ANNO DEL SIGNORE 1299

Racconto in concorso

ANNO DEL SIGNORE 1299

Di Giovanna Giuliani

Anno del signore 1299

Il mio nome è Eric e sono un cavaliere a cui piace molto viaggiare, per questo tutti nella Città Eterna mi chiamano “Eric l’errante”. Sono stato convocato da Bonifacio VIII con l’incarico di prelevare la “Bolla del Perdono” in L’Aquila. Il viaggio sarà lungo e tortuoso, credo che neanche il clima sia dalla mia parte e dovrò star attento a briganti e animali selvatici. A Roma si susseguono voci insistenti sulla prima grande indulgenza plenaria della storia e a me è stato affidato il compito di recuperare il primo documento ufficiale del perdono di tutti i peccati: questo è l’inizio del “cammino verso il Giubileo”.
Il suono delle campane segna l’inizio della mia giornata, faccio tre volte il segno della croce, mi vesto e lavo solo il viso e le mani. Indosso una camicia di lino con le maniche lunghe e calzo brache di stoffa leggera con sopra un secondo paio più pesante. Per proteggermi dal freddo porto un mantello fatto di pelliccia di castoro. Al collo ho sempre appesa una catenina di San Cristoforo, protettore di viandanti e pellegrini.
Ricevuta la benedizione da papa Bonifacio VIII, parto per quello che sarà il viaggio alla ricerca della “Bolla del Perdono”. È l’unico documento esistente, scritto da papa Celestino V,  per assolvere dalle colpe tutti coloro che, sinceramente pentiti e confessati, saranno entrati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio in L’Aquila, nei vespri della vigilia della festività di San Giovanni (28 e 29 di Agosto) e per questo conservato nella stessa Basilica. Per non perdermi mi sono fatto prestare, da un amico commerciante, una mappa che mi condurrà dritto dritto a L’Aquila. Assalti di briganti, squadre di armati e animali feroci sono la mia più grande preoccupazione ma essendo un ex crociato sarò in grado di superare queste difficoltà, a costo della mia stessa vita. La meridiana del campanile segna con la sua ombra la VII ora. Ho sellato il mio cavallo e sto partendo per cercare di arrivare al L’Aquila almeno per sera. Il freddo intenso però renderà il mio cammino ostile e sarò costretto a fare molte soste per riscaldarmi, ma anche per rifocillarmi. Dopo molte ore di cammino ho già percorso molta strada. Il sole è alto nel cielo e decido di fermarmi a banchettare nel primo villaggio che incontro. La strada cittadina è  animata di animali domestici, artigiani e commercianti che espongono la propria mercanzia ed io cerco di farmi spazio tra la folla e le numerose bancarelle. Inoltre devo domare il mio cavallo spaventato dalle urla degli strilloni. Entro in un vicolo e casualmente mi ritrovo davanti le porte di una bottega. Lego il mio cavallo ad un paletto e decido di entrare. All’interno del locale richiamano la mia attenzione le teste di animali imbalsamati appese alle pareti e le tovaglie che sembrano canapa strappata dall’albero di qualche nave. Mi siedo ad un tavolo ed ordino all’oste una zuppa di ceci, un po’ di pane e del buon vino. Accanto a me ci sono due “ribaldi” e ho il timore che prima o poi arrivino alla rissa; continuano a lanciare i loro tre dadi in maniera sempre più violenta; Il “gioco della Zara” sta fomentando la loro passione. Prima che vengano  alle mani, decido di consumare in tutta fretta il mio pranzo e di continuare il mio viaggio. Con il calar della sera il freddo si fa più intenso e si comincia a scorgere la prima neve.  Il mio cavallo arranca a camminare e diventa sempre più inquieto, si imbizzarrisce ed io non riesco più a domarlo. Cadendo da cavallo scorgo in lontananza un branco di lupi. Cerco di tornare in sella e di afferrare con forza le redini per fuggire nel bosco. Con mio grande stupore, nonostante le avversità, sono finalmente arrivato davanti a porta Bazzano in L’Aquila e voglio onorare il mio incarico pregando sulla tomba di Celestino V. Ho avuto l’onore di conoscerlo quando era ancora un eremita ed io invece ero reduce dalla guerra in Gerusalemme. Sono un ex crociato in Terra Santa e sono uno dei pochi a cui Pietro da Morrone (in seguito Papa Celestino V) ha assolto i peccati e concesso l’indulgenza. Porto ancora il segno della croce sulle spalle come impegno al servizio di Cristo. Voglio ringraziare il Papa per la grazia ricevuta. Dopo aver pregato a lungo, devo portare a termine la mia missione. La basilica  spunta  maestosa su un colle in mezzo ad una radura. Trovo l’enorme portone aperto. Con passo lento e  insicuro avanzo lungo la navata centrale della cattedrale facendo il segno della croce. Mi colpisce il grande pavimento a scacchi bianco e rosso, la maestosità delle colonne in pietra sormontate da archi e il bellissimo tetto in legno. Nonostante la luce fioca si intravedono scene del vangelo sulle vetrate delle finestre laterali. L’incontro con il vescovo si svolge dietro l’abside (altare) della Basilica. È lì, imponente, siede sul trono. Mi inchino al suo cospetto e con un cenno della mano mi fa segno di avvicinarmi. Con voce ferma e sicuro di se mi dice: “Ti è stato affidato un compito molto importante: dovrai portare a Roma questo prezioso documento. Dovrai proteggerlo con la tua stessa vita. Nelle tue mani consegnerò il destino del nostro pontificato e quello di un intero popolo. Farò in modo che tu riesca in questa impresa con l’aiuto di due guardie che ti sapranno proteggere dalle avversità. Il nostro incontro dovrà rimanere segreto”. Rimango impietrito, il suono della sua voce echeggia nell’immensa Basilica. Fuori intanto la luce è calata e un forte temporale imperversa. La cera delle candele si è ormai consumata ed un potente tuono rompe il silenzio. Mi volto verso l’enorme vetrata, come se qualcosa debba richiamare la mia attenzione e quando mi rigiro verso il vescovo… non c’è più. Stupiti per l’accaduto io e le mie guardie decidiamo di riposarci per poi partire alla volta di Roma. Alle prime luci dell’alba serrati i cavalli siamo pronti a metterci in viaggio. Custodisco gelosamente la pergamena. Il sigillo in cera rende prezioso il documento. È protetta da una capsula metallica e devo a tutti i costi preservarla, per questo ho legato intorno alla mia cintola un astuccio in pelle. Lungo l’impervio cammino ci troviamo dinnanzi un gruppo di banditi. Ci intimano di consegnargli tutti i nostri averi. Al nostro rifiuto cominciano a scagliarsi su di noi. Il combattimento è cruento: uno dei miei cavalieri perde la vita, l’altro viene ferito ad un braccio mentre io rimango miracolosamente illeso. Grazie alla divina Provvidenza riusciamo a fuggire, lasciandoci i briganti alle spalle. Per fortuna si comincia a vedere un sentiero lastricato, finora avevamo percorso solo strade sterrate. Alle porte di Roma c’è già un gran fermento. Pellegrini da tutto il mondo si stanno riversando in città. I magistrati Romani per evitare disordini hanno diviso con delle staccionate ponte Sant’Angelo, così che una parte dei fedeli possano dirigersi verso San Pietro, mentre gli altri defluire una volta lasciata la Basilica verso il monte Giordano. In San Pietro è stata esposta la Veronica (immagine del sudario). Sono al cospetto del Papa. Sembra spaventato ma immensamente felice per il mio arrivo. “Finalmente!” esclama. “Gente da ogni angolo della terra sta giungendo a Roma e noi non siamo ancora pronti a questo grande evento”. Poi con tutta fretta apre la pergamena e sorridendo mi dice: “Attendevo con ansia questa bolla. Ora so cosa fare!”. Leggendo la bolla prosegue: “Sia un anno di riposo al quale si dovrà provvedere alla propria sussistenza solo cogliendo i frutti che la natura ci offre spontaneamente. Non vi sia nessun lavoro nei campi e neppure nessun raccolto ma dovremo cibarci solo di ciò che Dio ci dona attraverso la sua feconda e ricca creazione. Che l’animo umano possa acquisire nuova spiritualità maturata dalla preghiera e dalla meditazione”. Infine guardandomi negli occhi mi preannuncia: “Questo sarà il primo, vero e grande Giubileo della storia: l’anno della remissione dei peccati, della riconciliazione, della conversione e della penitenza di tutti coloro che verranno a Roma”.

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