LA PERLA DELLA DISCORDIA

Racconto in concorso

LA PERLA DELLA DISCORDIA

Di Silvia Matricardi

Non si può amare l’odio
Gianni

Torre Astura è un prezioso scrigno di storia, archeologia, bosco, dune e mare cristallino. La fortezza è del XV secolo, opera dei Colonna…

«Scusa, hai da accendere?» la voce squillante mi strappò bruscamente dal testo, scossi la testa infastidito, senza degnarla neanche di un fugace sguardo… ero a Torre Astura per studiare.
… per difendere le coste dai saraceni. È il primo esempio di torre pentagonale.
Scorsi il resto rapidamente: iniziarono a chiamarlo castello nel XIII secolo, in precedenza era detto torre. Il lungo ponte ad arcate, sorto quando fu domus imperiale, era funzionale come camminamento e acquedotto. Prima ancora vi abitò Cicerone, ma la struttura più antica, di cui restino tracce, è il porto alla foce del fiume omonimo ed i relitti delle navi che vi si arenarono sono da sempre oggetto di spoglio. Niente che non sapessi già.
Quando la calura mi spinse a cercare sollievo nell’acqua fresca della peschiera, sguazzai pigramente in direzione del ponte. Un luccichio sul fondale mi incuriosì e mi immersi, recuperando un piccolo cubo di pirite dorata, liscia e lucida.
Appena lo tolsi dall’acqua, l’oggetto emise un bagliore intenso, a cui il mondo intorno a me reagì divenendo assurdamente immobile, cristallizzato e silenzioso: due ragazzi bloccati sul ponte con le braccia alzate, il pallone inerte in aria tra di loro, vari bagnanti illogicamente statici, gabbiani inchiodati in cielo; ovunque guardassi tutto era fermo. Tutto tranne il mare, che continuava a fluire…Il silenzio fu improvvisamente rotto da due voci concitate, che parevano provenire da sotto la terzultima arcata del ponte. La curiosità mi spinse in quella direzione e quando mi trovai abbastanza vicino, iniziai a capire le parole.
«Dopo tutto quello che ho fatto, osi rifiutare? – urlò una voce femminile – Ma chi credi di essere?!»
«L’ultimo sovrano Hohenstaufen – fu la stizzita replica di una giovane voce maschile – re di Sicilia e di Gerusalemme, nipote dello Stupor Mundi
Poco dopo li vidi. Lui emergeva dall’acqua dalla vita in su, strambamente vestito con tunica rossa, mantello blu e spada alla cintola. Ancora più assurda era la corona d’oro che gli scintillava sul ridicolo caschetto biondo da paggio.
Lo fronteggiava una bellissima donna, con due superbi e prosperosi seni nudi, su cui spiccavano capezzoli di colore blu. Capezzoli blu. Non avrei notato altro, se non ci fosse stata un’evidente coda di pesce che schiaffeggiava nervosamente la superficie dell’acqua alle sue spalle.
Scrollai la testa, serrai gli occhi e li aprii di nuovo, ma i due strani personaggi non sparirono.
Eppure non mi sono drogato!
«Ed io sono la figlia del dio Nettuno – gridò la donna pesce, battendo furentemente la pinna caudale – la sovrana di ogni naiade ed oceanina del tratto di costa dall’Astura al Diavolo!»
Quella era una vera sirena? Accidenti se era bella!
«E tu chi sei?» chiese lei, accorgendosi della mia presenza.
«E come sei entrato in questa dimensione?» le fece eco il giovane coronato, portando subito la mano sull’elsa dello spadone.
«Mi chiamo Gianni e sono disarmato. Siete allucinazioni? Sto sognando?»
«Sei al cospetto di Corrado, duca di Svevia, re di…»
«Ed io – lo interruppe la sirena – sono la regina Alia.»
«Lieto di… conoscervi…» riuscii a replicare.
«Il fato ci ha mandato un giudice – disse lei, battendo le mani – sarai il nostro Paride!»
«Protesto vivamente!» Reagì Corrado, accigliandosi.
«Mio il regno, mia la decisione. Allora, ragazzo. Il qui presente Corradino di Sve…»
«Non mi insultare!» La interruppe con veemenza.
«Corrado il suscettibile, è un fantasma.»
«Fantasma» ripetei inebetito.
Lei annuì e continuò a raccontare: «Fu decapitato a Napoli, il 29 ottobre 1268, quando non aveva ancora compiuto 17 anni.»
«Racconto io le mie tristi vicende – la interruppe lo spettro tutto impettito – una settimana dopo l’atroce sconfitta inflittaci a Scurcola, assieme ai prodi Federico d’Austria, Galvano Lancia, Enrico di Castiglia e Gerardo e Galvano di Donoratico, eravamo in fuga…»
«Accorciamo! – intervenne la sirena – Fuggivano verso Lucera, hanno seguito il corso del fiume Astura e sono arrivati qui nella notte del 31 agosto.»
Lo spettro alzò gli occhi al cielo e riprese: «Sire di questo lido era Giovanni dei Frangipane, alleato di mio nonno Federico II Hohenstaufen, imper…»
«Risparmiaci i titoli– lo interruppe nuovamente Alia, poggiandogli un dito sul torace – stiamo cercando di riassumere!»
«Non intendevamo contattare messer Frangipane per non comprometterlo – proseguì Corrado – c’era un pescatore, seduto sulla piaggia e la luna piena illuminava financo le maglie della rete di giunco che stava intrecciando. Gli offrii l’anello di mio nonno in pagamento per un furtivo passaggio sul suo malconcio gozzo.»
