VILLA MARINELLA

Racconto in concorso

VILLA MARINELLA

Di Sonia Filippi

Prologo

8 agosto 1929

L’orchestrina suonava sotto il gazebo, le ragazze sedute sulle poltroncine di vimini si facevano aria con grandi ed eleganti ventagli piumati in quella calda serata di agosto. Aspettavano che qualche intraprendente giovanotto le invitasse a ballare, Villa Marinella non era mai stata così bella, tutta illuminata, col placido laghetto ricoperto di ninfee rosa, in cui si rifletteva la luce della luna. L’aria era permeata dai profumi che i bellissimi fiori spandevano intorno. La festa era al culmine, tutti sembravano divertirsi. Tutti, tranne lei, Marinella, unica figlia di una ricca famiglia, festeggiava il suo ventunesimo compleanno. Il padre l’adorava e le aveva dedicato il nome di quell’imponente costruzione, che un giorno avrebbe ereditato insieme al patrimonio di famiglia. Quell’occasione sarebbe stata la sua entrée in società ed una vetrina per trovare marito. Era un partito che poteva fare gola a tanti, ma fino ad allora nessuno si era fatto avanti e Marinella non era affatto felice. Se ne stava seduta sull’erba in riva al laghetto. Immergeva la mano giocando con l’acqua. Johnny, il ragazzo di cui si era invaghita, non era venuto alla sua festa. Il suo sguardo si spostò alle luci del giardino dove gli invitati ballavano, nessuno pareva aver fatto caso alla sua assenza, e poi le cadde inevitabilmente sulla gamba e la mano sinistra, storpiate, che se ne stavano lì inerti. La polio l’aveva colpita da bambina lasciandola deforme. Ecco perché Johnny non era venuto, lei era un mostro, nessuno l’avrebbe mai amata davvero. Si tirò l’elegante gonna coprendo la gamba e sospirò. Un rumore leggero la colse di sorpresa, come un fruscio lieve. “Johnny”, sussurrò timidamente “sei tu?” Non poté dire altro, una pietra pesantissima la colpì sulla sommità del capo aprendole la testa in due. Il fermaglio di perle sui capelli cadde tra l’erba, ed il buio la portò via per sempre.

