OMBRE NEL CIELO

Racconto in concorso

OMBRE NEL CIELO

Di Marta Magazzini

«Vi prego, siate clemente» ripeté la donna in lacrime. Era prostrata ai piedi del Grande Mago, ma non era per la sua vita che implorava. «Diavolo, è vostra figlia.»
«Questo non fa altro che rendere le sue azioni più gravi» sottolineò l’uomo tormentandosi la barba brizzolata.
«Non siete certo che sia colpevole.» Soraya non era intenzionata a cedere, era lì per salvare la sua migliore amica.
Ma il re, al limite della sopportazione, non era disposto a concederle altro tempo. «Basta così» intimò. «Puoi ritirarti.» Conosceva bene quel tono bonario all’apparenza: celava un ordine che non ammetteva repliche. Abbassò il capo in un inchino più profondo del normale per nascondere le lacrime e uscì. Era stata sconfitta.
«Lasciami indovinare: non è andata bene.» Suo marito l’attendeva fuori dalla porta. Era la creatura più bella su cui avesse mai posato lo sguardo. Tutto in lui le ricordava il tiepido sole primaverile, pronto ad affrancare il suo cuore dal gelido manto che lo opprimeva.
Scosse la testa, non c’era altro da aggiungere. «Potresti parlarci tu?»
«Certo, mia adorata, avevo comunque intenzione di conferire con mio padre.»
Già, suo padre. Il rapporto del Grande Mago con i suoi figli aveva così poco di paterno che talvolta scordava del sangue che scorreva tra loro. «Ehi, vedrai, andrà bene» mormorò sollevandole il mento con dolcezza. Soraya gemette, non era certa di quale sentimento la muovesse, sapeva solo di non riuscire a credergli.
Avevano deciso di svolgere il tutto dopo il calar del sole. Era una notte strana, carica di tensione, e la luna che brillava sanguigna nel cielo preannunciava sventure. Assistere alla farsa chiamata processo la fece infuriare. Nessuno avanzò prove significative in alcun senso, così come non vennero formulate vere accuse. Era chiaro che stessero cercando solo un capro espiatorio per placare il malcontento del popolo e chi meglio della strana donna dai lunghi capelli rosso fuoco e l’inquietante abilità di leggere nel futuro altrui? Ben pochi avrebbero parlato in suo favore, e potevano sempre essere accusati di tradimento a loro volta.
Soraya osservò il palco reale e i suoi quattro occupanti: al centro Gregorius, il Grande Mago, monarca dell’impero di Dorean; alla sua destra sedeva Disma, l’amato principe e successore al trono designato, affiancato dal suo famiglio in forma di leone dorato – ogni mago rispettabile ne aveva almeno uno –; alle loro spalle facevano capolino il consigliere e l’amante del re in avanzato stato di gravidanza. C’era anche uno scranno vuoto riservato di norma alla principessa Aurora, oggi presente in veste d’imputata.
Escluse a priori che l’ideatore di tutto fosse il re che, per quanto distaccato, teneva molto ai suoi figli. Anche la colpevolezza di Disma non reggeva e non perché fosse suo marito: il trono era già suo, cosa poteva guadagnare liberandosi della sorella? Restavano solo consigliere e amante, entrambi avevano un movente e l’influenza necessaria sul sovrano per spingerlo a sospettare della propria figlia.
«… Colpevole» annunciò il banditore. «Qualcuno desidera muovere obiezioni?»
“Ecco la fregatura” pensò lei. Era comunque tentata di alzarsi, dare il proprio appoggio a colei che era come una sorella, come stavano già facendo una cinquantina di persone o poco più. Ma un’occhiata di Aurora la fece desistere: le aveva promesso che, se le cose fossero andate storte, sarebbe rimasta per fare giustizia e sarebbe diventata i suoi occhi all’interno della corte. Parte della promessa, però, prevedeva che avrebbe dovuto mantenere le sue azioni segrete a tutti e non rivelare mai a nessuno del giuramento.
Osservò in silenzio i regnanti applicare la legge del taglione, tramite una maledizione tanto fine e potente che solo il demonio sarebbe stato capace di eguagliarla “O spezzarla.”
Aurora, suo figlio, la sua intera linea di discendenza e coloro che si erano levati in loro difesa, presero a contorcersi, succubi di un dolore atroce. L’incantesimo risvegliò in loro qualcosa di oscuro e terribile, un desiderio arcano quanto quello che viveva negli Spiriti Ombra, creati da colui che stava per andarsene impunito, a partire dai membri della società di serie b. Così i nobilotti presuntuosi si riferivano talvolta a coloro di cui nessuno avrebbe notato la scomparsa. I denti dei malcapitati si allungarono, deformando le bocche in ghigni terribili, e la brama di sangue prese il sopravvento.
Se non ci furono vittime tra la folla fu solo grazie all’intervento del principe e dei maghi guerrieri. Solo re Gregorius non si mosse, troppo turbato dalla trasformazione della figlia, come immaginò Soraya. Lei lo era.
La maledizione di Stoker, così venne chiamata, in onore della mente che aveva originato il più famoso dei vampiri e aveva ispirato la punizione ideata dai sovrani. Ma se tutti i sostenitori di Aurora presenti ne erano caduti vittima, cos’era stato di quelli al di fuori delle mura del palazzo? Soraya pensava in particolare al figlio adottivo di Aurora. Non era sangue del suo sangue, non si era dichiarato apertamente suo sostenitore, e non si era nemmeno presentato in aula. Per quanto disapprovasse quel comportamento, pregava che almeno lui fosse scampato al terribile destino della sua famiglia… ma dovette presto ricredersi. Fu trovato fuori di sé, nella casa coniugale, il cadavere della sua promessa sposa fra le braccia.
