LA BENEDIZIONE DEL LAGO

Racconto in concorso

LA BENEDIZIONE DEL LAGO

Di Elisa Rapisarda

Urla lontane. Così flebili da sembrar provenire da un sogno. Una luce fredda e distorta.
Ruth istintivamente aveva aperto la bocca per intimare a chiunque fosse di tacere. Un freddo spiacevole e pungente aveva però invaso la sua gola, facendola dolere. Quel bagliore distante era stato distorto da quelle che sembravano tante bollicine. C’era qualcosa di rosso che vorticava intorno a lei, fluttuava con la leggerezza di un respiro. All’inizio aveva pensato che si trattasse dei propri capelli, ma aveva subito capito di aver sbagliato.
Quelli non erano i suoi capelli. Era sangue.
Aveva provato a dimenarsi, ma aveva sentito le proprie membra pesanti. Il petto bruciava, quasi come se stesse andando a fuoco, in netto contrasto con l’abbraccio gelido che la stava avvolgendo. Aveva provato a respirare ancora, ma aveva sentito di nuovo un dolore pungente alla gola. I suoi occhi erano spalancati per l’orrore, mentre si rendeva conto di cosa stesse accadendo.
Stava annegando. Ma… come era potuto accadere?
Ricordava di aver accettato di partecipare alla “Benedizione del Lago” di Koll e Leen. Era una cerimonia diffusa nel suo villaggio: le giovani coppie che avevano intenzione di sposarsi entro l’anno, organizzavano una festa sul lago poco distante. La tradizione voleva che dovesse rappresentare una sorta di unione tra le due famiglie e sebbene Leen e Koll non avessero parenti ancora in vita, avevano deciso di farlo lo stesso. Non era stata in grado di dire di no a Leen mentre la fissava con i suoi grandi occhi marroni, mentre la pregava di partecipare. Ruth non aveva idea del perché quei due avessero scelto di passare quel momento con lei. Non era mai stata una persona piacevole. Amava la solitudine e la sua lingua era tagliente almeno quanto il coltellaccio con il quale puliva il pesce. Era pur sempre cresciuta in una famiglia di uomini di mare. Aveva trascorso la propria vita ad osservare una barca allontanarsi, non sapendo se sarebbe mai tornata.
Ruth aveva provato a muoversi, in superficie ora riusciva a distinguere più chiaramente delle figure che si agitavano. Da una di esse provenivano le stesse urle disperate che aveva sentito prima che qualcosa colpisse la loro barca, facendola rovesciare. Ruth aveva ricevuto una botta in testa prima che potesse capire cosa stesse accadendo per poi risvegliarsi in quel mondo orribile e freddo. Istintivamente aveva portato una mano al petto, alla ricerca di qualcosa. Le sue dita erano rigide, ma alla fine era riuscita a stringere quello che cercava. Una luce verde acqua splendente ne era scaturita, mentre cercava di concentrarsi.
La luce si era affievolita e Ruth si era sentita come se all’improvviso il mondo intorno a lei non fosse più nemico. Le sue membra stanche potevano muoversi liberamente, quasi come se le correnti assecondassero i suoi pensieri. Era una sensazione diversa dal nuotare, quasi come se riuscisse a muoversi in mezzo all’acqua senza alcuno sforzo. Non aveva perso tempo a riflettere mentre si muoveva verso la superficie. La sua testa ed il petto urlavano all’unisono una sola cosa: respira!
Aveva allungato una mano verso la luce del sole, quasi come se questo le potesse permettere di raggiungere prima la meta. Aveva stretto più forte la pietra che portava al petto, mentre cercava di aumentare la propria velocità. La superficie era lì che la aspettava, doveva solo fare un ultimo sforzo.
Il primo contatto con l’aria fresca era stato liberatorio. Aveva tossito, sputando con forza più acqua possibile. Le faceva male tutto e si sentiva stordita, ma era viva. Immediatamente aveva cercato qualcosa a cui aggrapparsi, ma il risultato era stato piuttosto fallimentare. In quel momento aveva incrociato lo sguardo con quello di Leen, ancora in preda ad urla disperate. Il suo viso era il ritratto del dolore e della paura. I suoi capelli chiari amabilmente acconciati, ora erano appiccicati al suo volto. Era aggrappata a quello che rimaneva della barca, ma sembrava faticare a stare a galla. L’altra imbarcazione, in lontananza, si stava avvicinando a loro urlando incoraggiamenti.
“RUTH!” aveva esclamato la voce di Leen. Era un misto di paura, fretta e sollievo. Mentre si voltava verso di lei, qualcosa l’aveva tirata verso il basso. La sorpresa era stata tale da farle perdere per un attimo la presa sulla sua pietra. Aveva provato ad urlare qualcosa simile ad un “NO!”, mentre veniva di nuovo trascinata in quel mondo gelido, ma tutto quello che aveva ottenuto era stato suono soffocato. Avrebbe voluto piangere per la frustrazione, ma si era invece guardata intorno mentre allungava la mano per afferrare di nuovo la pietra. Quello che aveva visto le aveva fatto spalancare gli occhi dalla sorpresa.
C’erano delle creature ai suoi piedi. Erano almeno quattro e stavano cercando in tutti i modi di tirarla verso il basso. Era difficile distinguerle in quell’oscurità, sembravano fatte d’acqua. Per certi versi le ricordavano le meduse. Nonostante la sorpresa iniziale si era ripresa quasi subito. Non era la prima volta che vedeva qualcosa del genere. Lo ricordava come se fosse successo il giorno prima.
