COME UNA PIANTA RADICATA AL SUOLO

Racconto in concorso

COME UNA PIANTA RADICATA AL SUOLO

Di Michele Protopapas

I raggi del sole di rado penetravano la fitta rete di fogliame; quando vi riuscivano bruciavano come cicche di sigarette spente sulla pelle. Erano persino più fastidiosi delle zanzare che incessantemente infierivano su ogni lembo di pelle lasciato scoperto dall’uniforme. Centrato in piena fronte dall’ennesimo raggio solare McCoy non riuscì a trattenere le sue preoccupazioni: «Sergente, è sicuro che quest’area sia stata bonificata?» chiese.
Durden sembrava non volesse rispondere. Come accerchiato da invisibili nemici infieriva col suo machete contro le fronde delle piante del sottobosco che, come arti tranciati, riversavano la loro linfa lattiginosa sull’assalitore. McCoy non osò ripetere la domanda.
«Siamo nel settore 5-D. – rispose infine il sergente – Gli Hind hanno sorvolato questa zona proprio ieri; le spore dovrebbero essere state distrutte.»
Dai video divulgati prima del contrappello serale McCoy aveva appreso che le spore erano così minute che nessun equipaggiamento avrebbe potuto proteggerli e il fattore K, l’unica molecola erbicida capace di bloccare la proliferazione, era talmente cancerogeno che andava usato solo a contaminazione avvenuta. Dovevano quindi affidarsi alla bonifica preventiva, ma le parole del suo superiore non erano riuscite a tranquillizzarlo: «Signore, guardi le foglie di queste piante: – continuò ‒ non sembrano intaccate dagli agenti chimici erbicidi.»
Il sergente si fermò ad accarezzare una grossa foglia di Alocasia, turgida, perfetta, intatta. D’un tratto la recise dal suo stelo e l’accartocciò prima di gettarla al suolo, come era solito fare con i pacchetti esausti di sigarette. «Per questo ci mandano in coppia, soldato, così da minimizzare le perdite. – accennò a una risata amara, poi si riprese – In ogni caso non hanno nessun interesse a lasciarci morire in questa foresta; la nostra missione è troppo importante.»
McCoy si pentì di aver iniziato quella conversazione. Ansimava. L’umidità dell’aria e l’avanzata attraverso la ragnatela di rami e foglie non rendevano agevole il dialogo. Cercò di risparmiare il fiato e di tenere sotto controllo quello che sembrava l’inizio di un attacco di panico, ma con lo sguardo continuava a scansionare ogni anfratto tra le fronde, sicuro che il pericolo fosse lì ad attenderlo. Un urlo fuoriuscì dalla sua gola: «Sergente, là! A ore due!»
Senza accorgersene aveva imbracciato il fucile e si era appiattito al suolo mirando nella direzione indicata. Sapeva che le armi erano inutili, ma si strinse ugualmente al suo M16, come fa un bambino col suo peluche. Non si era sbagliato: qualcosa di umano si mimetizzava tra le piante. I piedi di quella cosa erano del tutto immersi nel fango e la schiena era completamente inarcata all’indietro così che anche i palmi delle mani affondassero nel terreno melmoso. La testa era invece rivolta verso l’alto, in una posizione innaturale che stirava le vertebre cervicali sin quasi a staccarle l’una dall’altra. La pelle aveva il colore della corteccia e la tuta mimetica che aveva indosso faceva rassomigliare ancor di più quell’essere a una pianta. Era persino più raccapricciante degli esemplari che aveva visto nei video di preparazione alla missione. Il silenzio era un sudario che all’esterno ricopriva ogni cosa, ma nella testa di McCoy rimbombava il violento bussare dei battiti del cuore, come se il sangue cercasse una via per esplodere fuori dai timpani. Durden aveva mantenuto la calma: si avvicinò a quell’essere e strappò la piastrina identificativa che pendeva dal suo collo. «È uno degli uomini di Chilton. Sono stati loro a segnalare la presenza di spore in questo quadrante. La contaminazione è avvenuta circa tre giorni fa.»
Un’ombra aveva iniziato a muoversi sull’addome estroflesso del soldato-pianta, avvicinandosi furtivamente al sergente; i passi di quelle otto zampe non producevano alcun rumore, ma Durden non era tipo da farsi cogliere di sorpresa e di certo non avrebbe potuto farlo quella tarantola. L’ufficiale aspettò che si fosse avvicinata abbastanza e, appena la distanza fu ottimale, sferrò un colpo di machete che la tranciò in due. La porzione inferiore cadde subito al suolo, mentre quella con la testa cercò di scappare usando le quattro zampe rimaste, ma anche quest’ultima precipitò a terra dopo poco. Il marine finì l’opera pestando con lo stivale la metà di aracnide ancora in vita. Il machete era rimasto conficcato nel ventre dell’uomo di Chilton e Durden ne approfittò per sollevare un lembo di pelle di quell’essere, che poi strappò via come fosse corteccia. Quindi affondò la lama nelle fibre muscolari sottostanti e la ruotò sino a estrarre un piccolo cono di carne. Viscose gocce di sangue caddero al suolo. «Avvicinati soldato. Guarda gli effetti delle spore! Il processo è ancora in atto: i muscoli non sono ancora del tutto infettati dal parassita e sono più morbidi della pelle.» McCoy, riluttante, si diresse verso quella cosa.
«È ancora vivo?» chiese. Certi dettagli non erano svelati nei video per i soldati semplici.
