CHISSÀ COSA SI PROVA A…

Racconto in concorso

CHISSÀ COSA SI PROVA A…

Di Barbara Romano

Fu tutto buio. Ricordo bene il momento in cui avvolsi gli occhi con la benda e cominciai a vagare per casa, cercando di non sbattere contro i mobili. Sentivo il fuoco crepitare nel camino, i ciocchi di legno ardere in fretta, l’aria scaldarsi. Avanzai tentoni, sperando di non capitombolare per terra. La fascia stringeva forte attorno al mio capo ma, inevitabilmente, della luce vi passava attraverso. Mi costrinsi dunque a stringere forte le palpebre e cercai il pulsante della luce, per rendere tutto scuro. Non so perché mi ero messa in testa quel piccolo esperimento. Volevo provare che cosa significasse avere un handicap, uno di qualsiasi tipo. Far capire a me stessa e a chi avevo attorno, quanto fossi fortunata. All’inizio avevo pensato di steccarmi una gamba, ma il mio tentativo era fallito, poiché non riuscivo a tenerla rigida, nonostante gli accorgimenti presi. Poi ho pensato a una mano fasciata, ma nemmeno quella idea mi era sembrata sufficientemente adeguata al mio esperimento. Allora avevo optato per la cecità. Mi sentivo anche in colpa nei confronti di chi, cieco, lo è per davvero, ma volevo capire a tutti i costi cosa si prova. Non aspettavo nessuno in quel momento, dunque non dovevo preoccuparmi. Il mio compagno, Justin, era al lavoro. Sapevo che, se mi avesse visto, di sicuro avrebbe riso di me, davanti a quella mia dannata cocciutaggine di sperimentare.  Mi prendeva sempre in giro, e tutte le volte era sempre piuttosto preoccupato per me. Una volta era tornato a casa e non aveva più trovato i suoi vestiti perché avevo deciso di venderli tutti online: la mia intenzione era stata capire se fossi capace a mercanteggiare. Giustamente mi aveva chiesto perché avevo usato i suoi e non i miei di indumenti, e io risposi che era stato un caso. Il destino. Un’altra avevo smontato le nostre rispettive biciclette, per rimontarle incrociando i pezzi. Volevo inventare la “bicicletta ibrida”, perché sostenevo avrebbe fruttato un sacco di soldi. Il risultato era che avevamo dovuto buttarle entrambe. Insomma, la mia inventiva era piuttosto fantasiosa e mi chiedevo come aveva fatto a non perdere ancora la pazienza con me. Invece Justin mi amava e non c’era volta in cui si dimenticava di dirmelo. Avanzai ancora un po’. Chissà cosa avrebbe detto se mi avesse vista a quel modo, in tuta da ginnastica con le pantofole rosa ai piedi e una benda stretta attorno agli occhi.
Conoscevo bene la mia casa, ovviamente e, in quel momento, stavo uscendo dalla cucina per entrare nel salotto. L’odore di lavanda invadeva la stanza. Adoravo quel profumo, mi metteva di buon umore e mi ricordava il viaggio che avevamo fatto in Provenza, qualche anno prima. Camminavo lentamente e – a tratti – avevo l’impressione di essermi persa.  Dovevo essere quasi al centro del salotto e, se mi fossi spostata un po’ di lato avrei trovato il divano. Allungai una gamba e poi l’altra, fino a che non lo trovai e mi ci sedetti un attimo. Mi chiesi come facevano le persone non vedenti a muoversi e capii quanto fosse difficile per loro camminare per la strada, tra i marciapiedi, i gradini, il traffico. Ovviamente lo sapevo già, ma provarlo era un’altra sensazione. Mi rialzai: volevo andare al piano di sopra. Dovevo stare attenta alle scale. Non erano molti i gradini, ma comunque farli senza vedere dove mettevo i piedi, non era proprio semplice. Mi aggrappai alla ringhiera e cominciai a salire. Un piede dietro l’altro. Avevo dato il lucido sul palchetto solo il giorno prima e le scale erano piuttosto scivolose. Persi un attimo l’equilibrio, ma per fortuna lo ritrovai quasi subito. Lentamente arrivai in camera e mi coricai sopra il mio letto. Mi mancava Justin e non vedevo l’ora di vederlo tornare. Ecco la parola. Vedere.  Avevo tutto quello che una persona può desiderare. Una casa, un compagno che mi voleva bene, un lavoro e soprattutto molta, moltissima voglia di vivere. E allora perché mi ostinavo a fare sempre quegli esperimenti sconclusionati? Perché cercavo di mettermi nei guai, smontando cose, sperimentando fino all’eccesso? Ero forse pazza? Mi chiesi. Non lo sapevo, naturalmente, ma ero molto stanca. Stufa della gente ipocrita, ostinata, polemica, e invidiosa. Volevo circondarmi di persone che mi “vedessero” per quello che ero veramente, un po’ fuori dalle righe, un po’ anticonformista, anche se per quanto mi riguarda, l’anticonformismo era solo un’invenzione delle mode. Mi alzai. Quando entravo in questo girone infernaledi pensieri negativi, diventavo insopportabile a me stessa e capivo perché Justin tendeva a evitarmi. Tornai al piano di sotto, e mi sedetti nuovamente sul divano. Dovevano essere circa le sei del pomeriggio. Entrai in cucina e aprii una delle ante per prendere una pentola, poi aprii il rubinetto e feci scorrere l’acqua. Avrei provato a cucinare. La riempii e mi spostai verso il gas per accenderlo. Mentre mi muovevo però, cadde dell’acqua per terra e io ci misi il piede sopra. Scivolai all’improvviso. Feci un bel capitombolo, caddi all’indietro e battei la testa per terra.
