INCUBO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Racconto in concorso

INCUBO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Di Dario Curcio

Grande. Scuro. Probabilmente disabitato. Sicuramente, maledettamente pauroso. Vedevo quotidianamente quell’oscuro castello che costeggiava il mare dove ogni estate amavo fare il bagno. Sembrava uscito da una fiaba senza lieto fine o da un film dell’orrore. Mi fermavo ad osservarlo ogni santo giorno, tenendomi a debita distanza, senza mai avere il coraggio di addentrarmi all’interno di esso.
“Chissà se qualcuno con meno fifa è entrato” pensavo passando davanti all’ingresso principale. Ogni volta che lo guardavo da lontano, da molto lontano per essere sicuro di non finire in qualche modo risucchiato al suo interno, mi tornavano in mente le tante storie che riguardavano il Castello. La più fantasiosa era quella che mi raccontava mio cugino Roberto. Si narrava che all’interno del maestoso edificio vivessero alcuni fantasmi che per una sorta di maledizione vi erano rinchiusi, non potendo mai uscire fuori da esso. Chi si avventurava all’interno del Castello, secondo la leggenda, veniva torturato dai fantasmi che non potendolo uccidere fisicamente lo portavano alla follia e al suicidio, nei modi più tremendi possibili. Secondo mio zio Loris invece il Castello non era disabitato. Diceva che era la casa di un vampiro che non aspettava altro che sangue fresco, di ignari e sventurati visitatori, da bere. Una storia sicuramente poco credibile come tante altre che riguardavano quel luogo inquietante. Quello che mi raccontava invece il nonno del mio amico Claudio, era il racconto più veritiero, per certi versi, e allo stesso tempo più pauroso su chi vivesse all’interno del Castello. Pare che l’edificio fosse il luogo dove abitava una strana e numerosa famiglia: padre, madre e 3 figlie. Sembra che con il passare degli anni una delle bambine, la minore, cominciò ad avere strani comportamenti, sempre più aggressivi verso la sua famiglia e che si isolasse spesso nella sua stanza. Le sue sorelle giuravano di averla vista parlare più volte da sola allo specchio, o meglio che lo specchio poi rispondesse con una voce rauca e tenebrosa. La ragazzina che si chiamava Samanta e aveva 8 anni cominciò poi a perdere i capelli, a dimagrire a vista d’occhio e smise di parlare. Preoccupatissimi i genitori pensarono di affidarsi ad una psicologa che entrò nel castello ma non fece più ritorno a casa. Di lei si persero le tracce, ma si dice che Samanta la uccise e poi cominciò a bere il suo sangue. Nel giro di pochi giorni la sua famiglia fece la stessa fine, con la piccola che, probabilmente, era posseduta da un demone o da qualche entità malvagia, che poi finì l’opera, uccidendo lei stessa. E poi la leggenda che a me faceva ridere più che paura che narrava di un gruppo di maghi e di orchi che per una sorta di maledizione erano imprigionati nel castello e non sopportandosi a vicenda, ogni santo giorno, lottavano tra di loro. Non potendosi uccidere, per questa particolare maledizione che lo impediva, di tanto in tanto univano le loro forze e le loro strane idee per far del male a chi si avventurava nel loro rifugio. Poi una notte di mezza estate di dieci anni fa, varcai la soglia che divideva la mia paura dalla mia follia e cercai di scavare dentro di me per far emergere il mio lato più pazzo. Quella notte, per la prima volta, oltrepassai l’ingresso del castello e mi addentrai nei meandri dello stesso, con il cuore che batteva all’impazzata e la paura che aveva invaso tutto il mio corpo, dai capelli ai piedi. Una lunga scala a chiocciola mi accolse appena entrato. La percorsi tutta lentamente perché l’oscurità mi impediva di vedere e qualsiasi passo falso sarebbe stato dannoso per la mia salute. Arrivato in cima e aperta la porticina che avevo di fronte, per fortuna, il passaggio era illuminato. Mentre la paura andava un po’ scemando, avanzai lungo lo stretto corridoio che avevo davanti. Un forte odore di cane morto o comunque di qualcosa andato molto a male invase il mio naso. Venti metri dopo il corridoio svoltava a destra e trovai davanti ai miei occhi l’origine di quel fetore: mi trovavo in una cucina, dall’aspetto antico e rurale e che non era proprio il ritratto della pulizia. La mia curiosità era tanta che senza accorgermene, la mia mano aveva già aperto il frigorifero. Pezzi di braccia, un naso, resti umani di ogni tipo… se penso al frigorifero di un cannibale lo vedo uguale a quello che avevo davanti. Non so come, ma riuscì a non vomitare. Ma non era finita lì: un brivido si impossessò di me quando, avvicinandomi ai fornelli della cucina, vidi qualcosa rosolare a fuoco lento in una padella. Un profumato e succulento cuore umano, pronto per essere gustato probabilmente con un po’ d’olio e un pizzico di sale.
“Se c’è un cuore sul fuoco ci sarà anche qualcuno che lo sta cucinando”, pensai tremando non poco. Sentì dei passi, pesanti e rumorosi come quelli dei giganti delle favole, provenire dalla porta a sinistra e senza esitazione mi precipitai oltre la porta a destra. Senza girarmi mai indietro, con tutte le mie forze, avanzai per lo stretto passaggio che mi si parava davanti e circa trenta metri dopo mi trovai ad un bivio: a destra, a sinistra e davanti a me avevo tre porte identiche. Erano alte circa due metri, nere come l’oscurità più tetra e al centro vi era disegnata una fata dai colori differenti: quella a sinistra era verde, quella centrale bianca e quella a destra rossa. Mi tornarono in mente le saggie parole del mio bisnonno:“Se mai dovrai scegliere se andare a destra, a sinistra, tornare indietro o andare avanti, non esitare. Vai avanti”. Senza il minimo ripensamento aprì la porta di fronte a me, feci un passo e piombai lungo un interminabile tubo trasparente che mi stava trasportando sempre più giù. Dopo diversi secondi nei quali avevo quasi perso la voce per le urla e maledetto il mio saggio bisnonno, il tubo sembrava arrivato ormai alla sua fine, ma avevo preso così tanta velocità che alla fine del suddetto mi ritrovai sbalzato in alto, all’aria aperta e piombai poi, come una pera cotta, nel mare vicino al castello. Impaurito, incavolato nero per quel bagno non previsto e soprattutto bagnato come un pulcino, mi ritrovai nel mio comodo letto a ripensare a quello che era stato il mio peggior incubo di una notte di mezza estate.

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