GLI EROI DI TITANO

Racconto in concorso

GLI EROI DI TITANO

Di Carlo Pizzoni

«Di di. Di di. Di di…»
La fastidiosa sveglia computerizzata interruppe il mio sonno chimico.
Mi stiracchiai sul letto.
Senza neanche bussare, Otto, il robot servitore, entrò nella stanza con una tazza di caffè sintetico.
«Buongiorno tenente Calati. Sono le otto precise, ora di Greenwich. Ci troviamo a settantasei milioni di chilometri dalla Terra. Il viaggio procede come da programma…»
«Otto, pensiamo alle cose serie, le comunicazioni con Kourou sono state ripristinate?»
«No tenente. Irma non ha ricevuto niente. L’apparato radio è in ordine, tutti i sistemi sono operativi…»
Sorrisi, come se non sapessi che Irma e Otto fossero la medesima cosa, la stessa intelligenza artificiale.
«Sì, sì. Tutto operativo e poi non riceviamo segnali. Robot del cazzo!»
Presi la tazzina e diedi un calcio a Otto, che indietreggiò sulle sue rotelline gommate. Mi diedi una sciacquata al viso, «Ashley-Cooper si è alzato?»
Otto non si avvicinò, «Come tutti i giorni, il comandante si è destato alle sette e trenta precise, senza l’aiuto della sveglia. Ha provato a effettuare qualche flessione, poi si è preparato il tè».
Tre anni da solo con questo aristocratico inglese di merda, speriamo che non mi venga la voglia di farlo fuori.
«Il comandante l’attende in sala controllo», Otto scappò via, prima di beccarsi un altro calcio.
Che cagacazzo di merda. Che bisogno c’è di alzarsi puntuali alle otto, tanto è tutto computerizzato. Con la scusa che siamo militari… che rabbia. Poi un italiano un inglese e un francese, come nelle peggiori barzellette. Almeno con Patrick eravamo diventati amici. Non poteva morire Ashley-Cooper? No, le piattole non muoiono mai.
Mi lanciai fuori dalla mia cuccetta, almeno l’assenza della forza di gravità mi permetteva di divertirmi un po’.
Il comandante si raccomandava sempre di utilizzare i gambaletti magnetici per simulare la gravità, onde evitare l’atrofia muscolare. Per motivi di budget la Titan Europe One non aveva la possibilità di creare la gravità artificiale.
«Buongiorno comandante».
«Buongiorno tenente», il comandante mi fissò con un’espressione di disgusto, «non si dispiaccia, ma emana un cattivo odore. Poi ha la barba lunga, da quanto tempo non si rade?»
Non risposi a nessuna domanda.
Dopo tanti anni passati a respirare la stessa aria viziata, ancora riusciva a distinguere gli odori…
«Capisco che è stremato. Oltre quaranta ore di attività extraveicolare per riparare l’antenna, senza nessun risultato poi. Ma sono passati anni, cerchi di riprendersi», il comandante iniziò a respirare affannosamente, «questo scompenso al cuore non ci voleva».
Irma, il computer centrale, intervenne direttamente dagli altoparlanti: «Comandante non si deve affaticare. Ricordi la miocardiopatia dilatativa».
Provai un po’ di pena per l’inglese, «Hai fatto il check-up al comandante oggi? Quant’è la frazione di eiezione».
«Dai dati dell’ecocardiogramma, la frazione di eiezione oggi è del trenta per cento, il comandante avrebbe bisogno di impiantare un defibrillatore automatico».
«Speriamo di arrivare in tempo».
«Non si preoccupi tenente, noi inglesi abbiamo la pellaccia dura. Piuttosto metta il casco e si allacci. Stiamo arrivando nell’orbita di Marte. Si prepari alla fionda».
Improvvisamente il monitor si riempì del pianeta rosso.
Marte l’avevano conquistato nel 2035 i cinesi, ma la loro base era stata spazzata via da un tornado gigantesco. A meno che negli anni di assenza di contatto non avessero inviato altre missioni, non c’erano basi funzionanti.
Accesi l’interfono: «Irma prova su tutte le frequenze, ci sono risposte da Marte?»
«Negativo tenente. Da Marte nessuna risposta».
Che palle. Eccoli qua gli eroi di Titano. L’unica missione capace di tornare indietro da Saturno e nessuno ancora a festeggiarci.
Avevamo da poco lasciato Titano, dopo due mesi di osservazioni, quando la sezione cinque della nave era esplosa, dissolvendo Patrick e distruggendo il modulo telecomunicazioni.
Grazie a Irma e a tante ore di E.V.A., ero riuscito a montare un’antenna radio convenzionale, teoricamente funzionante. In pratica, però, erano quasi tre anni che non avevamo contatti con la Terra.
L’astronave iniziò a vibrare, Marte ci aveva catturati nel suo spazio gravitazionale. Come una fionda ci avrebbe lanciato verso la Terra, permettendoci di risparmiare carburante e accelerare la velocità del viaggio di rientro.