Si trovava sulle coste di quello stesso lago, intenta a controllare le trappole che aveva lasciato due giorni prima. In una di esse aveva trovato una strana creatura mai vista prima. Il volto non era visibile, visto che si trovava a pancia in giù, ma aveva delle braccia e delle gambe molto lunghe. Quanto aveva cercato di tirarla su per esaminarla, la creatura si era dissolta tra le sue mani, tramutandosi in acqua. Tutto quello che era rimasto era stata una strana pietra che splendeva quasi di luce propria, con delle sfumature più chiare che ricordavano una scrittura antica. Aveva deciso di tenerla con sé, scoprendo quasi per caso i poteri che nascondeva. Ogni volta che la stringeva, l’acqua iniziava a comportarsi in modo strano intorno a lei, quasi come se volesse aiutarla. Ruth, tuttavia, non era stata in grado di sfruttare quel potere se non un paio di volte: non aveva nessun altro interesse per il mare o per il lago che non fosse la pesca. Non era come suo padre o suo fratello. Non facevano ritorno al villaggio da anni e non sapeva neanche se fossero ancora vivi. Non che le importasse. Erano sempre stati delle figure evanescenti e distanti. Per certi versi le ricordavano le creature che ora desideravano la sua morte.
Aveva scalciato, cercando di liberarsi dalla loro presa, agitando le dita nella spasmodica ricerca di quella pietra. Non appena era riuscita a stringerla aveva subito percepito quella piacevole sensazione di potere, che le aveva permesso di liberare almeno una gamba, allontanando le creature. Aveva sentito una delle loro mani stringerle il polso e cercare di aprirle le dita. Ora che erano così vicine, riusciva a vederle meglio. I loro occhi erano scuri e vacui, arrabbiati. Nel petto traslucido intravedeva una sorta di pietra splendente. Ricordava molto quella che la stava mantenendo disperatamente in vita. Era di questo che si trattava? Aveva sottratto il cuore ad uno dei loro compagni e ora stavano cercando di riprenderselo? Stava morendo per questo? Ruth si era dimenata con tutte le proprie energie, cercando di scrollarsele di dosso, osservando la luce sopra di lei. Era così vicina! Non doveva arrendersi. Il suo sguardo era corso dove aveva visto Leen, nella speranza che la barca fosse già arrivata a soccorrerli, ma si era ritrovata a sgranare gli occhi nel vedere Koll affondare lentamente. La sua pelle scura era livida ed il suo sorriso si era spento in una espressione di dolore.
Normalmente una visione del genere non l’avrebbe turbata. Non le era mai importato di nessuno se non di se stessa. Era sempre stato così, aveva dovuto imparare ad essere egoista visto che la sua famiglia l’aveva sempre lasciata indietro. Ma allora perché non riusciva a smettere di guardare il corpo stanco di Koll e le gambe di Leen che si facevano sempre più deboli? Non aveva interesse per gli altri, eppure quei due idioti, per quanto li avesse scacciati, non l’avevano mai abbandonata. Il fatto che avessero deciso di condividere con lei un momento importante come la “Benedizione del Lago” ne era la prova. Ora però stavano affogando, e tutto per cosa? Perché lei aveva sottratto qualcosa a quelle creature ed aveva usato il loro potere per se stessa. Aveva sempre maledetto l’egoismo della propria famiglia per averla fatta soffrire, ma ora non stava facendo lo stesso con Leen e Koll?
Quelle creature acquatiche erano sempre di più, mormoravano con le loro piccole bocche qualcosa in una lingua che non conosceva. La sua testa si stava facendo sempre più pesante, rendendole difficile trovare una soluzione. Sfruttando il potere della pietra forse si sarebbe salvata, certo. Ma che senso avrebbe avuto se così avrebbe lasciato indietro Leen e Koll? Sarebbe stata come suo padre e suo fratello. Una persona sola ed egoista. Era ancora disposta ad esserlo?
Ruth aveva concentrato le sue ultime energie, stringendo con forza la pietra. L’acqua intorno ai due ragazzi di fronte a lei aveva iniziato ad agitarsi, per poi avvolgere il corpo di Koll e trascinarlo a galla, lontano da quella fredda tomba. La stessa cosa era successa alla figura di Leen. In quel momento aveva sentito urla in lontananza ed una grossa ombra aveva oscurato il sole. Si trattava dei soccorsi? Non lo sapeva. Non aveva più le energie per pensare ed era faticoso persino rimanere cosciente. Le sue dita fredde avevano pian piano lasciato andare la pietra verde acqua, mentre questa veniva raccolta con delicatezza da quelle creature. Aveva visto i propri occhi azzurri specchiati in quelli scuri, mentre pronunciavano altre parole per lei incomprensibili. Era stanca di tutto quel dolore, della solitudine ma soprattutto era stanca di essere Ruth. L’ultima cosa che aveva visto, prima di perdere conoscenza, era stata un’ombra scura che incombeva su di lei, per poi essere accolta nel familiare freddo gelido del lago.

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