“Forse il suo è stato il fato peggiore” rifletté guardando i suoi amici e alleati avviarsi verso l’esilio eterno.
Non sarebbero mai potuti tornare neanche volendo: i lembi di terra su cui sorgeva il regno erano noti nel mondo inferiore come Isole del Cielo ed erano soliti fluttuare a centinaia, forse migliaia, di metri dal suolo – solo per i Maghi del Vento era possibile passare da un piano all’altro, ma questa è un’altra storia – esisteva, inoltre, una barriera eretta ai tempi della creazione di Dorean che impediva l’accesso alle creature maligne.
Soraya rimuginò a lungo, esaminò più volte le prove e ciò che aveva notato negli anni ma era innegabile che, dopo la partenza di Aurora e i suoi fedeli, le sparizioni fossero cessate. No, la sua fiducia non vacillò mai, voleva solo dire che il vero colpevole era furbo.
Passarono gli anni senza che riuscisse a trovare delle vere spiegazioni. Il tempo sembrava essersi fermato. Solo sul volto del vecchio re vi erano le prove che così non fosse. La scomparsa della figlia era stata insopportabile e presto fu il crepacuore a portarselo via, lasciando il regno nelle mani del figlio.
Per Soraya, regina e comandante dei maghi guerrieri, significò un gran numero di nuove responsabilità che la distolsero dalle sue ricerche, almeno finché un corvo messaggero non bussò alla sua finestra con una lettera della sua vecchia amica. Il battito del suo cuore accelerò: se Aurora era riapparsa, voleva dire che qualcosa stava per succedere, ma cosa? La missiva non diceva molto.
Delle grida giunsero dalla porta. Uscì nel corridoio per capire cosa stesse accadendo ma niente poteva prepararla a ciò che vide. Un liquido rosso e vischioso colava dal muro di marmo bianco e si allungava verso una creatura oscura, dal corpo avvolto in una fitta nebbia nera. Riusciva a distinguerne solo gli affilati denti d’avorio e due profonde voragini cremisi che la scrutavano. Le parvero una finestra sugli inferi e tanto bastò a paralizzarla. Lo Spirito Ombra avanzava verso di lei, che non era in grado di fuggire.
“Aiuto” gridò nella sua mente. Come per rispondere all’invocazione, il corvo volò fuori dalla stanza e si avventò sul muso informe della creatura. Interrotto il contatto visivo, l’incantesimo si spezzò.
Soraya correva senza meta negli anditi del palazzo. Voleva mettere più strada possibile tra lei e il mostro, poco importava come. Imboccò uno stretto passaggio fra due statue. Forse era colpa dell’agitazione, ma non ricordava di averle mai viste prima. Lo percorse fino al punto in cui si allargava, trasformandosi in un antro invaso da strane apparecchiature e strumenti di ogni sorta e dimensione. Ma la cosa peggiore erano le gabbie brulicanti degli stessi esseri di tenebra da cui stava cercando riparo.
Urlò in preda al terrore, poi il buio.
«Soraya, tesoro, apri gli occhi.» Era nel suo letto. Disma, chino sopra di lei, la guardava preoccupato. «Eccoti. Tutto bene?»
Non avrebbe saputo cosa rispondergli. Le ossa le dolevano e le lenzuola, madide di sudore, le si attaccavano alla pelle. «Che è successo?» chiese coprendosi gli occhi; le bruciavano come mai prima d’ora.
«Hai avuto un incubo ma è tutto finito.»
Avrebbe tanto voluto che fosse così, invece, nei giorni seguenti, le sue condizioni non fecero che peggiorare. Se non fosse stato solo un sogno, avrebbe potuto pensare che il creatore degli Spiriti Ombra stesse cercando di liberarsi di lei, e quale sistema migliore per tapparle la bocca se non trasformarla in uno di quei mostri.
Per quanto provasse, non riusciva a levarsi dalla testa l’immagine del laboratorio segreto sorto in un’ala del castello inesistente.
Si portò una mano al ventre dove una nuova vita stava crescendo da qualche mese, presto sarebbe stato evidente a tutti. Fu per il suo bene che decise.
Scrisse su alcune pagine di diario tutto quello che aveva scoperto negli anni, incluso ciò che poteva essere stato un semplice miraggio o frutto della sua immaginazione. Si trascinò fino all’infausto luogo in cui il figliastro di Aurora aveva ucciso l’amata, vi nascose i fogli e li protesse con un incantesimo per impedirne il deterioramento. Dio solo sapeva quanto tempo sarebbe passato prima che qualcuno li ritrovasse.
Le gambe non la sorreggevano più quando giunse alle isole incolte, in cui dimorava il suo famiglio da quando era divenuto troppo grande per restare al palazzo. L’essere dalle sembianze di drago le si avvicinò, quasi stramazzò percependone il dolore, ma resistette.
Gli bastò uno sguardo per comprendere l’accaduto. Con delicatezza inattesa da un animale di quelle dimensioni, la prese fra gli artigli e si alzò in volo. «Portami da Aurora» mormorò prima di svenire.

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