NEL BOSCO DI KERRIOTH

Racconto in concorso

NEL BOSCO DI KERRIOTH

Di Elena Donda

Gli abitanti del villaggio non passavano volentieri attraverso il bosco di Kerrioth.
Vecchie voci narravano che era abitato da un’entità malvagia, e chi per forza doveva passare da quelle parti tirava il cappuccio sulla testa e spronava il cavallo. Il posto doveva il suo nome ad un valoroso guerriero, che era stato considerato disperso da quelle parti per causa della sua stessa madre, la strega.
In realtà negli ultimi tempi non si era mai sentito di un incidente in quel luogo. L’unico, a memoria d’uomo, era quello occorso allo stesso Kerrioth. Durante una notte d’autunno era stato inseguito da tre uomini fino al cuore della foresta, e lì ucciso. Il vecchio Dalmot nel villaggio diceva di aver sentito le urla di disperazione della strega fino alla sua capanna, ma nessuno gli dava bada. Tutti sapevano che era pazzo, e le guardie del Re avevano affermato che la megera avesse maledetto il figlio, facendo scomparire il suo corpo.
Elsphir viveva in quel bosco. Non conosceva altro, da quando era bambina. Era stata allevata dalla nonna in un capanno di legno e muschio vicino al crocevia. La vecchia aveva sempre abitato lì, crescendo prima il figlio, poi lei.
Elsphir aveva conoscenza di piante e di animali, poca delle persone. Le capitava di rado di osservare, nascosta tra gli alberi, piccoli gruppi di viandanti che si affrettavano a passare il crocevia. Nessuno passava di là da solo. Ne ascoltava avidamente le parole, immaginando una vita che non conosceva. Da qualche anno era completamente sola, dopo che la nonna era morta. La vecchia le aveva lasciato precise istruzioni dopo la sua dipartita: doveva portarne il piccolo corpo consumato in una grotta sulla sommità della collina e coprirne l’ingresso con delle pietre. Non doveva fidarsi della gente, e mai avrebbe dovuto parlare con un uomo.
Rimpiangeva i tempi in cui c’era la nonna a farle compagnia: le aveva insegnato tutto ciò che aveva bisogno di conoscere per vivere. Rare volte le raccontava eventi accaduti nel Regno, si interrompeva subito quando vedeva lo sguardo di desiderio negli occhi della nipote. Si rendeva conto che una bambina non poteva essere completamente felice con una vita di solitudine, ma aveva perso la fiducia nella gente…
Anche Kerrioth, suo figlio, era cresciuto con lei. Allora però non erano completamente isolati: la vecchia era nota come una curatrice, esperta di erbe, e molti del villaggio andavano da lei per un consiglio. Si lasciò convincere da un mercante, che aveva intuito le capacità del giovane, a dare al figlio un’istruzione adatta alla sua età: acconsentì a mandarlo a corte, insieme ad altri ragazzi, come scudiero. Kerrioth divenne un valente cavaliere, il Re lo teneva in gran conto, era stimato da tutti i suoi compagni. Egli, tuttavia, non dimenticò la madre: appena poteva andava al capanno per trascorrere qualche giorno con lei. Fu così che conobbe la gioia e la rovina della sua vita.
Quando si recava nel bosco, il cavaliere dismetteva i suoi abiti per vestirsi in modo più semplice. Accompagnava la madre a raccogliere erbe, e mentre chiacchierava con lei si divertiva a guardare gli animali, amici della sua infanzia. Un giorno, dopo un lungo percorso fino alla sommità della collina, vide una figura esile scappare verso le grotte. A nulla valsero gli incitamenti della madre a lasciar perdere e tornare indietro: Kerrioth era come stregato, voleva capire chi fosse quell’essere misterioso.
Si lanciò all’inseguimento, le grotte erano distanti. Strani suoni si diffondevano nell’aria, quasi come un canto. Sempre più attratto dall’arcano, perse la cognizione del tempo. L’oscurità stava ormai scendendo, non aveva possibilità di ritrovare il cammino. Il mattino seguente osservò le tracce sul terreno, una serie di impronte leggere portavano all’ingresso di un antro. Avvicinandosi, il canto che aveva sentito la sera prima si faceva più fioco. Pensando ad una creatura ferita, non esitò ed entrò passando il varco. Non c’era l’oscurità che si aspettava, all’interno. Un debole chiarore si rifletteva sulle pareti di pietra, a terra una donna morente. Senza indugio la raccolse tra le braccia, e correndo si diresse verso il capanno di sua madre. L’erborista era già rientrata, in attesa del ritorno del figlio. Quando lo vide rimase sgomenta: conosceva la natura dell’essere che aveva tra le braccia, sapeva che, anche salvandola, avrebbe segnato il suo destino. Cos’altro poteva fare? Farla riportare indietro avrebbe condotto suo figlio alla pazzia, e la creatura sarebbe morta comunque.
Decise di curarla.
Era uno spirito dei boschi. Questo spiegava la sua bellezza ultraterrena, l’ammaliamento del figlio, il canto di morte disperato. Era stata colpita da una freccia avvelenata, un cacciatore di frodo doveva averne scambiato il movimento tra le fronde per quello di un animale. Le armi degli uomini avevano effetti nefasti su questi esseri puri. Avrebbe dovuto estrarne la punta e cercare di rianimarla con la sua sapienza.
