LA MUTAZIONE

Racconto in concorso

LA MUTAZIONE

Di Luana Paladino

Io stavo morendo, in breve tempo sarei stato polvere. La malattia avrebbe preso il sopravvento conducendomi alla tomba. Avevo una sola opportunità: parlare con il dottor Victor Frankenstein. Anche se con il suo mostro era finita male, dovevo rischiare. E questo voleva dire ridurre il mio corpo a un puzzle, tenendo le parti buone di me non ancora malate, cercando di creare un innesto con la vita. Le possibilità di riuscita non erano molte, e soprattutto che tipo di persona sarei diventata dopo? Quali limitazioni, fisiche e cerebrali, avrei avuto? Ci vollero giorni, valutazioni attente, lotte infinite con me stesso. Il timore a tratti prendeva il sopravvento, per poi lasciare il posto alla speranza, seguita nuovamente dalla frustrazione e dall’oblio totale. La confusione regnava nella mia mente senza lasciare spazio a nessuna concreta azione che potesse dare un senso ai miei pensieri, tenuti insieme dal gioco di chissà quale burattinaio che si divertiva a prendere possesso di quella che una volta era la mia vita. Decisi, di farmi operare, senza sapere neanch’io come ci fossi riuscito, vigliacco com’ero, e poco incline alle posizioni di comando che comportano dei vantaggi ma grosse responsabilità che non fanno per me. Per una volta, la prima e forse l’ultima, mi dichiarai padrone della mia vita, colui che si mette al comando delle sorti della propria esistenza.
Trovai Frankenstein nella solita locanda. Era già notte fonda, ma per le anime costrette a vivere nel purgatorio era il momento giusto per uscire dalle tane. Ubriaco fradicio mi ascoltò con attenzione in cambio di qualche bicchiere di whisky, che tracannò d’un fiato quasi fosse una medicina in grado di guarire ogni male. E se il suo male all’anima era incurabile, allo stesso modo non esisteva guarigione per il mio: ero spacciato, ma non volevo morire, ero troppo giovane e innamorato, non potevo lasciare lei, la donna più bella che avessi mai visto prima di allora. Aveva lunghi capelli neri, pelle bianca come la luna e mi amava, la notte respiravamo affannosamente sotto le stelle, sentivo il suo cuore battere forte a ogni bacio, a ogni carezza rubata sotto la luna da due amanti innamorati e promessi sposi davanti a Dio. Le nostre nozze erano fissate per il primo novembre, mancavano solo sei mesi. La data era stata scelta dalla mia amata. I suoi genitori adottivi erano di origini celtiche e quel giorno nella loro cultura rappresenta il momento di passaggio dal vecchio al nuovo anno. Il giorno più corto dell’anno, dove la luce lascia spazio alle tenebre. Mi aveva raccontato di essere stata abbandonata appena nata dentro una cesta, coperta solo di foglie. Davanti a un pozzo c’era un lupo accucciato vicino a lei che pareva farle da sentinella e, quando arrivarono le persone che poi l’adottarono crescendola con amore, l’animale drizzò le orecchie, sembrò riconoscerle, quindi si alzò sulle zampe e ululò forte alle prime luci dell’alba che cominciavano ad affacciarsi sul paese. Poi, dopo aver lanciato un ultimo sguardo alla bambina, scappò via correndo e scomparve.
Mi innamorai subito di lei, come se una forza mi spingesse prepotente verso quella donna. Non volli oppormi ad essa, incurante delle maldicenze sul suo conto. In paese si diceva fosse una strega e che di notte andasse nel bosco a caccia di topi per mangiarli insieme al suo pennuto, un corvo dall’aspetto sinistro a cui mancava una zampa. Si diceva in paese che lei avesse il potere di far morire chiunque solo soffiandogli sul volto: il soffio dava la morte da lì a pochi giorni. Naturalmente erano tutte chiacchere: lei era magnetica ed enigmatica, la sua bellezza eterea era motivo di invidia. La mia futura sposa lavorava presso un fioraio, aveva una passione per le rose rosse e ne portava spesso qualcuna a casa. Le seccava, lasciandole appese, prive di acqua e luce, dentro un piccolo sgabuzzino adibito a questa pratica, che lei chiamava la stanza eterna: così non sarebbe mai sfiorita la loro bellezza, diceva sempre. Io invece facevo il falegname, ero conosciuto in paese come Geppetto. Dovetti faticare per ottenere quello che volevo dallo scienziato, mi ripeteva che era un’altra follia, che non poteva garantirne la riuscita, che da anni non teneva un bisturi in mano, ma alla fine cedette alle mie insistenze. Adesso che avevo ottenuto quello che volevo si presentava un grande problema: avere i pezzi di ricambio che facessero al caso mio. Nelle ultime settimane erano morti in paese solo due vecchi, una donna, qualche bambino e un ragazzo assolutamente inutile al mio scopo, il suo corpo era inadatto.