8 agosto 1998

La ragazza in pantaloncini correva con il cane al guinzaglio. Faceva jogging tutti i giorni passando davanti a quella villa abbandonata. Si fermò a riprendere fiato proprio davanti al cancello arrugginito. “Buono Johnny, disse all’animale che la strattonava per continuare. “Mi ammazzi così” e lo accarezzò stringendolo a sé. Il botolo non la smetteva di leccarle il viso e in un impeto di affetto le fece perdere l’equilibrio facendola cadere contro la vecchia cancellata, che con sua sorpresa si aprì. Cadendo aveva lasciato il guinzaglio e Johnny con uno strattone si era liberato correndo all’interno del giardino verso l’entrata. “Vieni qui!” gridò al cane che, libero, correva tra i cespugli di rovi. A malincuore decise di inoltrarsi tra i vialetti che ancora conservavano traccia di ciò che erano stati. “Malefico essere, se ti prendo stasera niente coccole”, sibilò tra i denti incamminandosi. Notò che la natura aveva conquistato ogni angolo di quel posto. Si sentiva ovunque l’odore nauseabondo dell’acqua imputridita e resa opaca da un muschio putrescente, misto a quello di una miriade di varietà di fiori che ormai si erano inselvatichiti, nel vicino laghetto. Non poté fare a meno di pensare che quel luogo, un tempo, fosse stato bellissimo. Chiuse gli occhi e immaginò eleganti feste con fiumi di champagne. Le sarebbe piaciuto rivivere quell’atmosfera anche solo per un momento. Tra i rovi, qualcosa di luccicante attirò la sua attenzione. Era un fermaglio per capelli di foggia antica, arrugginito ma di sicuro prezioso. Aveva delle perle incastonate tutte rovinate. Probabilmente era appartenuto a qualche fanciulla che l’aveva perduto forse in un incontro d’amore. Lo rigirò tra le mani, incerta se portarlo con sé o lasciarlo li. Poi notò che da un lato era vistosamente ammaccato ed aveva una grossa macchia scura. Poteva essere ruggine, o sangue. Immaginare qualcosa di cruento in quel luogo era praticamente impossibile. Ma la sensazione era sgradevole e lo lasciò cadere. Col piede lo spinse tra l’erba e s’incamminò per recuperare il suo cane. Era giunta all’entrata della villa, il portone d’ingresso era socchiuso. Sentì Johnny abbaiare all’interno e rassegnata entrò. Non riusciva però a vederlo, dentro era semibuio, il sole filtrava dai vetri rotti delle immense finestre parzialmente coperte da tendaggi strappati. Le mancò il respiro, l’odore di muffa saturava l’ambiente.  Gli occhi abituati alla penombra, riuscì a percepire quello che le stava intorno. Un ampio salone circolare con ai lati innumerevoli porte tutte intarsiate e al centro una scalinata di marmo che saliva a chiocciola ai piani superiori. Dovunque c’erano polvere e ragnatele, pezzi d’intonaco e di vetro. Tentò di girare una maniglia ma il tempo aveva bloccato le serrature e dovette desistere. Un lampadario maestoso dondolava leggermente dal soffitto al centro. Il cristallo era tutto rovinato, probabilmente qualcuno ci aveva giocato al tiro al bersaglio in tempi non troppo lontani, e le schegge ricoprivano il pavimento e gracchiavano sotto i suoi piedi. Si raccontavano tante cose di quella villa, si diceva che i proprietari, dopo la morte della loro unica figlia, si fossero ritirati lontano dalla città per il dolore. E che la ragazza fosse perita di morte violenta in circostanze mai chiarite, lasciando il colpevole libero e impunito.
In lontananza sentiva abbaiare Johnny. Chiamandolo si riscosse dai suoi pensieri e percependo una nota isterica nella propria voce, si accorse di avere paura. “Adesso basta!” esclamò spazientita, diretta verso la scalinata. “Ti vengo a prendere e ce ne andiamo da qui”. Mise il piede sul primo gradino risoluta a salire, mentre l’animaletto correva di qua e di là abbaiando. Spinta dalla curiosità proseguì mentre Johnny, dopo averla raggiunta, le danzava intorno. Aveva il muso tutto ricoperto di ragnatele. Stupido cane, pensò accarezzandolo con energia. Il piano superiore era disposto a semicerchio con altrettante porte che si affacciavano tutte verso la scalinata. Le stanze erano chiuse, desistendo decise di scendere e andare, era ora di uscire di lì. Quando fu nell’ampio atrio si accorse che una lama di sole, penetrata dalle vetrate rotte, batteva sull’uscio di una porta leggermente socchiusa. Non se ne era accorta prima, intenta com’era a ritrovare il suo cane, che nel frattempo era sparito di nuovo. “Johnny!” chiamò a gran voce, innervosita. Un abbaiare di richiamo le rispose dall’interno della stanza. Titubante, mosse qualche passo e varcò la soglia. Lo sentiva abbaiare, ma lontano. Quanto poteva essere grande una stanza? Avanzando piano, vide un chiarore dritto davanti a lei e la coda di Johnny che per un attimo si illuminò, sparendo nuovamente. “Stronzetto”, urlò stizzita “vieni subito qui!”. Una nebbia incorporea e gelida si alzò all’improvviso e fatti pochi passi, senza sapere come, si ritrovò in un giardino illuminato. Vedeva gente danzare al suono di un’orchestrina mentre il profumo penetrante dei fiori la nauseava. Non capiva. Si accorse di indossare abiti di una foggia strana. Un filo di perle al collo le raggiungeva la vita e nei capelli a caschetto, un fermaglio, anch’esso di perle. Si toccò la tempia, notando la sua mano rachitica. Si accorse anche che non riusciva più a camminare agevolmente. Trascinava un po’ la gamba, come se fosse inerte. Non capiva cosa stesse succedendo. Mentre avanzava tra la gente, che le sorrideva, vide un uomo andarle incontro. “Marinella, mia adorata figlia”, le disse prendendole le mani. “Questa è la tua festa, cerca di divertirti, o almeno provaci”, concluse baciandole teneramente la fronte. Era tutto dannatamente assurdo. Lei non era Marinella e come cazzo c’era finita lì? Doveva andarsene, e in fretta. In lontananza vide brillare sotto la luna le acque del laghetto. Sì ora ricordava, entrando l’aveva visto e ci si era fermata. Il cancello era vicino. Si rese conto che poteva muoversi con difficoltà, trascinare la gamba la rallentava. Arrivare fin lì le costò una fatica enorme. Chissà quanto aveva sofferto quella poveretta. Dio, probabilmente si era infilata in un loop temporale. Non c’era altra spiegazione. Ma come? Si accasciò a terra per riprendere fiato un momento e radunare i pensieri. Di Johnny non c’era l’ombra, ma quello era l’ultimo dei suoi problemi. Si chiese se trovare il cancello sarebbe stata una buona idea. No, doveva uscire dalla porta da cui era entrata. Solo così sarebbe tornata nel “suo mondo”. Cercò di alzarsi, ma sentì un rumore tra i cespugli, dietro di lei. “Chi c’è lì. Chi sei? Johnny? Sei tu?” chiese al buio che la circondava. Un fruscio insistente, come di qualcuno che si stesse avvicinando. Guardò verso il gazebo la gente che ballava ignorandola. Sentì una tristezza profonda invaderla. E disperazione. Poi si accorse di un’ombra che si stagliava contro luce, minacciosa, sovrastandola. Aveva qualcosa in mano e stava per colpirla. Non capiva chi potesse essere. Alzò il braccio sano per difendersi, mentre l’ombra…
Strinse forte gli occhi e attese, ma dai cespugli uscì Johnny tutto trafelato e leccandole la faccia le manifestò la sua contentezza. La nebbia si era alzata di nuovo, densa e fredda. Si accorse di essere di nuovo sé stessa, con i pantaloncini ed i lunghi capelli. Sentiva ancora suonare una vecchia canzone ma pian piano il suono si affievoliva. Il braccio e la gamba erano ridiventati normali e si ritrovò di nuovo all’interno della stanza, al buio. Uscì più in fretta che poté, voleva allontanarsi da lì. Tornare nella sua realtà. Prese in braccio il cane e si precipitò di corsa fuori. Lasciandosi tutto alle spalle. Davanti alla cancellata, depositò Johnny a terra e si girò. La villa era lì, silenziosa e immobile. Era meglio non pensare a cosa fosse realmente successo. Si incamminò verso casa, le mani in tasca. Ed un fermaglio per capelli di perle, tra le mani.

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