L’ODORE DEL BAOBAB

Racconto in concorso

L’ODORE DEL BAOBAB

Di Vincenza Precone

Odore legnoso, resinoso. Caldo, leggermente affumicato. Mi perviene nei momenti di riflessione, e quando sono serena: è l’odore del baobab. Non conosco quest’albero, ma sono certa che questo sia il suo odore.
Mi chiamo Lewa. È un nome africano. Per un africano, il nome riflette le proprie radici, l’aspetto, il carattere: i miei genitori mi vedevano bella, perché questo è il significato del mio nome. Non ricordo il mio paese, nemmeno i miei genitori. Ho un padre ed una madre adottivi amorevoli ed abito in fondo al viale, quello che definiscono il viale dei professionisti, in un’incantevole villa con piscina. Perfettamente integrata. Non mi sento italiana, ma nemmeno africana. Un tempo i continenti erano tutti uniti, forse quello sarebbe stato il momento ideale per vivere, almeno per me. A pensarci bene, mi sento un po’ londinese. Ho vissuto per sei mesi a Londra, per un progetto Erasmus universitario. Quella città è meravigliosamente multietnica: una miriade di colori, di lingue, di sensazioni, di sapori. La varietà, paradossalmente, ci unisce.
Ho un bell’aspetto, caratteristico della mia etnia, che mi rende fenotipicamente diversa dalle altre persone del luogo in cui vivo. Piaccio agli uomini, ed anche alle donne: mi assimilano per il fisico e la leggiadria ad una gazzella. La mia altezza mi ha permesso di eccellere nella palla a canestro, che pratico a livello agonistico. I miei genitori hanno sempre creduto nell’efficacia della pratica sportiva di squadra durante l’età evolutiva, per sviluppare espansività, sicurezza in sé e spirito di gruppo. Avevano ragione. Sono circondata da centinaia di amici all’università, fedeli e sinceri. La mia socievolezza mi ha indotto anche a praticare recitazione teatrale, ed ho di recente avuto la possibilità di fare l’esperienza di recitare come comparsa in uno spettacolo al teatro alla Scala di Milano.
Insomma, sono una ragazza normale, con tanti interessi, fortunata, e felice. E quando sono particolarmente felice sento il bisogno di passeggiare. Come è capitato ieri sera. Avevo avuto la notizia della pubblicazione di un libro che ho scritto da parte di una piccola casa editrice milanese, il mio più grande sogno è diventare scrittrice. Attendevo da mesi questa notizia, non ho potuto frenare il mio entusiasmo. La serata era fresca, ho messo la mia spilla portafortuna a forma di fatina, ho indossato velocemente il mio giubbino di jeans preferito e sono andata al parco vicino casa. C’era silenzio. La lieve brezza accarezzava la pelle del mio viso ed il profumo dell’erba inebriava il mio olfatto. E poi? Alcune ombre dietro agli alberi. Non è stato il vento a schiaffeggiarmi. Il buio, i rumori, risa metalliche ed acri.
Mi ritrovo su questa barella di ospedale. Ho ferite sanguinanti, il mio volto è sfigurato. Piango, piango, piango. La disperazione mi sta strappando il petto e la mente, come cartastraccia inutile.
Non riesco più a sentire l’odore del baobab. Sono sveglia, ho gli occhi socchiusi. Avverto la presenza di molte persone intorno alla barella ed un ago sta penetrando nella pelle del mio braccio. Nel buio intravedo una luce lilla, iridescente. La vedo: è la mia fatina portafortuna. Ha ali blu, blu ghiaccio. Anche gli occhi ed i capelli sono blu. Mi sento improvvisamente felice guardando il suo sorriso, e la sua luce. Non è un angelo, non sono morta: sento ancora la voce dei medici, ed ora il braccio mi brucia. La mia fatina ha un ciondolo al collo, è inciso il nome Fanny. Scintilla. È reale, ne sono certa. Mi stringe la mano, e mi porta con sé, con le sue ali, con la sua polvere di stelle, tra le stelle. Attraversiamo il cielo e vedo una foresta illuminata da una luce abbagliante, è una foresta incantata. La sua flora e la sua fauna sono sorprendenti: papaveri rossi giganti in una distesa infinita, tra piccoli fiori di lavanda, alberi secolari dai fusti alti e robusti, e cinguettii squillanti di una miriade di uccelli che si intravedono tra i rami degli alberi. Fanny non parla, e non so se sa farlo, però mi sorride e mi indica un viale sterrato. Mi cinge le spalle e mi mette al collo la catena con il suo ciondolo, e vola via. Senza esitazione, percorro il viale correndo. Sento il profumo pungente del muschio e la rugiada mi bagna. Il viale è lungo, e non ne vedo la fine. Rami di edera pungente avvinghiano le mie caviglie, ad ogni passo più strettamente. Lateralmente al viale, dietro agli alberi vedo ombre scure e sento voci tetre che mi urlano contro. Sono le voci del male, e mi ricordano quella sera. Ho paura, sento freddo. Rallento, e l’ombra aumenta. Stringo la medaglia di Fanny tra le mani, ed inizia a brillare. Mi sento diversa. Il coraggio sopraggiunge nuovamente, e noto che sulle mie scapole sono spuntati degli abbozzi di ali blu. Spicco il volo, si staccano i rami dell’edera dalle mie caviglie, e ritorna a splendere la luce che illumina il percorso. Le voci e le ombre sono sempre più distanti da me. Arrivo in fondo al viale, e li vedo. Vedo i baobab. L’entusiasmo mi invade, e le calde lacrime rigano copiosamente il mio volto. Mi avvicino ed abbraccio il tronco di un baobab. Apro gli occhi, ci sono mia madre e mio padre al mio capezzale. Mi sorridono, e risplende la medaglia di Fanny sul mio collo. Risento l’odore del baobab.

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