– Anastasia – disse qualcuno. – Anastasia…
Chi mi chiamava?  Aprii gli occhi. Una grande luce mi invase. Non portavo più la benda e feci fatica a tenere gli occhi aperti. La testa era dolorante. Mi guardai attorno. Nel cielo c’erano molti uccelli che volavano, farfalle, fiori. Era un mondo colorato.
– Anastasia!
Chi era che ripeteva il mio nome? Mi girai da tutte le parti. Dove mi trovavo? – Sono qui!
Guardai in basso e vidi che un folletto dagli occhi verdi ed enormi mi stava fissando, aveva i capelli ramati, la pelle diafana e delicata. Due orecchie appuntite sbucavano ai lati della testa piccola e regolare. Sorpresa, la guardai.  – Chi sei? – le chiesi, tra il preoccupato e il curioso. Non sembrava affatto pericolosa. Cercai di dominare la paura, sperando che quell’esserino minuscolo non si tramutasse in qualche strega cattiva.
– Ciao, o sono Lucy. Il tuo folletto pensatore. Insomma sono te, anche se tu non lo sai di avere una “me/te”. Il discorso pareva piuttosto contorto. – Insomma, io vivo in te da quando sei venuta al mondo.
Mi chiesi se fosse il mio angelo custode. Se così era però ci sarebbe dovuto essere anche un diavoletto come opposto. Dov’era? Lucy rise. –  No! Non sono il tuo angelo. Quelli sono lì sulle tue spalle: se le danno di santa ragione ogni giorno. Posso dirti che non erano affatto d’accordo in merito ai tuoi tentativi di simulazione. Angel diceva che saresti potuta cadere. Mentre Diable diceva di no. Angel ti ha fatto versare l’acqua per terra: sperava che tu cadessi pur di vincere la scommessa.
La guardai sbigottita. Ma come? Un angelo che fa i dispetti? Nemmeno il mio angelo custode era sano di mente, dunque.  
– Siediti –, mi disse. Il terreno era umido e fresco e mi vennero i brividi, ma sentii anche una sensazione di benessere.
– Dunque tu saresti… me?
– Beh, sì. Tutti quanto abbiamo un me dentro. Un me, che ci parla ogni giorno e ci dice cosa è meglio fare e cosa no.
Anastasia ci pensò un attimo. Non aveva mai sentito nessuna vocina parlarle. Si chiese ancora dove fosse.
– E da quando abiti qui? – chiesi, indicando il mio corpo.
– Beh più o meno da quando sei nata. Subito dopo il tuo primo vagito. Come piangevi!!! Eri piccolissima, coi capelli neri e ricciuti e un’energia esplosiva. Mi hai fatto tenerezza.
Anastasia non ricordava nulla della sua vita pre-nascita, ma avrebbe voluto tanto. Ecco, quello sarebbe potuto essere un suo nuovo esperimento. Lucy rise.
– Ah! Ah! sono contenta di aver scelto te. Sei piena di fantasia…
– Dove sono?
– Beh hai battuto una bella capocciata. Bisogna decidere.
– Decidere… cosa? Chi…
– Lassù ai piani alti. Stanno facendo una riunione per te. Se farti tornare o se devi restare qui.
– Come? Non so nemmeno dove sono. Voglio tornare a casa mia!
– Ma tu sei già a casa tua.
Lucy mosse un braccio nel vuoto e disegnò uno spazio rettangolare simile a una finestra. Anastasia vide se stessa coricata su di un letto, con la gente attorno a lei. I suoi genitori visibilmente preoccupati. Una flebo le era stata attaccata a un braccio. Justin un po’ in disparte.
– Dopo la caduta sei rimasta senza sensi per un bel pezzo, prima che arrivasse il tuo fidanzato. Ti hanno portata via d’urgenza. Sei rimasta in ospedale per almeno un mese. Stanno aspettando un tuo segno. Qualcosa.
– Voglio tornare a casa Lucy. Dai miei genitori, dalla mia famiglia! ­– aprì gli occhi in modo quasi innaturale e le guance si riempirono di lacrime. – Voglio tornare da loro, riempirli di amore, di felicità, di voglia di vivere!
Lucy la guardò. Sorrise.
– Ne ero certa ed io l’avevo detto ai piani alti che non eri pronta! Non ti preoccupare. Vedrò cosa posso fare.
Fece un gesto con la mano e scomparve. Anastasia si guardò intorno, di colpo tutto si dissolse, sentì un forte dolore alla testa, i piedi e i vestiti inzuppati d’acqua. Cercò di mettersi seduta. Il pavimento freddo e scivoloso le sembrava familiare. Sciolse il nodo della fascia che le copriva gli occhi e si guardò attorno. Il fuoco crepitava nel camino, nulla si muoveva. Si aprì la porta. Era Justin: – Anastasia! Cosa hai combinato questa volta?
– Io? Niente… – risposi con sguardo sornione – volevo sperimentare… Justin mi guardò con fare corrucciato: – Un giorno o l’altro ti farai male. Ho una fidanzata che è una matta! –  commentò, alzando gli occhi al cielo. Lei rise e lo abbracciò. Le era andata bene. Il giovane la aiutò a sedersi sul divano, le mise del ghiaccio sulla testa. Anastasia portò la mano sul cuore e pensò: Grazie Lucy, perché mi hai fatto tornare qui. Sentì i suoi battiti e la sua mente fu molto più vicina al suo animo di quanto non fosse mai successo. Abbracciò Justin e si mise a riposare. La sua testa stava già pensando a un nuovo esperimento. Chissà che cosa si prova a…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PromoSanValentino
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: