FULMINE E I SUOI AMICI

Racconto in concorso

FULMINE E I SUOI AMICI

Di Pietro Zingale

Il barone di Roccarasa, nella sua vasta tenuta, aveva fatto costruire una scuderia di cavalli e un galoppatoio, dove allenava tutti i suoi cavalli da corsa. Tutti tranne uno. Una cavalla di nome Nerina che da piccola si era azzoppata e che il barone aveva tenuto solo per svolgere i lavori pesanti. Nerina, infatti, ogni mattina doveva trascinare un carretto di fieno nella scuderia dei cavalli di razza; ma, ogni volta che entrava, si sentiva presa in giro da tutti i purosangue. “Nerina, corri portami il fieno. Veloce, non essere così lenta; io ho da allenarmi.” dicevano i cavalli e Nerina cercava di fare più in fretta possibile, perché non amava stare in mezzo a quei boriosi. Tutti la mortificavano e la trattavano come una serva. Lei non aveva trofei da mostrare, non aveva mai corso e non apparteneva a quell’altezzosa combriccola.
Quando i cavalli si allenavano nel galoppatoio, lei li guardava correre dallo steccato assieme agli unici suoi due amici. Un pastore maremmano, bianco come la neve, che, infatti, si chiamava “palla di neve” e un’oca di nome Bianchina. I tre erano sempre assieme e liberi di scorrazzare e di giocare in mezzo ai prati.  Nerina era felice con loro e confidava loro tutti i suoi pensieri. Un giorno, mentre erano sdraiati sull’erba a guardare gli altri correre, Nerina disse: “Palla di neve, Bianchina devo comunicarvi una notizia bella, sono gravida e presto avrò un puledrino.” “Davvero?” risposero all’unisono i due, poi Bianchina cominciò a starnazzare di gioia per tutto il prato e Palla di neve a correre a perdifiato; non si aspettavano una notizia così bella. Un giorno così non lo avrebbero più dimenticato.
La notizia si sparse presto per tutta la tenuta e i cavalli, non solo continuavano a prendere Nerina in giro, ma infierivano su di lei dicendo: “Nerina, da una come te cosa mai può nascere se non un brocco?” Lei zitta non rispondeva e continuava a fare il suo lavoro, con più fatica, adesso che era gravida. Arrivò il giorno del parto e il barone fece venire il veterinario; nacque un bellissimo puledrino nero. Enrico, il figlio del barone, non appena vide il puledrino, chiese a suo padre di regalarglielo. Il barone, convinto che quello non fosse un cavallo di razza, disse al figlio: “Va bene il puledrino è tuo. Dagli il nome che preferisci e accudiscilo. A lui devi pensarci tu, io non intendo occuparmene”. Enrico, orgoglioso di avere un cavallo tutto per sé, lo battezzò Fulmine perché voleva che fosse veloce come un fulmine.
Passato qualche anno, Fulmine era diventato proprio un bel cavallo; il manto tutto nero e lucido, la coda e la criniera lunghissime, la corporatura agile e scattante. In quanto a bellezza Fulmine non aveva rivali nella scuderia del barone e aveva un istinto innato alla corsa. Così, un giorno, decise di entrare nel galoppatoio per provare a correre; non l’avesse mai fatto, tutti i cavalli, che in quel momento si stavano allenando, lo cacciarono in malo modo: “Vattene via brocco, questo non è posto per te. Qui possono entrare solamente i cavalli da corsa per l’allenamento. Tu qui non devi assolutamente entrare.” Fulmine si sentì profondamente umiliato da quelle parole; deluso e con la coda fra le gambe andò a sdraiarsi nel prato assieme alla sua mamma e ai suoi amici Bianchina e Palla di neve. Nerina vide la delusione negli occhi di Fulmine e per consolare suo figlio disse: “Non ti abbattere Fulmine, quei cavalli sono un branco di superbi. Loro non sanno chi è tuo padre.  È stato il cavallo da corsa più forte di tutti i tempi e tu gli somigli molto”. “Io volevo solo provare ad allenarmi nel galoppatoio; non mi aspettavo una reazione così malvagia.” Rispose Fulmine. Ad un tratto Palla di neve si alzò in piedi, si mise a scodinzolare e avvicinandosi a Fulmine esclamò: “Se non puoi allenarti nel galoppatoio, ti alleneremo noi nel prato. Abbiamo visto quei cavalli allenarsi tante di quelle volte che, ormai, conosciamo tutti i loro trucchi e forse qualcuno di più. Ti faremo diventare il più forte, in grado di battere chiunque in qualunque corsa”. “Sì, sì io ci sto.” intervenne Bianchina “Io mi metto ai margini del prato e ti segnalo quando devi galoppare piano, forte o fortissimo. Quando dico qua tu galoppi piano, quando dico qua, qua tu galoppi forte, quando dico qua, qua, qua tu galoppi al massimo delle tue possibilità.” “Va bene” concluse Nerina “alleniamolo noi.”
Così, ogni giorno, i quattro avevano un bel da fare; Palla di neve che correva inseguito da Fulmine, Bianchina che al margine del prato starnazzava: “Qua, qua qua, qua qua qua” e Nerina che memorizzava gli errori di Fulmine per, poi, correggerlo a fine allenamento. I cavalli da corsa, nel galoppatoio, vedendo quelle scene, non immaginavano certo cosa stessero facendo, pensavano stessero giocando, così deridevano Fulmine con frasi del genere: “Fulmine, tu puoi competere solo con un cane e avere un’oca come spettatrice. Più di questo non riesci a fare.” “Non ti curare di loro” diceva Palla di neve “continua ad allenarti, vedrai che prima o poi renderai loro pan per focaccia.”
