HO VISTO LA FINE DEL MONDO

Racconto in concorso

HO VISTO LA FINE DEL MONDO

Di Salvatore Di Genua

Sorella cara.
Ti scrivo questa lettera per due motivi precisi.
Il primo: non ho mai imparato ad usare il computer. Io e quei dannati strumenti tecnologici non siamo mai andati d’accordo, per questo uso carta e penna come fossi un amanuense.
Il secondo, il più importante: spiegarti il motivo della mia scelta di vita.
A differenza tua non ho messo su famiglia, non mi sono fermato in un posto per più di un giorno, non ho mai cercato quella che in tanti definiscono “normalità”. Questo perché ero alla ricerca di un posto assurdo e al contempo eccezionale di cui non ti ho mai parlato temendo mi considerassi pazzo.
Sorella mia, ho visto La Fine Del Mondo!
Nessuna apocalisse, ma proprio il bordo dove la terra finisce e oltre c’è solo il vuoto. Abbi pazienza e fiducia e prosegui nella lettura.
Ha tutto inizio quando avevo ancora tredici anni e, sì, fu proprio quel fatidico giorno. Tu eri in America con papà per quel delicato intervento al cuore e appena arrivò la lettera, per avvisare me e la mamma che era andato tutto bene, prenotammo due biglietti per raggiungerti in nave.
Il giorno della partenza eravamo euforici e felici per te, sorella, avresti dovuto vedere quanto era raggiante la mamma alla sola idea di riunirci nuovamente.
Nostra madre aveva sofferto tanto e non vedeva l’ora di abbracciarti, riempirti di baci e piangere dalla gioia, me lo ripeteva ogni singolo minuto, fino allo sfinimento. L’amore provato per te non aveva eguali, voglio che tu lo sappia e non lo dimentichi mai, come la sofferenza patita per non averti rivisto e il dolore per aver scelto di non prendere l’aereo.
Ma d’altronde, cosa poteva saperne la mamma di cosa sarebbe accaduto? Nessuno poteva immaginarlo e io, mai mi sarei sognato di imbattermi in un’avventura del genere.
Ero sul ponte da solo ad osservare l’acqua, di un blu così scuro e tendente al nero da sembrare un’immensa voragine; la nave sembrava fosse un funambolo su un sottile filo che procedeva con cautela per non cadere. Notai le acque ingrossarsi, quando le prime onde andarono ad infrangersi contro lo scafo erano di modeste dimensioni, ma poi si fecero sempre più grosse, al punto da sembrare in grado di riportare indietro la nave.
Si sollevò un vento bollente e pesante, dall’odore fastidioso e nauseabondo, tipo l’alito del nostro cane quando mangiava i rifiuti. Ma nulla mi spaventò tanto quanto le nubi provenienti da poppa della nave. Sorella, erano spaventose! Nere più delle acque sotto di noi, cariche di collera e talmente rapide da raggiungerci in uno schiocco di dita. Quella tempesta sembrava qualcuno alla resa dei conti, ed aveva scovato il suo obiettivo proprio dove eravamo noi.
Ci fu un lampo, illuminò il cielo e per un solo, breve istante, ho creduto di vedere tra le nuvole la sagoma di un gigante. Poi sopraggiunse il tuono, ma sembrava più un urlo, un invito al suo contendente a farsi avanti. Mi si accapponò la pelle, avvertii l’elettricità nell’aria, la stessa tensione di quando sta per avvenire qualcosa di davvero brutto.
Un nuovo lampo mi mostrò ancora quell’essere con un grosso maglio tra le mani da cui scaturirono altri fulmini, provocando tuoni talmente possenti da assordarmi.
Urlai ed iniziai a implorare la mamma di salvarmi, intanto iniziò a piovere. Quando le orecchie smisero di fischiarmi, il vento si fece più forte e mi accorsi che sibilava. All’inizio pensai di avere qualche problema d’udito, ma non era un ululato come descritto in tanti libri, ma il verso di un serpente, del più grosso che fosse mai esistito.
Mi feci forza e cercai la mamma, ma la nave rollava e la gente era nel panico, nel tentativo di salvarsi mi presero a calci e pugni, mi spinsero, riuscii a farmi largo nella mia ricerca fino a quando un colpo alla testa più forte degli altri mi gettò a terra.
Mi ritrovai così a guardare ancora una volta in alto, quelle nubi cariche di odio muoversi e far largo ad altri lampi ed altre immagini sfocate: il gigante e il suo martello e poi quelle che sembravano essere le fauci del serpente sentito poco prima.
Io, sorella, anche se ero dolorante e confuso dal colpo preso, ero l’unico testimone abbastanza lucido da rendermi conto dello scontro tra due contendenti leggendari sopra di noi.
