CUORE DI BOSCO

Racconto in concorso

CUORE DI BOSCO

Di Massimiliano Albicini

«Eccoci.»
La bambina allungò il collo, drizzandosi sul seggiolino contenitivo, e guardò dal finestrino. Vide file di alberi in movimento, che sembravano scappare dall’auto.
«Siamo arrivati?»
«Sì, ma non slacciare la cintura finché non te lo dico.»
La grigia monovolume rallentò, quindi si fermò in uno slargo della strada. Papà spense il motore.
«Parcheggi qui?»
«Non passa nessuno. Andiamo.»
Tea si liberò della cintura e aprì lo sportello. Da qualche mese le avevano tolto il blocco di sicurezza alla maniglia, cosa di cui andava orgogliosa. Una volta scesa chiuse la portiera e girò intorno alla macchina per raggiungere papà, che si guardava attorno compiaciuto. Lei lo imitò, le manine poggiate sui fianchi. Erano sul declivio iniziale di una montagna piuttosto erta. Il bosco che li circondava poteva sembrare una foresta selvaggia, ovunque c’erano tronchi e foglie. Non fosse stato per la sagoma familiare dell’auto e la grigia strada asfaltata, l’illusione sarebbe stata perfetta. Suo padre si riscosse.
«Che te ne pare?»
«Bello», disse lei, senza troppo entusiasmo. «Perché siamo qui?»
«Per fare due passi e raccogliere castagne, se le troviamo. Alla mamma piacciono.»
Papà recuperò un cestino di vimini dal baule. Tea sollevò il visino verso il tetto di fogliame che nascondeva il cielo azzurro. Le arrivarono alle orecchie i primi suoni della natura, un vago raspare nel canalino di scolo a pochi passi da lei, l’eco stridulo del verso di una cornacchia.
«Ho un po’ paura.»
«Siamo vicini a casa, anche se non sembra. Il bosco non deve incuterti timore, solo rispetto.»
La bimba era dubbiosa, ma aveva sette anni, e se papà diceva una cosa, doveva essere così. Lo vide infilarsi tra le frasche, venirne fuori con due rami dritti, e ricavare in pochi secondi un paio di bastoni. Tea picchiettò il suo su una pietra, apprezzandone la solidità. Papà intanto aveva chiuso la macchina, e si stava incamminando verso l’imbocco di uno stretto sentiero.
«Vieni?»
«Sì.»
Fece una corsetta per raggiungerlo, temendo potesse scomparire alla sua vista. Quando arrivarono alla carrareccia, che si inerpicava verso il folto, Tea osservò con occhio critico lo spesso tappeto di foglie cadute.
«E se sotto ci sono i serpenti?»
«Non metterci le mani, manda sempre avanti il bastone. Guarda che belli i colori autunnali, sembra un incendio.»
Iniziarono la salita. Attorno a loro, i rumori si erano moltiplicati. Udivano fruscii di foglie, canti di fringuelli, e lo sporadico tamburellio di un picchio. Arrancarono per una trentina di metri, poi il pendio si addolcì, e il cammino divenne più facile.
«Poco avanti iniziano i castagni», ansimò papà.
Tea fece spallucce. Nel bosco la sua paura si era dileguata. Osservò con interesse un’edera selvatica che avvolgeva il fusto di un faggio.
«C’è odore di bagnato.»
«È il terriccio del sottobosco.»
La bambina indugiò davanti a un contorto viluppo di rami, ne additò il tronco principale. Un buco scuro grande come un pugno si infilava in profondità nel terreno.
«Cos’è?»
Il padre si chinò, studiandolo.
«Una cicatrice. La conseguenza di una ferita.»
«Sembra l’ingresso di una grotta.»
«Già. Quando avevo la tua età, credevo fossero le porte di casa degli gnomi.»
«Gli gnomi? Quelli che sembrano dei piccoli babbi Natale?»
«Proprio loro. O almeno, io li immaginavo così, come li avevo visti nei libri. Tua nonna mi spiegò che non è quello il loro aspetto.»
«No?»
Papà sembrò in imbarazzo, poi continuò, quasi riluttante.
«No. Diceva che sembrano dei rami, e stanno sempre immobili. Anche per questo non tutti li vedono.»
«Ma c’è chi li ha visti?»
«Oh, sì.»
«Chi?»
«Tua nonna li vedeva.»
«Non ci credo.»
«Diceva che erano spiriti magici, e che da sempre la nostra famiglia poteva parlargli.»
«E tu li hai visti?»
«No. A quanto sembra il dono salta una generazione.» Rise, e le scompigliò i capelli scuri. «Tieni gli occhi aperti, non si sa mai.»
Anche Tea ridacchiò, pensando che le sarebbe piaciuto vederne uno. Ripresero il cammino, fino ad arrivare ai castagni. La prima a vedere i ricci fu Tea, che proruppe in un gridolino di entusiasmo. Si chinarono a raccogliere le castagne, liberandole dalle spine col bastone, scartando quelle piccole o tarlate. In poco tempo riempirono metà cesto, poi papà si drizzò in piedi, stirandosi la schiena.
«Che pace. Alla mamma piaceva venire qui. Lei…»
La voce gli si spezzò in una nota fessa, e Tea non poté fare a meno di notare un luccichio nei suoi occhi. Le si annodò lo stomaco. Le cose andavano male. La mamma aveva perso i capelli, vomitava, e non camminava quasi più. Si erano trasferiti lì in montagna, nella vecchia casa dei nonni, sperando che l’aria pura le facesse bene. Per il momento non era servito a niente. Si alzò anche lei.
«Faccio due passi.»
Lui le diede le spalle, aggiustandosi gli occhiali sul naso, e riprese a raccattare castagne.
«Non ti allontanare.»
Tea trotterellò fuori dal sentiero. Odiava vederlo piangere, primo perché faceva piangere anche lei, secondo perché sapeva che piangeva per la mamma. Non voleva pensarci, troppo dolore.
Girò attorno a un grande sasso squadrato, domandandosi distrattamente chi potesse averlo portato lì. Papà non era più in vista. Scavalcò un ramo basso, il bastone perse l’appoggio sul terreno sdrucciolevole, e lei scivolò, piombando sul sedere. Le foglie erano morbide, non si fece alcun male. Era lì per terra, con la vaga voglia di mettersi a frignare, quando con la coda dell’occhio vide un volto. Si girò di scatto in quella direzione. C’erano solo rami e rovi. Eppure…
Tornò a voltarsi, respirando con calma. Subito non notò niente, poi percepì un indolenzimento alla base della nuca, seguito da un formicolio irradiato. Ed ecco, la faccia riapparve, proprio ai margini del suo campo visivo. Tea era stupefatta, ma rimase del tutto immobile, per paura che sparisse di nuovo. Era uno gnomo, aggrappato con le mani e i piedi al tronco di un giovane querciolo. Misurava una trentina di centimetri d’altezza, e non assomigliava per niente a Babbo Natale. I lineamenti rugosi del viso erano umani, volendo trascurare l’aspetto legnoso della pelle e la consistenza vetrosa degli occhi, ma il resto del corpo sembrava più quello di un bradipo. Chiazze irregolari di muschio lo ricoprivano, portava sulla testa una specie di verde cappello triangolare.
Lo gnomo e la bimba si studiarono, fermi come statue. Tea guardò quegli occhi grigi, e ne ebbe un senso di enorme serenità. Seppe che quella creatura non era una minaccia. Lo gnomo dovette giungere alle stesse conclusioni, perché si mosse. Staccò una mano sottile dal tronco, e con dignitosa lentezza si allungò ad afferrare una foglia ancora verde che gli penzolava davanti. La tirò a sé e si diede a masticarla, socchiudendo gli occhietti vitrei in fessure di piacere.