«Oh, per favore! L’umano morirà di noia: il pescatore ha visto l’anello ed ha gridato di gioia, pregustando quanto gli avrebbe reso la vendita del gioiello. La vedetta sul torrione ha sentito gridare e Giovanni Frangipane è arrivato in un baleno, li ha lusingati e convinti ad entrare nel castello per rinfrescarsi, riposarsi e rifornirsi.»
«Credemmo a quell’infido fellone figlio di un prete ingrifato, che fu creato cavaliere da mio nonno – il fantasma si interruppe e sputò verso il basso, livido di rabbia – egli finse di accoglierci con ogni onore e poi ci ritrovammo incatenati alla stregua di vili malfattori. Invano gli ricordai feudi e titoli elargitigli da Federico, invano gli promisi benefici, financo di sposarne la figliola, che pure era sì ragana da non potersi neanche guardare…» Il corpo del fantasma perse di consistenza facendosi quasi trasparente.
«Calmati – lo esortò Alia – la rabbia ti rende incorporeo e se svanisci non si sente più quel che dici.» Mentre io mi costringevo a guardarle il viso e non le tette, lei continuò il racconto: «Il Frangipane, con un tradimento epico, li consegnò agli Angioini. Furono condotti in catene a Napoli, dove vennero sommariamente processati, condannati a morte e decapitati. Tranne Enrico di Castiglia, che marcì per vent’anni in carcere.»
«Fu un vile tradimento, un infame assassinio – sottolineò lo spettro – perfino la folla ne fu disgustata. I nostri cadaveri furono abbandonati sulla piaggia, coperti solo dai miseri sassi che vi portò il volgo pietoso.» Di nuovo divenne incorporeo, quasi trasparente, ma si schiarì la voce, si calmò e riprese a raccontare: «Prima che la mannaia del boia si abbattesse su di me, gettai il mio guanto tra la folla, invocando vendetta. Quando la mia testa rotolò, l’aquila reale degli Svevi piombò dal cielo ed immerse un’ala nel mio sangue. L’uccello atterrò poi su questa piaggia, dove mi risvegliai nella mia nuova… condizione.»
«Ha invocato la vendetta e Nemesi gliel’ha concessa… – spiegò Alia – Il papa, che approvò l’assassinio, fu il primo a morire, seguito dal boia e dai carcerieri. Diciotto anni dopo, la flotta di Bernardo da Sarriano incendiò la fortezza, uccise il traditore Giovanni e ogni altro membro della sua famiglia. Rese poi l’anima al diavolo anche Carlo d’Angiò, ed i rami dei Frangipane si seccarono. La vendetta è finita.»
«Esistono ancora dei discendenti.» Protestò il fantasma, tacitato da uno sguardo truce della sirena.
Ella poi mi mostrò una piccola sfera rossa: «Ecco il nostro pomo della discordia: è una rara perla magica, che sono riuscita ad ottenere dopo secoli di sforzi… ed ora che ce l’ho, lui non la vuole.»
«Quella diavoleria mi trasformerebbe in un pesce!» si lamentò Corradino.
«Un tritone! Non un pesce! Il tritone è il maschio della mia specie! Potremmo essere felici, se la smettessi con la tua stupida vendetta!»
«Stupida? Non hai ancora capito che è la vendetta a farmi esistere?»
«È stupida, perché tutti i responsabili del delitto sono morti!»
«Se non sono ancora svanito nel nulla significa che c’è ancora qualcuno che deve morire. E poi, di grazia, perché non puoi essere tu a diventare come me e mutarti in un fantasma?»
«Perché avremmo un corpo e quindi potremmo fare sesso solo in questa dimensione, come ora!»
«Mi rimproveri di non voler rinunciare alla mia natura per amore, ma sei parimenti restia a compiere quel medesimo passo… ammettilo!»
«Non è la stessa cosa!»
«Invero lo è!»
«Un momento – intervenni perplesso – siete diventati amanti prima o dopo il 1654?»
Fu lei a rispondere: «Sette anni prima, perché?»
«I Frangipane di Astura si estinsero nel 1654.»
«La famiglia esiste ancora» obiettò Corradino.
«È vero – concessi – ma deriva da un ramo che si è separato da quello del traditore Giovanni più di un secolo prima che lui nascesse…»
Lo spettro si prese la testa tra le mani: «Allora perché sono ancora qui?»
Mi rivolsi ad Alia: «Vuoi che diventi un tritone perché lo ami… o perché lo detesti se resta così com’è?» lei tacque.
«Ma certo! – mi interruppe lui – Deve essere stato il mio amore a non farmi svanire!»
«Oppure è stato il mio…» intervenne lei.
Mi schiarii la gola: «Alia, Corradino di Sve…»
«Corrado!» fui sdegnosamente corretto.
«Corrado… è morto. Questa è solo la sua ombra, generata dall’odio, e non può amarti al di sopra della forza che lo ha creato…» Il suo sguardo brillò di lacrime ed annuì. Mi voltai verso lo spettro: «Non si può amare l’odio… Alia ama il tritone che immagina diventeresti… e tu, magari, ami l’idea che l’amore possa ancora toccarti l’anima. Sono due illusioni che ti tengono legato. Nessuno dei due ama davvero l’altro e quindi nessuno dei due dovrebbe usare quella perla».
«Hai ragione – ammise attonito il fantasma – sento i miei legami con questo mondo cedere. Invero, mi sento svani…» Non fece in tempo a completare la frase che si dissolse nell’aria.
«Se ne è andato per sempre! – constatò sgomenta Alia – E adesso? Che faccio?»
«Qualsiasi cosa tu voglia, perfino dare a me quella perla… penso che potrei essere un gran bel tritone, al tuo fianco…» e sforzandomi di continuare a guardarla negli occhi, le feci l’occhiolino.

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