Passarono i giorni e si avvicinava quello del grande raduno dei cavalli da corsa. Il barone, per l’occasione, aveva organizzato una corsa, la più grande a memoria d’uomo, dove partecipavano i campioni venuti da ogni parte. C’erano fermento e frenesia nella tenuta, perché si doveva scegliere il campione locale e ognuno indicava un nome diverso; non si poteva fare una brutta figura, perciò non dovevano scegliere il cavallo sbagliato. Fu scelto Napoleone, il cavallo più superbo, altezzoso e infido della scuderia. Avrebbe fatto qualunque cosa, anche quella più scorretta, pur di arrivare primo e il barone confidava proprio nella sua aggressività per vincere. Enrico chiese umilmente di far partecipare alla corsa anche Fulmine; era suo e non apparteneva alla scuderia del barone, perciò poteva essere iscritto. Così Fulmine divenne uno dei contendenti; uno degli ultimi per la verità perché considerato non da corsa.
Palla di neve, Bianchina e Nerina furono invase dalla frenesia; stavano per realizzare il loro sogno, ma non avevano idea di cosa fare e come organizzarsi. Palla di neve avrebbe corso all’esterno della staccionata, che delimitava la pista, per seguire Fulmine e indicargli gli ostacoli da saltare (avvallamenti, pozzanghere ecc.); Bianchina, ai margini della staccionata, con i suoi qua gli avrebbe indicato la velocità da tenere e Nerina avrebbe atteso con tanta ansia la conclusione della gara e avrebbe pregato per l’incolumità del figlio.
Arrivò il giorno fatidico e già di buon mattino erano pronti i furgoni per il trasporto dei cavalli all’ippodromo, dove si svolgeva la gara. Enrico prese Fulmine per farlo salire sul furgone; ma questi non si muoveva, si era impuntato e non c’era verso di farlo salire; finché Enrico non si rese conto che Fulmine si sarebbe mosso solo in compagnia di Palla di neve, di Bianchina e di Nerina. Così fece salire prima i tre amici di Fulmine e poi lui. Arrivarono all’ippodromo che era pieno di persone e cavalli, tutti indaffarati a completare le ultime operazioni prima della partenza. Appena scesi dal furgone, Palla di neve andò a piazzarsi all’interno della staccionata pronto a scattare, Bianchina andò in prima fila tra le gambe degli spettatori e Nerina si mise in disparte, non voleva assistere alla gara ma ci teneva ad ascoltare quel che sarebbe successo. Tutti i cavalli partecipanti erano sulla linea di partenza e attendevano lo sparo d’inizio, quando il barone esclamò: “Togliete quell’oca dai piedi. Disturba le persone e soprattutto i cavalli che devono gareggiare”. Gli inservienti, allora, catturarono l’oca e la chiusero in una gabbia. Questo incidente mandava all’aria i piani studiati dagli amici e lasciava Fulmine in balia della sorte; doveva cavarsela da solo.
Per fortuna la madre Nerina, che fino a quel momento era rimasta in disparte, ebbe l’idea di fare la cronaca della gara. Si avvicinò a Bianchina e le disse: “Io ti racconto quel che succede e tu impartisci gli ordini a Fulmine”. Così fecero; allo sparo d’avvio Bianchina gridò: “Qua, qua” e Fulmine schizzò via come un razzo; nel frattempo Palla di neve, quando vedeva un ostacolo sulla pista, avvertiva: “Pozzanghera” e mentre Fulmine saltava, gli altri cavalli si impantanavano perdendo il ritmo della falcata. Nelle curve Bianchina gridava: “Qua” e Fulmine rallentava per non perdere l’equilibrio. Palla di neve: “Fosso” e Fulmine saltava.
Così facendo erano rimasti in testa solo lui e Napoleone. Napoleone, che era già allo stremo delle forze, capì che non avrebbe potuto vincere senza fare una scorrettezza, così cercò di stringere Fulmine allo steccato per farlo sbattere contro la staccionata e bloccarlo. Nerina si accorse in tempo della manovra e disse a Bianchina di rallentare Fulmine. Prontamente Bianchina gridò: “Qua” e Fulmine smorzò la velocità quel tanto da evitare l’incidente; ma bastò perché Napoleone perdesse il passo e rimanesse dietro. A quel punto Bianchina, erano quasi in dirittura d’arrivo, gridò: “Qua, qua, qua” e Fulmine si scatenò; sembrava non toccasse terra e volasse come Pegaso il cavallo alato. Tagliò per primo il traguardo e vinse di una lunghezza su Napoleone. Nel giro d’onore Fulmine era seguito, in ordine, da Nerina sua madre, da Palla di neve e da Bianchina, che nel frattempo era stata liberata; tutti e quattro non stavano più nella pelle dalla gioia.
Al ritorno, nella tenuta del barone, Napoleone avvicinò al vincitore e gli disse: “Hai vinto e ti sei meritato l’ingresso nel club dei cavalli da corsa. Da oggi puoi allenarti con noi ogni volta che lo desideri”. “La vittoria non è solo merito mio” rispose Fulmine “ma anche dei miei amici e non ho alcuna intenzione di abbandonarli né tantomeno lasciare da sola mia madre”. Da allora quella memorabile corsa entrò tra le favole e ancora oggi i nipoti chiedono ai nonni di raccontare la favola di Fulmine e i suoi amici.

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