Irma iniziò il conto alla rovescia: «Meno nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno… lancio».
La forza di gravità ci schiacciò contro i sedili, venimmo proiettati in avanti, verso il Sole.
Improvvisamente tutti gli allarmi generici iniziarono a suonare, mi girai verso il comandante, che era riuscito a diventare più bianco del solito.
Attraverso il casco vedevo la sua bocca spalancata, gli occhi fuori dalle orbite. Eppure davanti a noi non c’era niente, non vedevo alcun pericolo!
Schiaccia lo stop generale degli allarmi.
«Irma aggiornamento sistemi. Comandante come si sente?»
Niente, Ashley-Cooper non rispondeva.
«Check-up sistemi completato. Fionda marziana perfettamente riuscita. Tutti i sistemi sono operativi».
«Ricevuto Irma, perché i segnali di allarme?»
«La Terra tenente. Non riesco a localizzare la Terra!»
«Che cazzo dici Irma», mi slacciai dal sedile, tolsi il casco. Mi lanciai verso il comandante e inizia a scuoterlo, poi gli liberai la testa.
«Comandante si riprenda», iniziai a schiaffeggialo sempre più forte. Presi dell’acqua rigenerata (piscio filtrato) e gliela tirai addosso. Dopo averlo bagnato, miriadi di piccole sfere si dispersero nell’ambiente, per poi essere aspirate automaticamente.
Il comandante riprese contatto con l’ambiente.
«Mi scusi tenente. Per la prima volta sono scioccato!»
«Ma che significa, non abbiamo contatti con le Antille? Sticazzi. Prima o poi capteremo qualche altra stazione».
Il comandante soffocò con la tosse una risata isterica, «No tenente, non ha capito. La Terra è scomparsa. Vediamo la luna, ma non c’è più la Terra!»
Aumentai l’ingrandimento del nostro telescopio, puntato sulla luna. Niente il nostro satellite era solo. Poi tutto si oscurò…
Mi risveglia in infermeria, con Otto al mio fianco.
«Bentornato fra noi tenente. Venga Irma ha trovato un collegamento con Base Luna».
Ancora rincoglionito seguii Otto fino alla cabina di comando.
Ashley-Cooper stava ascoltando per l’ennesima volta un messaggio registrato dalla base americana: «Qui Base Luna, Mayday. Mayday. Siamo attaccati… cinesi. Avranno finito… Mayday. Mayday. Stiamo per… sopraffatti, ho liberato le… di ossigeno nello spazio… Mayday. Mayday».
Ascoltammo il messaggio almeno venti volte, poi il comandante accese lo scanner biologico che avevamo già impiegato su Titano. Se c’era qualche sopravvissuto sulla Luna l’avremmo trovato.
«Caro Angelo, permette, vero? Eccoci alla resa dei conti. La mia famiglia ha sfornato ufficiali per l’esercito di sua Maestà per secoli. Almeno un Ashley-Cooper è morto in una guerra dell’Impero britannico, a partire da quella dei cento anni. Eppure, non ci crederà, sono sempre stato un pacifista nell’animo. Non ho mai avuto dubbi che, in una guerra terrestre, non ci sono vincitori e vinti, ma solo sopravvissuti e morti».
Il comandante prese una bottiglietta d’argento ammaccata. «Vede, questa fiaschetta? Fermò una palla di piombo francese a Waterloo, salvando un mio avo. Purtroppo nessuno salverà me».
Non riuscii a balbettare niente.
Il comandante bevve poi mi offrì la fiaschetta. «Brindiamo alla stupidità umana. Nelle guerre spaziali non c’è posto per i sopravvissuti».
Tossii per la forza dell’alcol, le cui ultime gocce si dispersero nell’abitacolo. «Comandante… mi scusi, Anthony, cosa pensa che sia successo?»
Ashley-Cooper smise per un attimo di respirare, poi fece un respiro profondo «La morfina sta facendo effetto».
Rimasi basito.
«Angelo non faccia quella faccia. Lei può sopravvivere un po’. Io ero già condannato. Per la Terra è semplice. Qualche buontempone avrà iniziato a utilizzare le armi nucleari, sicuramente per futili motivi. Qualcun altro, ancora più sveglio, avrà terminato le danze utilizzando le bombe ad antimateria. Fine dei giochi».
«E io?» balbettai.
«Lei Angelo ha tre scelte. Può indirizzare la nave su Venere o Mercurio ed essere così il primo uomo a sbarcarvi. Oppure fare rotta verso Proxima Centauri, chissà…»
Il bip del bio-scannr ci informò che non c’erano più esseri viventi sulla Luna.
«Allora tenente, non ho molto tempo, che vuole fare?»
Presi la mano del comandante e mi sorpresi a piangere. «Irma rotta su Proxima centauri».
L’inglese spirò serenamente.
«Qui Angelo Calati, Europe Titan One, ci stiamo dirigendo fuori del sistema solare. Questo messaggio verrà ritrasmesso su tutte le sequenze».Per aspera ad astra…

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