Ancora incantato e stordito a malapena mi resi conto di due mani che mi afferrarono e mi rimisero in piedi. «Tranquillo, questa è solo una scaramuccia, non è ancora giunto il momento.» Guardai quell’uomo, alto e allampanato, con un impermeabile e lunghi capelli rossi attaccati al viso e fradici di pioggia. Mi colse il panico e non tanto per gli occhi grandi da pazzo e il suo ghigno da esaltato; fu la sua risata acuta e folle a farmi rabbrividire. Mi prese per mano e mi trascinò con sé, cercai di divincolarmi senza successo, poi lui mi gettò dentro una scialuppa, l’unica forse vuota «Aspetta, quale momento? E la mia mamma?» ma la donna non mi diede risposta e liberò la barca facendola finire in mare.
Sì, sorella, l’uomo era diventato una donna e sono sicuro di non sbagliarmi, perché aveva gli stessi capelli rossi, lo stesso ghigno maligno e la medesima risata beffarda.
Fui preda della tempesta, l’imbarcazione sembrava sul punto di rovesciarsi ad ogni onda, ma fu risparmiata a differenza della nave su cui era ancora presente nostra madre. La vidi rollare, si rovesciò su un lato e poi un fulmine la prese in pieno e la spezzò, la bruciò e fu inghiottita dall’oceano assieme al suo equipaggio e ai passeggeri.
Sconvolto, confuso e perduto, svenni.
Quando mi risvegliai la tempesta era terminata, il cielo era limpido e c’era un vento impetuoso. Mi misi in piedi e vidi l’oceano alla mia destra e la barca muoversi su di esso un po’ troppo velocemente. Feci per sporgermi e rimasi sbigottito nel rendermi conto di non essere in acqua, ma su un grosso qualcosa, un essere vivente che nuotava, di dimensioni mostruose e impossibili. Scesi dalla scialuppa e caddi su quelle squame ricoperte di alghe e licheni.
Ne strappai un frammento morto per curiosità, ma ricordandomi del mostruoso animale visto nella tempesta, mi spaventai al pensiero di diventarne preda, accorgendomi solo in quel frangente che alla mia sinistra c’era la fine del mondo.
Sorella, tu nemmeno puoi immaginare la sorpresa e il terrore nel rendermi conto di trovarmi in quella situazione e la gioia che avrebbe provato un terrapiattista. Ero in groppa ad un gigantesco serpente, l’oceano precipitava nel vuoto e se non fosse stato per il ramo dell’albero più grande mai esistito, anche il nostro mondo sarebbe caduto.
Per favore, sorella, non interrompere la lettura e leggi queste assurdità, di un albero immenso su cui vive lo scoiattolo più grosso e veloce mai visto e della capra che si nutre delle sue foglie.
Temevo di essere preda di un miraggio o di un incubo, ma anche dopo essermi dato un pizzicotto tutto rimase com’era e capii di essere sveglio e ben lucido.
Solo a quel punto scorsi altri rami e altrettanti mondi: uno era una landa ghiacciata e delle ombre vagavano, guidate prima da una delle donne più belle mai viste, e poi da uno scheletro. Ho visto un’altra landa di ghiaccio e pietra, esseri immensi vagamente simili a umani giravano in quelle terre ed altri osservavano qualcosa, come fossero in attesa. Un altro ospitava terre lussureggianti e delle imponenti mura cingevano una città da cui sentii provenire urla di gioia, rumore di ferro contro ferro e rutti portentosi. Ma sempre su quel luogo vidi un’isola ed un lupo bloccato su di essa da un nastro, e sembrava colmo di rabbia.
Credimi sorella, quando vidi quell’essere tremai, ma da allora non ebbi più timore di nulla, perché niente poteva apparirmi più spaventoso di quel lupo.
Intanto la bestia su cui viaggiavo si allontanò dal bordo del nostro mondo, come se avesse adempiuto al suo compito, e si allontanò rapida per poi sprofondare in acqua. Feci in tempo a risalire sulla scialuppa con agilità, mentre venivo lasciato in balia della corrente.
Il resto lo sai, mi trovarono dopo giorni denutrito e in stato confusionale, ma non raccontai mai a nessuno della mia esperienza e non ho prove a riguardo. Per quanto viaggiai e tentai di ritornare lì non ne fui mai più in grado, e ad ogni mio tentativo ho sempre sentito la stessa risata beffarda di quell’uomo, di quella donna. Credo fosse uno scherzo riservato solo a me e devo ammettere ben riuscito; ogni volta ritornavo a casa più arrabbiato e frustrato di prima.
A saperlo prima avrei evitato tutto questo, anche perché a breve raggiungerò uno di quei mondi sui rami. Vuoi sapere come faccio a saperlo? Me l’ha detto la donna in armatura venuta a prendermi.
Dopo aver aiutato quella donna con un rapinatore, dopo essermi preso la coltellata al posto suo, ha detto che ho meritato un posto con gli altri eroi. È stata anche molto gentile ad aspettare e farmi scrivere queste righe per te.
Quindi non essere triste quando ti sveglierai e scoprirai che non sono più parte di questo mondo, perché io sono felice della vita che ho fatto, del mio viaggio alla fine del mondo e di aver visto cose che voi umani nemmeno potete immaginare.

Ti amo
Tuo fratello adorato

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