LA SETTIMANA DELL’INVERNO

Racconto in concorso

LA SETTIMANA DELL’INVERNO

Di Marcella Ricci

Pianura Padana, 20 gennaio 2098

Sono seduto dietro al vetro, ad aspettare.
Ho appena compiuto novantun’ anni, e chissà se mai riuscirò a vedere il nuovo secolo che si sta affacciando… come tutti i vecchi, mi sembra ieri quando mi sentivo giovane e forte, pieno di aspettative ma anche di paure. Quelle paure che in parte si sono verificate, in parte no, forse più per fortuna che per la lungimiranza della razza umana.
La settimana dell’inverno sta per arrivare, almeno così hanno decretato i meteorologi, e io non stacco i miei occhi stanchi e miopi dal cielo plumbeo. La meteorologia ha fatto passi da gigante, ormai riesce a determinare il giorno esatto in cui inizierà il periodo che aspetto con trepidazione, e che forse potrebbe essere l’ultimo della mia lunga vita. I pochi arrivati alla mia veneranda età, come me, attendono con gioia e spavento, più per paura di non riuscire a vivere abbastanza per vederne un’altra, questa settimana che giunge solo una volta all’anno, ormai da quasi cinquant’anni.
Ma ricordo quando l’inverno esisteva, quando era freddo per tanti giorni all’anno, quando, nonostante i danni climatici fossero ormai evidenti e conclamati, anche se negati da alcuni stolti potenti, l’inverno esisteva. Ormai viviamo in un’eterna primavera, o forse un autunno prolungato, non so mai come considerare questa stagione lunghissima che non cambia più, da ottobre a maggio. Ricordo che anche i miei genitori e i miei nonni, già negli anni ‘20 di questo secolo, quelli segnati dalla pandemia di un nuovo virus, dicevano che “non esistono più le stagioni”. Eh sì, non esistono più, o meglio non ne esiste più una, quella che io in realtà amavo più di tutte, perché ancora ricordo quando sulle montagne c’era la neve, quel manto bianco che luccicava al sole e che non smettevo di guardare.
Quando nacque il mio primo nipote i ghiacciai sulle Alpi, ma anche nel resto del mondo, si erano ormai quasi completamente sciolti… e la neve non la vedeva più nessuno, i miei figli e i miei nipoti non l’avrebbero mai vista, viveva solo nei miei ricordi, nei miei racconti quando ne parlavo.
Sposto lo sguardo dal cielo allo sterminato campo coltivato davanti alla mia casa: questo clima così mite per mesi ci ha permesso di tornare all’agricoltura, adesso coltiviamo frutta tropicale tutto l’anno, melanzane, peperoni, insalate anche in gennaio e febbraio. Ah, una cosa che ho perso è mangiare la verdura che più mi piaceva: cavolfiori, verze, broccoli… non crescono più, e quindi addio ad alcuni dei miei piatti preferiti. Anche la vite non ha resistito ai cambiamenti climatici repentini, e sono ormai trent’anni che in Italia non si produce più vino… sembra pazzesco, ma se mi concentro e chiudo gli occhi, riesco ancora a sentirne il sapore!
Ricordo quando iniziammo a progettare i primi grandi dissalatori per utilizzare l’acqua del mare… fu inevitabile, l’acqua dolce era quasi completamente scomparsa, dato che i ghiacciai non esistevano più, i fiumi e le falde si erano seccati. Il grande Po, che avevo avuto la fortuna di studiare a scuola, era ormai scomparso da tempo, la sua sorgente lassù sul Monviso si era esaurita con l’ultimo ghiacciaio evaporato. Se non altro il mio primo figlio e io avevamo fatto in tempo a vederlo quando ancora le sue acque solcavano la pianura e la modellavano. Ma da decenni la sua foce è occupata dal mare, che ha invaso quasi un terzo dell’Italia, entrando nei letti vuoti dei fiumi, come artigli minacciosi, trasformando gran parte delle terre fertili in paludi salmastre inutilizzabili. La mia famiglia e io siamo fortunati, siamo ancora tutti qui, ma il resto dell’umanità non ha avuto la stessa sorte: il cambiamento è stato così veloce e devastante che metà della popolazione del pianeta non ce l’ha fatta. In Italia siamo ormai meno della metà rispetto al numero di abitanti di quando nacqui io, nel lontanissimo 2007.
Il mio lavoro di ingegnere, impegnato nella costruzione degli immensi dissalatori, ci ha assicurato una vita più che agiata rispetto a molti altri. Diciamo che siamo sempre riusciti, più o meno, a mangiare e ad avere acqua da bere. Sembra stupido, sì, ma ormai da decenni queste due cose, nella civile Europa, non sono più così scontate…
Dalla mia finestra si scorge anche il grande impianto di panelli fotovoltaici per l’energia, l’unico modo che ci è rimasto per far lavorare i dissalatori e la tecnologia, e per raffreddarci un po’ durante le estati sempre più infuocate. Petrolio, gas naturale, combustibili nucleari sono finiti da tempo, nonostante gli avvertimenti lanciati addirittura un secolo fa. Ci resta solo il sole, se non altro questa fonte pulita e sicura sta migliorando la qualità dell’aria.
Vengo distratto dai miei pensieri da un passero che sfreccia davanti alla finestra; alcune specie sono sopravvissute, altre sono scomparse insieme alla vegetazione che non poteva sopportare l’assenza di una delle quattro stagioni. Sono scomparse come la neve sulle montagne, in silenzio, lasciando il posto ad altre creature, che pian piano, forse, ridisegneranno il volto del pianeta.

Quest’anno la settimana dell’inverno è iniziata ieri: è l’unico periodo in cui possiamo ricordare la quarta stagione perduta, quella che i giovani, ma anche i meno giovani, non hanno mai visto e non vedranno mai più. Quando racconto loro che i miei genitori, e i miei nonni, avevano dodici settimane d’inverno quasi non ci credono! L’hanno studiato a scuola, ma sentirlo raccontare da me sembra loro ancora strano, come se fosse una favola per bambini un po’ sciocchi. E nessuno di loro ha mai toccato la neve, ha mai visto quel manto bianco che io amavo, quei fiocchi gelidi scendere dal cielo candido, che si appiccicavano sul viso e sulle mani, e che coprendo tutto trasformavano il paesaggio in un candore irreale. Hanno visto solo fotografie e filmati, sì, ma non è proprio la stessa cosa, come dico sempre!
E quando la settimana dell’inverno arriva, mi siedo alla finestra e attendo… attendo che arrivi, attendo che i nostri meteorologi dicano la parola magica, quella che ormai non si sente più da tanto tempo… arriverà la neve.
Sono più di vent’anni che non la vedo, e sembra che questa volta, stranamente, succederà… il mio vecchio cuore riuscirà a sopportare questa emozione? I miei nipoti vedranno finalmente la neve, o resterà solo un mio lontano ricordo che nessuno farà rivivere?
All’improvviso, forse evocata dai miei pensieri, dal cielo bianco e carico di nuvole scende qualcosa… e non è pioggia. Mi alzo, prendo il bastone ed esco dalla mia casa, senza neanche indossare l’abito pesante, che tiro fuori ormai solo nella settimana dell’inverno.
Mi fermo, non sento freddo, voglio assaporare sulla pelle i candidi fiocchi ghiacciati che cadono, voglio sentirli sul viso e nel mio cuore, non importa se mi prenderò una polmonite, voglio lasciarli mischiare con le mie lacrime calde.
La settimana dell’inverno è ormai un regalo che il nostro pianeta ci riserva, forse ancora per poco, un regalo a un’umanità che non se lo merita. Un dono che ci dovrebbe ricordare i nostri errori, e ricordarci sempre che cosa abbiamo perso.

Una risposta.

  1. Elena ha detto:

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