«Il suo cuore, lentamente, batte ancora, ma in lui più nulla è umano. – riprese il sergente, osservando il piccolo frammento di carne che teneva tra le dita – Le spore si depositano nei polmoni, dove germogliano le cellule parassite, quindi entrano nel sistema circolatorio e da lì colonizzano l’ospite iniziando dai capillari della pelle e del cervello. Non uccidono però le cellule umane: si affiancano in simbiosi a esse e l’individuo non muore del tutto, ma di certo non è più vivo.»
«È una pianta?» Chiese nuovamente il soldato. La sua voce era filo spinato che graffiava la quiete malata della foresta.
Durden sembrava affaticato: «È qualcos’altro. ‒ sentenziò dopo una breve pausa – Le prime spore per uso militare erano di un fungo, ma il sistema immunitario le riconosceva e le neutralizzava, così sono state geneticamente modificate con porzioni di DNA vegetale. Questi licheni artificiali, a causa delle loro pareti di cellulosa non sono riconosciuti dal corpo che non riesce a combatterli e ne viene colonizzato.» Si fermò, tossì, poi riprese: «Dentro quell’involucro umano ci sono parti animali, vegetali e fungine che convivono. È una nuova specie di vita. O di morte.» Il sorriso che seguì quest’ultima affermazione non durò che un istante. Il suo ansimare si era fatto intenso e il respiro irregolare, tossì. «Maledette sigarette.» mormorò, poi tossì nuovamente, sputando sangue. Per qualche secondo i due marines rimasero a contemplare la secrezione striata di rosso. «La zona è contaminata! ‒ esclamò infine Durden in una pausa tra gli spasmi della tosse ‒ Soldato, sai cosa fare!»
L’ufficiale tirò fuori la sua dose di morfina e se la iniettò, poi tolse la giacca e si distese, preparandosi all’intervento. McCoy estrasse il coltello e dopo averne arroventato la lama con l’accendino, senza dargliene preavviso, lo conficcò al centro esatto del petto del suo superiore. Iniziò, quindi, a recidere le cartilagini che legavano le costole allo sterno. Nei video illustrativi sembrava più facile e le urla del sergente non lo aiutavano. Il soldato riuscì infine a spalancare la scatola toracica e dopo aver sollevato la pleura vide il cuore di Durden battere all’impazzata come il cuoio di un tamburo colpito da invisibili mazze. Ai lati, simili a spugne che si contraevano con la stessa cadenza del respiro del sergente, si trovavano i polmoni; sul destro spiccava una grossa parte infetta di colore scuro e la contaminazione progrediva velocemente. Il soldato si fece coraggio e affondò la lama in quel viscido organo. Gli alveoli esplodevano in piccole fontane di sangue e i bronchi offrivano resistenza; dovette usare la parte dentata del coltello per segarli. Infine anche questi si spezzarono come rami potati, lasciando il sergente senza fiato e il soldato con quel brandello d’organo in mano. Lo gettò via e cosparse il resto dei polmoni col fattore K. Durden vomitò sangue.
«Altra morfina, soldato!» riuscì ad ansimare dopo un po’, facendo ribollire il sangue che gli riempiva la bocca. McCoy gli iniettò la dose che aveva in dotazione.
«Ho prurito, soldato, lo sento ovunque, è troppo tardi ormai, fuggi via!» sospirò. Quindi, nonostante avesse la cassa toracica ancora aperta, il sergente affondò le mani nel terreno e, tremando violentemente, s’inarcò sino ad assumere la posizione tipica dei contaminati terminali. Il rumore delle ossa che scrocchiavano era insostenibile.
McCoy scappò via. Era inutile, ne era cosciente, ma scelse ugualmente una direzione e iniziò a correre. L’illusione della salvezza aveva lasciato il posto alla consapevolezza che avrebbe fatto la stessa fine del suo sergente, ma il terrore non offriva altra opzione che quella fuga disperata. Il fiato si fece corto. Inciampò, ma non cadde. Provò a riprendere la corsa, ma si ritrovò senza respiro. Tossì, quindi tossì ancora e ancora, sputando sangue. Tutto il corpo iniziò a prudergli; sapeva cosa stava accadendo. Tremava, aveva caldo, aveva sete. Bevve dalla borraccia, ma non era quella l’acqua che desiderava. Gli davano fastidio gli stivali e li tolse, riuscendo ad affondare i piedi scalzi nel terreno bagnato, procurandosi così l’umidità che gli serviva. Non bastava: sentiva di dover immergere anche le mani. Inarcò la schiena all’indietro, tentando di arrivare al suolo; una nuova forza lo indusse a spezzare la vertebra che gli impediva di raggiungere la terra. Il dolore fu ripagato dalla fresca sensazione delle mani che affondavano nel fango. Alzò la testa e la orientò nella direzione da cui percepiva i raggi del sole, che sentiva gli avrebbero dato nutrimento. La paura della morte svanì, tanto erano appagati i suoi nuovi sensi. I ricordi si spensero lentamente e anche i pensieri regredirono ad istinti elementari che consistevano nell’assorbire l’acqua dal terreno e a distendere in maniera quasi impercettibile la sua nuova natura vegetale al fine di assicurarsi la massima esposizione alla luce. Per McCoy era iniziata una nuova esistenza: come una pianta radicata al suolo.

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