«Rob, ci sono altre porte in questa casa? Finestre, botole, soffitte o che so?». Domandò Curt, come se non lo stesse ascoltando.
«Certo. Che razza di domande fai, è una casa». Robert lo guardava con aria indagatoria. «Ti sei fatto, per caso?».
«Dove sono?!». Curt aveva gli occhi sgranati.
«Che il cielo ti fulmini! C’è la finestra della cucina… quella della mia camera e quella del salone. Mi vuoi dire che cos’hai?».
«Scusa, ti spiego tutto ma dobbiamo sbarrarle e chiamare la polizia».
«Cominci a farmi preoccupare sul serio».
«Mi segue, Rob». Curt lo prese per le spalle, «stava seguendo la macchina, capisci, forse è qui…».
«Chi?».
«Non lo so cos’era era… qualcuno. O forse qualcosa…». Corse alla finestra più vicina a guardare verso l’esterno mentre parlava. «Ero in macchina, rientravo in città stanotte, dopo aver finalmente concluso quel contratto a Richmond. Cantavo insieme alla radio per rimanere sveglio, ero in viaggio da un sacco di ore ma non volevo fermarmi. Poi la radio ha cominciato a dare i numeri. Mescolava le stazioni, gracchiava. Ho accostato per vedere cosa fosse successo, ho traccheggiato parecchio ma non sono riuscito a farla rifunzionare e quando ho rialzato lo sguardo oltre il parabrezza, pronto a ripartire, illuminata dalle luci dei fari, sul bordo strada c’era quella cosa che camminava verso di me. È reale Rob, te lo giuro, l’ho visto con i miei occhi!».
«Quale “cosa”?».
«Hai sentito parlare degli ultimi avvistamenti in queste zone…».
Robert prese a ridere di cuore. «Diamine Curt, posso capire i vecchi giù al pub di Cohen, i ragazzini che già inventano storie sul fantomatico “mostro” che da mesi sembra comparire attorno alla città, ma che ora ci creda anche tu…». Strani avvistamenti da un po’ di tempo giravano sulla bocca dei locali. Robert non ci aveva mai creduto.
«Rob… Non sto scherzando. L’ho visto sul serio. Era—».
«L’uomo falena?». Suggerì lui sollevando le sopracciglia.
«Sì! Diamine Rob… non so come spiegartelo. Che devo fare per farti credere a quello che dico?».
«Puoi rimanere qui stanotte. Vedo di—». 
«Rob se sono qui è perché la tua è la prima casa lungo la strada principale! C’è quella cosa lì fuori. Chiamalo come ti pare ma ti assicuro che mi stava inseguendo e ho pensato di chiederti aiuto». Sospirò arreso. «Ho fatto una cavolata, avrei dovuto cercare di tirare dritto». Si portò una mano alla fronte. «Viaggiavo sui centoquaranta, anche di più… mi stava dietro lo stesso, non volevo crederci. Un essere che volava, ma non sbatteva le ali. Ho sentito un ronzio crescente e poi uno un forte stridio sul lato posteriore della carrozzeria. Ho premuto sull’acceleratore e mi sono rifiutato di vedere dove fosse. Magari, dopotutto, l’ho seminato».
«Curt, di’ la verità, hai bevuto stasera?».
L’amico si strinse il viso fra le mani.
«Ora datti una calmata. Eri stanco, magari hai visto un gufo, da queste parti ne è pieno. Il grande gufo cornuto, per esempio, può raggiungere i cinque chili. Un uccello da cinque chili! Siediti un attimo. Ti prendo una birra». Robert si diresse in cucina mentre Curt si poggiava, rigido, su una poltrona.
Quando tornò in salone si trovò innanzi a uno spettacolo piuttosto insolito: Curt era rannicchiato a terra su un tappeto e si copriva le orecchie, disperato. Nella stanza prese a riverberare un suono strano, un ronzio metallico che diveniva sempre più forte.
Sullo schermo del pc di Robert presero a comparire delle linee di disturbo e la luce della scrivania si accendeva e spegneva. «No, il lavoro per domani!». Corse al portatile mentre si domandava da cosa provenisse quel suono che si faceva sempre più forte. Imprecò quando il pc si spense. Si volse verso l’amico per controllare come stesse, lo trovò in piedi con lo sguardo stralunato e la bocca aperta, il labbro inferiore tremolante, pallido come un cadavere. Il ronzio era cessato di botto.
«È qui!». Curt indicava la finestra del salone.
Robert si volse seguendo la linea del dito. Un’enorme ombra si agitava sul muro a lato destro della finestra. Robert sorrise. «Curt… è solamente l’ombra di una falena».
«È lì! Ti dico che è lì. L’ho visto». Non riusciva a stare fermo sui piedi. «Io me ne vado Rob. Fa’ come ti pare».
«Curt, stai dando i numeri, renditene conto». Robert parlò al vento. L’amico si precipitò fuori senza chiudere la porta e si infilò nel grosso suv. Robert gli corse dietro.
«Sali in macchina Rob! Non ti aspetto». Gli aveva urlato Curt, guardandosi intorno e sollevando il finestrino. Quando lui aveva scosso il capo in risposta, Curt era partito sgommando e Robert era rimasto a fissarne gli stop posteriori svanire lontano. Gli era parso che vi fossero dei profondi segni sull’auto, proprio al di sotto del lunotto posteriore.
Soffiava un vento forte e le piante attorno frusciavano. Per strada non c’era anima viva e a rischiarare l’esterno della casa e la via che vi passava vicino era rimasta solamente la luce della luna.
Gli è dato di volta il cervello, pensò Robert, percorrendo il viale per rientrare in casa. Raggiunta la porta, rimasta socchiusa, udì un rumore di vetri infranti ed ebbe un istante di esitazione. Rimase immobile, con la mano sul pomello e le orecchie tese pronte a captare un qualsiasi movimento. C’era silenzio assoluto. Entrò.
Percorse l’ingresso a passi lenti e misurati. Sin dal corridoio d’ingresso riusciva a vedere perfettamente la finestra del salotto, era rotta e aveva un’anta che sbatteva, vedeva anche l’ombra gigante della falena sul muro interno, continuava a roteare contro la piccola lampadina.
Quando arrivò sulla soglia della stanza si accorse della moltitudine di fogli sparsi trascinati dal vento che ora soffiava in casa e che agitava le tende del salotto lasciandole fluttuare, sinistre, nella corrente.
Robert avvertì un fremito lungo la schiena e quando si volse dal lato della poltrona avvertì una fitta allo stomaco e sentì le proprie viscere aggrovigliarsi. C’era una figura vagamente antropomorfa, di circa due metri d’altezza, che si teneva in postura eretta, le gambe e la spina dorsale leggermente arcuate, il colore era grigio antrace e dietro la schiena si intravedevano due ali scure tenute ripiegate. Aveva mani e braccia, o delle specie di zampe più che altro, ma non le vedeva bene celate alla vista dalla poltrona. Quello che però gli raggelò il sangue più di ogni altra cosa furono gli occhi, due occhi di un rosso vivo che riverberavano all’altezza in cui un uomo comune avrebbe il petto, come se il capo nel quale si aprivano e chiudevano quei terribili occhi rimanesse incassato all’altezza delle spalle, direttamente nel torace.
«Oh Cristo…».
I due occhi rossi baluginarono e presero ad avanzare verso Robert mentre un forte ronzio metallico riempiva la stanza e due grandi ali membranose si dispiegavano, schiudendosi, nel salone.

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