Impaziente com’ero e impaurito che il dottore cambiasse idea decisi di procurarmi da solo quello che mi serviva. Cominciai a fare un’analisi attenta di tutti i miei compaesani; avevo tracciato una tabella con caratteristiche che dovevano avere prima su tutte resistenza fisica, buoni geni, niente malattie ereditarie e perché no, un bell’aspetto del resto io ero un uomo affascinante e non avevo voglia di mischiarmi con chi fosse da meno. Ci vollero giorni ma venne fuori il candidato perfetto si chiamava William aveva 17 anni viveva solo con la madre in una catapecchia. Un ragazzo povero, non era particolarmente furbo ma era conosciuto come William cuor gentile. Era l’uomo che faceva al caso mio. Lo avvicinai una domenica all’uscita della messa aveva sottobraccio la madre. Inventai che avevo parecchio lavoro negli ultimi tempi in laboratorio e che un garzone mi avrebbe fatto comodo. Lui accettò felice. Si rivelò un ragazzo puntuale che svolgeva i suoi compiti con grande impegno, peccato doverlo far fuori era davvero un bravo garzone. Una sera a chiusura, dopo averlo visto andare via lo seguii; quando mi resi conto che non c’era nessuno nel buio dei vicoli, lo chiamai lui riconobbe la mia voce mi venne incontro sorridente, mi avvicinai contraccambiando il sorriso e mentre gli davo una pacca sulla spalla, con l’altra mano tirai fuori dalla tasca un coltello sferrando il colpo mortale dritto al cuore.
Non urlò non ebbe il tempo di capire, sul suo viso rimase stampato un sorriso misto ad una smorfia di dolore enigmatico e in bilico fra le due emozioni cadde riverso a terra in mezzo al suo sangue che cominciava a diventare una pozza che si allargava con grande rapidità. Mi voltai fuggendo avvolto dalle tenebre, avevo suggellato in quel momento il mio patto con il male uccidendo un uomo; la mia anima era dannata ma non avevo nessun rimorso lo avevo fatto per amore. Aspettai che ci fosse il funerale e dopo la sepoltura aiutato da Frankenstein dissotterrammo il corpo portandolo nel suo laboratorio. Mi operò in una nottata di maltempo, mi disse che l’energia elettrica che si sprigionava nell’aria durante il temporale era necessaria per dare l’impulso vitale. Lo ricordo bene, portava delle lenti spesse dietro le quali si celavano i suoi occhi piccoli e neri come quelli di un topo, e ricordo con chiarezza l’ultima cosa che vidi prima di cadere in un sonno profondo: i suoi denti e il camice, che emanavano un biancore intenso, c’era solo luce, e poi più nulla. Quando mi svegliai erano passati tre giorni dall’intervento, mi sentii strano, mi mancava la percezione del mio corpo. Il dottore mi spiegò che qualcosa era andato storto, che tutto quello che era riuscito a salvare di me era una mano. Aggiunse che, con un po’ d’impegno, avrei potuto vivere una vita pressoché normale. Nella notte si sentì l’urlo soffocato di un uomo: fu quando la mia mano lo strangolò. Passai due settimane chiuso dentro la mia bottega. Feci un bellissimo cofanetto in legno di ciliegio, ne rivestii l’interno con un cuscino di velluto rosso, era davvero comodo. Una notte raccolsi il coraggio e bussai alla porta della mia amata. Mi nascosi dentro il mio sarcofago e rimasi in trepida attesa. Le mie dita erano sudate e umide nonostante la temperatura fosse fredda. Lei aprì la porta, raccolse il pacco portandolo in casa, lo aprì e ne venni fuori io, con una lettera stretta nel palmo della mano. Lei non ebbe paura, era incuriosita e lesse con grande attenzione. Poi pianse, si disperò, mentre fuori soffiava un vento così impetuoso da sembrare un ululato di lupi che gelava il sangue. Le asciugai le lacrime e provai un sentimento di estasi quando strinse forte le sue dita alle mie. Così avvinghiati e uniti per il resto dei nostri giorni vivemmo felici, Morticia e io.

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