«Tea? Ci sei?»
Il formicolio si spense, e il volto ligneo svanì come non fosse mai esistito. Tea si sentì infastidita, dovette sforzarsi per non farlo trapelare nella voce.
«Sono qui», gridò.
«Resta vicina.»
«Sì.»
Tornò a lasciar vagare lo sguardo. In pochi istanti il formicolio si ripresentò, e lo gnomo riapparve. Si stupì per la facilità con cui poteva evocarlo, era come accendere un interruttore.
«Non voglio farti male», sussurrò.
Iniziò a voltarsi con calma infinita. Lo gnomo sembrava tremolare e sempre sul punto di scomparire, ma alla fine riuscì ad averlo dritto di fronte, proprio mentre l’ometto finiva il suo pasto.
«Sei bellissimo.»
Lui la fissò con aria ottusa, ma Tea si sentì convinta che la capisse alla perfezione. Era una sensazione magica. Quanto avrebbe voluto che sua madre fosse lì! Una stilla solitaria le rotolò sulla guancia.
«Mi piacerebbe che mamma potesse vederti.»
Lo gnomo accarezzò con delicatezza la corteccia del querciolo che lo ospitava. Non la perdeva di vista un attimo.
«Amava camminare nel bosco. Adesso non si muove più, le cure non funzionano.»
Lacrime le correvano sulle gote, cadendo sulle foglie col suono delle prime gocce di pioggia. Gli scuri occhi dello gnomo la valutavano senza parere.
«Presto se ne andrà, io e papà saremo soli. Cosa faremo quando mamma sarà morta?»
Lo gnomo ebbe un fremito. Al di là della barriera ondivaga del pianto, Tea lo vide staccarsi dall’albero, senza abbandonare la sua flemma apatica. La creatura rovistò tra il fogliame, avvicinandosi a lei poco alla volta, fino a trovare una vecchia ghianda. La aprì, grattò con le dita un po’ del muschio che gli copriva il torace sottile, e lo infilò al suo interno. Con l’altra mano lo gnomo raccolse un riccio vuoto, e glielo porse.
«Mi pungerò.»
Nessuna risposta. La bimba fece un sospiro, e strinse il riccio. Una spina le penetrò con forza nel polpastrello, ma lei non si ritrasse, come se il suo corpo sapesse cos’era necessario fare.
«Ahi.»
Gocce rosse stillarono dalla ferita. Lo gnomo le raccolse con la ghianda, quindi se la portò con solennità alla bocca. Dalle labbra gli uscì una specie di liquido verde e denso, che andò a fare compagnia al muschio e al sangue. Infine, richiuse la ghianda con la sua capocchia e gliela porse. Tea la prese, incapace di distogliere lo sguardo dai tondi occhietti dell’esserino.
«Grazie.»
Sbatté le palpebre, ed ecco, lo gnomo era sparito. Si guardò la mano. La ghianda era lì, e il dito dove si era forata doleva e pulsava. Il formicolio alla nuca non c’era più, ma era cosciente del fatto che avrebbe potuto rivedere lo gnomo quando voleva. Come nonna.
Chiuse il pugno. Il piccolo frutto le restituì il calore della magia, e un’istantanea consapevolezza. Ora sapeva cosa doveva fare. Ringraziò mentalmente il bosco. Le sembrò che gli alberi sussurrassero un saluto, o forse era solo il vento tra le fronde.
In pochi minuti raggiunse il padre dove l’aveva lasciato. Stava immobile e smarrito, seduto su un tronco abbattuto. Quando sentì i suoi passi si girò.
«Eccoti.»
Tea gli si sedette a fianco, prendendogli la mano, e lui la guardò, stupito. Non era solita ai gesti d’affetto.
«Tutto bene, Tea?»
«Sì. Non c’è nulla di cui preoccuparsi, torniamo dalla mamma.» Strinse di nuovo la ghianda, e sentì nel palmo un cuore caldo e pulsante di vita.

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