Riuscì a convincere Kerrioth a tornare al villaggio, mentre lei si sarebbe presa cura della ragazza. Il guerriero si struggeva d’amore per la giovane, a malincuore se ne separò, lasciandola comunque in mani fidate. Ormai era vittima dell’incanto, non avrebbe potuto vivere separato da lei.
Edeless, questo il nome dello spirito dei boschi, era di nuovo in vita. La vecchia era riuscita a guarirla, ma ora non poteva più tornare tra i suoi pari. Avrebbe dovuto continuare la sua esistenza in un mondo che non le apparteneva, rimanendo nella capanna con colei che l’aveva salvata.
Kerrioth ormai conduceva una vita a metà: gli impegni di corte lo avrebbero tenuto lontano dal bosco, e lui sempre più di frequente abbandonava il villaggio per andare da Edeless. Questo accadeva a chi subiva la Magia.
Quando la giovane si fu ripresa completamente, Kerrioth insistette per portarla con sé: non poteva starne lontano. A nulla valsero le preghiere della madre, ormai il loro destino era compiuto.
Per i primi tempi al villaggio la coppia condusse una vita felice. La bellezza e la bontà di Edeless conquistarono tutti. Ebbero una bambina, il cui splendore era paragonabile a quello di una fata. Fu dopo la nascita della piccola che iniziarono le preoccupazioni. Il Re di allora si era invaghito della giovane, e con lusinghe e minacce cercava di farla sua. La ragazza, spaventata, decise di prendere la figlia e di rifugiarsi con lei nel bosco. Alla sua scomparsa il marito intuì dove poteva essersi nascosta e partì alla sua ricerca. Era però sorvegliato da alcune guardie fidate del Re, che lo inseguirono.
Edeless sentì l’avvicinarsi della tragedia: lasciò la bimba alle cure della suocera e cercò di nascondersi nella grotta dove era stata salvata. Nella corsa disperata verso la cima, sentì i cavalli al galoppo, vide il suo amato inseguito da tre cavalieri, fu testimone della sua uccisione. Il dolore la travolse, e la sua vita non continuò. Come accade a quelle creature, un bagliore accecante come l’esplosione di una stella concluse la sua esistenza terrena.
La vecchia erborista lo vide, sapendo la fine. Ed un urlo di dolore scosse le fronde del bosco, fino ad arrivare al villaggio. Il Re colpevole diede ordine di far sparire il corpo di Kerrioth e allontanò dal Regno i tre esecutori.
Elsphir non conosceva la storia dei suoi genitori, ma Dorgun, il figlio di una di quelle tre guardie, sì. Molti anni dopo la disgrazia si ritrovò a passare dal crocevia, da solo. Veniva da un altro villaggio e non era stato cresciuto nella superstizione. Sapeva la storia dal delirio di suo padre, che negli ultimi anni di vita aveva l’animo devastato dalla colpa di aver ucciso un innocente e provocato la morte di una fata. Vaneggiamenti di un vecchio, forse. Ma un fondo di verità c’era, e voleva scoprire il possibile. Voleva in qualche modo portare ammenda a quel misfatto, se fosse stato reale, ed espiare così il delitto compiuto dal genitore.
Stava cavalcando lungo il sentiero quando la vide: un’aura di luce la circondava, aveva una bellezza soprannaturale. Elsphir non udì il cavallo che si avvicinava, quando se ne accorse era tardi per nascondersi. Dorgun le parlò.
Elsphir ricordò la raccomandazione della nonna, ma quello sconosciuto le infondeva fiducia. La solitudine la stava spegnendo, non aveva più a cuore rimanere in vita così.
Dorgun narrò di villaggi, di cavalieri e di un Re. La ragazza era affascinata dalle sue parole. Quando le disse che stava cercando una strega, descrivendo dettagli che aveva sentito tempo addietro, Elsphir iniziò a piangere silenziosamente. Aveva capito di chi stava parlando, e scoperto finalmente la storia della sua famiglia.
Quando il giovane seppe che la curatrice era morta da anni si avvilì. Tutto il suo cammino per pagare il debito di suo padre era stato inutile.
La ragazza allora gli propose di andare alla grotta dove la vecchia era stata sepolta: avrebbe potuto rivolgerle una preghiera, sperando così di sollevare il suo spirito.
S’incamminarono quindi verso il luogo.
Un vento rabbioso soffiava mentre si inerpicavano sulla sommità del colle, era in arrivo un nubifragio. Con difficoltà raggiunsero i pressi della grotta, ed un’esplosione li fermò. Pietre rotolavano verso di loro, una frana innaturale voleva fermarli. Lo spirito della strega non amava gli uomini.
Ma la giovane, nei cui occhi si rifletteva il lampo della tempesta, si mise a correre verso il pericolo, attratta da una forza a cui non sapeva dare un nome.
Dorgun la inseguì senza riuscire a fermarla: la trovò, in ginocchio davanti alla grotta la cui entrata era libera dalle pietre. Un bagliore proveniva dal suo interno, ed una voce, quasi un canto, le stava parlando.
Era lo spirito di Edeless, che aveva visto il turbamento nel cuore di uno degli uomini che avevano distrutto il suo amore. Ora il debito era stato pagato. Elsphir, metà donna, metà spirito dei boschi, era libera. Dorgun depose nella grotta la spada di suo padre, e portò la giovane via con sé verso una nuova vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PromoSanValentino
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: