E POI?

Racconto in concorso

E POI?

Di Gioacchino Di Giovanni

E vissero tutti felici e contenti. E poi? Dite la verità, chi non se l’è mai chiesto? Delusi dal tempo esiguo di ogni fabula, giunti all’epilogo, rimaniamo sempre con un pugno di mosche. E poi? Ribadiamo, non meritiamo di sapere cosa accadrà alla fine di tutto? Perché essere felici e contenti se nel bel mezzo di una storia qualunque, quando finalmente l’intreccio si dipana e pregustiamo un meritato lieto fine, un percorso che ci ha fatto tribolare per pagine e pagine deve banalmente e necessariamente interrompersi con quel criptico e Vissero tutti felici e contenti? Ma come, dico io, dico come ci si può accontentare solo di questo? Torniamo indietro dunque e cerchiamo di dipanare l’arguta matassa di una vecchia storia che mi è stata raccontata mille e passa anni fa. Su un logoro cassettone di noce, dentro una boccia blu di cristallo, viveva dell’acqua, non era però un’acqua comune ma acqua del tutto particolare sgorgata chissà come e chissà perché dall’antichissima fonte della conoscenza e arrivata in quella casa per un oscuro motivo di cui purtroppo non è lecito sapere. A dire il vero, nelle sue lunghissime e macilente meditazioni, quel liquido portentoso riflettendo sulle sue origini ricordava perfino il volto dei suoi genitori Idrogeno e Ossigeno che nella notte dei tempi, quando tutto era ancora una calda fucina in subbuglio, lo avevano generato; poi però nella sua memoria si spalancava uno iato, la sua mente vacillava, forse proprio dal momento in cui era stato concepito e i due atomi genitori si erano fusi, una buona volta, per crearlo. Adesso dentro quella bottiglia, da un tempo imprecisato, speculava e meditava, meditava e speculava nella falsa convinzione e nella certezza di avere perfino una forma e di essere quella bottiglia stessa, pago e sereno di quelle sue pigre giornate fatte di silenzi, di riflessioni e di nulla. Un giorno però qualcosa accade: una matita blu arrivata ex abrupto da un imprecisato altrove, anch’essa annoiata, dentro un polveroso portamatite con altre penne afone e del tutto acefale, prese a borbottare: «Che iattura essere nata» – sproloquiava – «Soffoco dentro questo involucro patinato e luccicante di blu che è il mio cappotto di legno. Per fortuna c’è la mia paperella di gomma che tiene calda la mia capocchia e sorride sempre, in silenzio, immobile ma sorride la mia Contentina. La chiamo così perché almeno lei rallegra le mie giornate e libera l’anima mia dalla zavorra di tristezze e malinconie che talvolta mi attanagliano. Poi però torno infelice pensando, ahimè, alla mia triste sorte. Rimarrò per sempre qui, inutile e insignificante oggetto, abbandonato, non vergherò mai una parola, non traccerò nessun segno, non sfumerò disegno alcuno, dannata per sempre a questo tempo ignavo senza che il cuore grigio del mio io pulsi di vita tra le lame affilate di un temperino». L’acqua all’inizio credeva di sognare, del resto in quel suo lungo permanere all’interno di un’ampolla di cristallo non si era mai accorta del fluire del tempo, nelle sue interminabili farneticazioni alternava sonno a veglia per cui, talvolta, richiamando alla coscienza voci e atmosfere vaghe di luoghi arcani, ascoltava echi di vite e vissuti di altrove lontani. Quella stanza, ormai in penombra da secoli, obliata da uomini e da dei, era solo una misera soffitta scordata, famelici tarli, unica forma di vita, rodevano instancabili quel misero cassettone, d’inverno come d’estate, quando venendo fuori da anguste gallerie, veri e propri fori, incrociavano per una frazione di istanti lo sguardo allibito dell’acqua, cortocircuito alchemico tra forme di viventi e non viventi. La luce del sole sorgendo sul ciglio di un abbaino arrugginito entrava e usciva dalla stanza tracciando così, nelle notti di luna piena, scie d’argento e di cielo sull’acqua increspata della vecchia bottiglia. Un nuovo tarlo rodeva adesso l’acqua, non era però quello vivo e ghiotto di legno tra le fibre del cassettone; la matita aveva insinuato un dubbio, inculcato un senso di tempo che non conosceva e che per la prima volta gli poneva nuovi ontologici assunti. Si chiedeva adesso come mai si trovasse lì, quanti lustri fosse rimasto invischiato nell’inerzia di questo tempo e di questa noia di cui prima d’ora non aveva mai neppure sentito parlare. Discettò dunque con il suo nuovo interlocutore per provare a sperimentare nuove forme di logos e altre vie per la conoscenza: «Perché ti lamenti dei salutari viali dell’ozio, cosa ti brucia, cosa ti manca? Viviamo felici qui, lontani da ogni miseria e vanità umana, tu sei matita ed io bottiglia, paghi del fluire monotono di infiniti istanti, ciclico e perfetto rifluire, alchemico alternarsi del dì e della notte, noi enti in potenza, pensieri inespressi, creatività in nuce. A che vale dunque tanto affannarsi? Cosa mai avrebbe potuto scrivere quella tua punta affilata che non è stato già scritto e anche meglio da altri? Sii sereno e godi del bicchiere mezzo pieno, ubriaco di vanità taciute custodirai le parole e i versi più belli, quelli che nessuno ha mai scritto e nessuno mai leggerà. Vivrai per sempre, e nessuna contingenza consumerà la tua anima, non sarai inchiostro che svanisce, matita che diventa moccolo, vivrai per sempre, intonsa in eterno. Sorridi, sorridi sempre, e in silenzio emula la tua Contentina, gomma saggia che mai si sporcherà di grafite, sempre candida e sorridente del nulla nel nulla vissuto». La matita stizzita dai bizantinismi di cotanto oratore si fece paonazza e con la grafite alla testa, se avesse potuto, sarebbe di certo diventata rossa di rabbia; sbottò dunque a parlare: «Ma che ne sai tu di vita, di ozi e di felicità vane se non conosci nemmeno te stessa, stolto filosofo che non ha forma e si crede addirittura bottiglia?». E di certo avrebbe vomitato sulla malcapitata una cascata furiosa di improperi se, per incanto, non si fosse chiusa una finestra, personificazione narratologica, e non avesse messo definitivamente tutti a tacere. L’acqua non ebbe tempo di fiatare e non poté dunque interloquire, solo il suo pensiero ebbe ancora tempo per ponderare le nuove mirabolanti rivelazioni. Pensò e pensò, meditò e meditò, fu ancora giorno e fu di nuovo notte. All’alba del terzo giorno accadde però l’irreparabile: uno dei piedi anteriori del cassettone, già provato dalla famelica pletora di tarli, cedette, il cassettone traballò, ebbe un sussulto e si schiantò rovinosamente al suolo. Per i nostri protagonisti fu l’apocalisse, il portacolori rotolò sul pavimento, la matita si spezzò e della gomma Contentina ogni ricerca fu vana. La bottiglia, già provata da lunghi anni di logorio, si fece a cocci e frantumi e della povera acqua, di cui a lungo si è detto, sopravvisse come uno spirare, un ultimo alito nell’amara ed estrema consapevolezza che quella forma non era mai stata la sua. Inghiottita dunque da una vistosa crepa del pavimento, definitivamente sparì. Vissero così tutti infelici e scontenti. «E poi?» venne a ribadire il paziente lettore dell’incipit «Non dovevi dunque farci valicare il limite misterioso del E vissero felici e contenti? Ci hai forse menato per il naso?». Nessuno rispose, solo la gomma che ancora se la rideva, da un interstizio del pavimento dove malauguratamente era finita, giura di avere visto fuggire l’autore bugiardo da una porta nera e tonda sopra la quale non lesse la didascalia Uscita ma Punto.

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