NOTTE BRAVA

Racconto in concorso

NOTTE BRAVA

Di Francesco Ceccacci

Non sarei mai dovuto andare da quella puttana; ero stato attratto dalle sue tette perfette, da togliere il fiato, i suoi seni erano turgidi e irriverenti, stavano su dritti come pennacchi. Mi aveva ammaliato con i suoi occhi color zaffiro e con le sue natiche sode. Faceva ondeggiare il suo culo marmoreo avanti e indietro in un movimento ipnotico; mi persi in quelle forme, me ne innamorai perdutamente e non riuscii a trattenermi. Ardevo dal desiderio di toccarla, di accarezzare la sua pelle liscia come seta di baciare quelle labbra morbide e carnose, la idealizzai come la donna giusta per me, la donna della mia vita.
Quell’angelo si esibiva dietro un grosso vetro progettato per resistere alle migliori armi della galassia. Quel vetro incastonato in un vicolo stretto e sordido sembrava un diamante grezzo inglobato nella scura e fredda roccia.
Davanti alla vetrata si era formato un gruppetto voyeur che la fissavano con occhi bramosi, pensando se quella vista valesse il prezzo del biglietto. Lei era probabilmente una term, nei sotterranei il novanta per cento delle prostitute erano term, ovvero biorobot avanzati in tutto e per tutto uguali agli esseri umani.
Da lì non riuscivo a vedere la differenza, ormai erano fatte talmente bene che neanche più al tatto si riconoscevano, la pelle sintetica era come quella vera, avrei dovuto aprirla o alzargli i capelli e vedere la sua nuca per capirlo.
L’unica differenza esteriore che i term avevano con gli esseri umani era un piccolo foro, un punto per l’upgrade e l’accesso al software; era situato nella parte dove avrebbe dovuto esserci il cervelletto.
Siamo stati io e mio padre ad inventare i primi prototipi. Mio padre, lui sì che era un genio. I primi robot umanoidi li inventammo noi. Riuscimmo a codificare un insieme di sistemi complessi che ci permise di realizzarli, peccato che un fottuto imprenditore senza scrupoli ci fregò il brevetto: Thomas Trent, che andassero a farsi fottere lui e la sua multinazionale; ora qualsiasi biorobot sulla galassia porta il suo marchio. È per questo che si chiamano T.E.R.M: Trent Entità Robotiche Mobili, ma ora non voglio parlare di questo.
Mi convinsi ed entrai nella stanzetta della musa che avevo davanti, lei coprì la vetrata con uno specchio e mi fissò con i suoi occhi color turchese, era così bella da togliere il fiato, mi scordai fosse un artefatto umano.
Con me fu dolce e delicata ma io non durai neanche dieci minuti.
Una volta uscito mi sentivo svuotato privo di qualsiasi significato. Perché c’ero andato? Perché mi ero illuso che possedere quella term avrebbe potuto redimermi dai miei peccati, cancellare le mie colpe, perché?
Non odiavo i term, anzi, ero dell’idea che fossero più simili a noi di quanto la maggior parte dell’opinione pubblica dicesse, il problema ero io, continuavo ad andare in cerca di cose che avrei dovuto trovare dentro me stesso, avrei dovuto farmi le domande giuste, e invece continuavo a girarci intorno.
Il vero problema era che non mi andava di farmi quelle domande, di affrontare me stesso, di vedere chi ero veramente.
I sensi di colpa mi aggredirono come le trivelle dell’Unione aggrediscono il suolo lunare, mi sentii marcio e sporco, ero sceso qui sotto per bearmi dei postumi di una notte brava ma mi sentivo andare a picco come uno di quei grossi massi che cadono dalle montagne ferrose di Capsio per poi finire in acqua fragorosamente.
Stavo nuotando negli abissi e non riuscivo a tirarmi su. Dove cavolo era finito Red! Quando lo cercavo non lo trovavo mai e quando volevo stare da solo era sempre lì a rompere i coglioni.
Cercai di ripercorrere la serata mentalmente: era iniziata un paio di ore prima. Io e il mio amico stavamo passeggiando per i vicoli sotterranei di NewTown. Quei budelli sordidi e volubili, pieni di criminalità e perversione erano un toccasana per l’anima. Spesso andavamo là sotto per una boccata d’aria inquinata, per la mia parte oscura era come respirare aria di montagna; per la mia voglia animalesca per la mia anima irriverente quello era il paradiso. Odiavo i fighetti dei piani alti, incravattati nei loro colletti immacolati, nelle loro aviomacchine di lusso, sembravano tante mosche intorno ad uno stronzo fumante. Nei sotterranei era diverso, non c’era un essere uguale all’altro, le persone davano sfogo alla loro creatività in tutte le eccezioni della parola. Gli innesti biorobotici andavano per la maggiore: uomini con tre o quattro braccia, gambe in titanex, telecamere olografiche al posto degli occhi.
Ero famoso qui sotto, in molti mi conoscevano come Utor Cage, il figlio di Robert Cage l’inventore dei biorobot. In tanti erano passati sotto le mie mani per farsi installare i loro nuovi innesti scintillanti o farsi riparare circuiti obsoleti, ma il motivo che mi portava nei sotterranei non era il lavoro, ci andavo per sfamare i miei demoni e per farlo non c’era posto migliore di questi capillari di cemento che si diramavano sotto la grande New Town, qui dove pochi uomini della superficie osavano immergersi, qui dove la Ghida aveva i suoi migliori affari. Prostituzione, droga, scommesse, le grandi e nerbose mani della Ghida gestivano ogni singolo centimetro di questi budelli, era un mondo a sé, un mondo a parte dove io mi ero completamente immerso insieme al mio unico vero amico di sempre: Red.
Lui non aveva certe pulsioni. A lui bastava riempirsi il bicchiere del peggior liquame che producessero illegalmente qui sotto, lo sorseggiava con avidità stringendolo nelle sue piccole zampe canine, dopo i miei innesti era decisamente più un uomo che un animale ma dall’esterno era in tutto e per tutto un cane con denti e zanne in titanex. Se avesse voluto avrebbe potuto sgranocchiare sbarre di ferro come fossero crackers. Era una testa calda, anzi bollente, il suo strano modo di camminare produceva nella gente risolini e commenti ironici, Red non ne faceva passare uno, non aveva paura di scatenare una rissa anzi, dopo quello di ubriacarsi il suo massimo godimento era quello di azzuffarsi.
Mi trovò seduto su di uno scalino che portava ad un portone buio e malmesso, aveva avuto sempre un gran fiuto per trovarmi.
«Che cazzo ci fai qua per terra?» mi disse.
«Sto riflettendo» risposi con un’aria cupa.
«Andiamo a bere qualcosa».
«Che c’è da festeggiare? Io non ho nessuna voglia di festeggiare!»
«Falla finita brutto imbecille, levati quel muso del cazzo e vieni a berti qualcosa!» Quella sequela di insulti mi riprese come una secchiata di acqua fresca. Mi alzai e mi incamminai verso una meta qualsiasi. Un ratto grande quanto un braccio mi passò accanto ad un piede, Red gli diede un’occhiataccia, probabilmente era troppo sbronzo per rincorrerlo, forse non lo avrebbe fatto neanche da sobrio.

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