LA STREGA

Racconto in concorso

LA STREGA

Di Monica Romani

Io sono una strega. Ve lo giuro, è davvero così. Lo so che nessuno ci crede, e capisco il perché.
Uno si aspetta che una strega sia più simile a quella dei racconti, non è vero? Magari con un aspetto particolare, bellissima o al contrario orribile, oppure una di quelle tipe eccentriche che abitano in un posto al limite del vivibile, chilometri lontano dalle altre case.
Io invece sono una qualsiasi, a vedermi per strada anche cento volte non ti ricorderesti di me. Abito in un bilocale al terzo piano di un condominio, senza neanche il giardino. Non mi vesto strana, non porto cristalli appesi addosso come un lampadario, eppure sono quello che sono, e quello che faccio.
La gente non ha ben chiaro cosa sia una strega. Certi pensano sia una superstizione, altri che sia roba satanica. Volete sapere la verità? Hanno torto, tutti e due. È solo una cosa che si fa, come ricamare o cucinare. Si fa e basta. Non c’è bisogno di scomodare né angeli né diavoli. Ti metti lì, e fai quel che devi fare.
Non serve neanche una fede particolare, o una qualche religione. Chi crede a queste cose è un imbecille, opinione mia. Se hanno bisogno di credere che esista qualcosa di più alto di loro, che in qualche maniera decide cosa sì e cosa no, allora vuole dire che non credono in quello che fanno. Ma come fai a non credere alle tue mani, al tuo istinto? Serve una bella dose di scemenza, dico io.
Ora, è vero che non vivo in un bel posto. Nel mio quartiere ci sono otto condomini, una fila di villette tutte uguali, sette stradine senza uscita e solo un bar. Il bar è talmente squallido che vende le brioche confezionate, fate un po’ voi. Questo non significa che qui non ci sia magia, non è che se non la vedi non c’è. Non funziona così.
Il giorno di gennaio in cui le rose gialle piantate in mezzo allo spartitraffico hanno iniziato a fiorire, ho capito che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Ci sono tutti questi segnali, capite? Come fossero cartelli stradali, ma bisogna saperli leggere. Le rose fiorite a gennaio sono state il primo.
Poi, il cane che viveva nella prima villetta è morto. Era un botolo, un cosino senza razza ma con un gran cuore, che aspettava i bambini al cancello per salutarli dopo la scuola. Lo hanno trovato una mattina stecchito, dopo che era uscito a fare i suoi bisogni. Così, senza un perché. Niente veleno o altro.
Allora ho iniziato a fare due più due. C’era qualcun altro che usava la magia, lì intorno, e non certo per fare beneficenza.
Io sono una strega, ma questo non fa di me una brutta persona. Per esempio, quando la bambina dei vicini si è ammalata, e nessuno capiva cosa avesse, sono stata io a farla guarire. Ho rubato uno di quegli aggeggi che la madre le teneva attaccato al passeggino, e l’ho messo sul mio altare. A primavera la piccola è rifiorita, insieme a tutto il resto. E quando i due al piano di sotto hanno iniziato a urlarsi dietro, che sembrava dovesse venire giù il palazzo, sono stata io a spruzzargli sullo zerbino la pozione che li ha fatti calmare.
Quindi lo vedete da soli, si può essere gentili anche da streghe. Ma non è che lo siamo tutte. Quella cosa delle magie che tornano indietro tre volte è pura invenzione. La verità è che la magia è come le mani, fa quello che le fai fare, e finisce lì. Le mani ce le hanno sia il dottore che l’assassino, non è vero?
Così, ho iniziato a guardare chi potesse essere. Non era detto che fosse qualcuno di appena arrivato, solo perché io non l’avevo mai sentito prima. Poteva aver imparato da poco, o poteva aver deciso da un giorno all’altro che voleva distruggere tutto. Vai a sapere cos’ha in testa la gente.
Fra l’altro non è facile scoprire chi sta usando la magia. Vi assicuro che non mettono i cartelli fuori dalla porta, e per molti giorni non ho più avuto segnali. Poi, d’improvviso, mentre tornavo a casa una sera con le borse della spesa, sacramentando mentalmente perché avevo dimenticato non so cosa, l’ho vista.
Scommetto che non siete stupiti che fosse un’altra donna. Sì, perché nell’immaginario la strega cattiva è sempre donna. Invece era un caso, ma era una donna lo stesso. I piccioni si sono alzati in volo a stormo, spaventati quel tanto che le loro testoline gli permettono di essere, lanciando strida di avviso. Non si era mosso niente, e sulle prime non capii. Ci misi un attimo. Poi l’ho vista affacciata.
Abitava al primo piano del mio palazzo. Non aveva fatto altro che alzare un dito, e quelle povere bestie erano scappate come se gli avesse sparato una fucilata in mezzo. Ho tenuto la testa bassa, e ho fatto finta di non vedere. Non sono scema, so stare al mondo. Meglio che si dannasse l’anima anche lei, a capire chi era a usare la magia nel quartiere.
Ho iniziato mettendo il sale grosso tutto intorno a dove viveva. Non tanto che lo potesse notare uscendo, non un cerchio spesso come nei film, non occorre. Un paio di granelli all’angolo della sua porta, cinque o sei sotto lo zerbino, una manciata sotto la finestra, cose così. Il sale non risolve le cose, ma disturba parecchio la magia in uscita. È un po’ come mettere un cuscino davanti a un altoparlante, per capirci.
Per qualche giorno ha funzionato, poi deve aver capito che qualcosa non andava. Si è incazzata di brutto. Doveva avere davvero un carattere di merda, perché ha iniziato a fare il diavolo a quattro.
La macchina dei suoi vicini ha iniziato a funzionare male. Quelli avevano due figli piccoli, e appena la mettevano in moto, l’auto cominciava a sgroppare come un mulo epilettico. Sono dovuta andare di notte come un ladro a vedere cos’aveva fatto, con la fifa che qualcuno chiamasse i carabinieri vedendomi palpare la carrozzeria. Alla fine ho trovato la fialetta che la stronza aveva messo dietro il paraurti. L’ho schiacciata sotto il tacco, e ho cosparso quel che restava di cenere nera. La macchina si è rimessa a funzionare. Mi sembrava quasi di sentirla bestemmiare, quando li guardava fare manovra per uscire dal parcheggio.
Poi gli alberi davanti al condominio hanno iniziato ad appassire. Non scherzo. Avete mai visto un albero appassire come una pianta in vaso? Beh, noi sì. Stavolta ci ho messo di più a capire dov’era il problema, e uno dei due ci ha rimesso la vita. Mi ha pianto il cuore quando gli addetti del comune sono venuti a tagliarlo. Era lì da prima che io arrivassi, un bel tiglio forte e ombroso.
Allora gliel’ho giurata.
Sapete quanto mi ci è voluto per riuscire a ottenere qualcosa di suo? Sei mesi. Sei stramaledette lune piene, prima che la bastarda lasciasse un elastico per capelli nel cestino della bici, quella che teneva parcheggiata di sotto, dove ci sono i garage. C’erano perfino due capelli attaccati, ed ero sicura che fossero suoi.
Ho aspettato luna nuova, una settimana intera, poi ho spento il telefono, ho staccato la spina a tutti gli elettrodomestici, mi sono alzata le maniche, e ho iniziato. Ho lavorato fino all’alba su quei due capelli schifosi. Ho perfino spostato il tavolo della cucina per avere in terra un cerchio abbastanza grande da entrarci dentro tutta, non solo le mani.
Prima hanno iniziato a caderle i capelli.
Se se l’è presa? E lo chiedete? Trovavamo ogni giorno uccelli morti davanti al palazzo. Volavano dritti e veloci come pallottole, e andavano a sfracellarsi la testa contro la facciata – bam! –  proprio così. Ma sapevo che presto avrebbe smesso.
Ha iniziato a cadere in bici. Tutti nel palazzo ne parlavano. Non era una donna vecchia, e girò tutti i dottori della zona. Nessuno trovava niente, ovvio, ma tutti le davano qualche medicina, tanto per giustificare la parcella. Era un gran bene, perché le medicine la indebolivano.
Gli uccelli morti iniziarono a diminuire, ma tutti i cani del quartiere abbaiavano per gran parte della notte. Era come se qualcuno soffiasse in un richiamo grosso come un camion, senza mai smettere finché non tramontava la luna. In effetti, quello che stava facendo si avvicinava molto a questa definizione, anche se ovviamente non era un richiamo per cani, ma per le energie. E quei poveri animali abbaiavano disperati. Poco a poco smisero, mentre lei di giorno in giorno faticava a tenere l’equilibrio anche mentre camminava.
Ancora più dottori, ancora più medicine.
Smise di uscire, e i vicini fecero a gara per portarle la spesa e andarle a chiedere come stava. Ingenui. Li avrebbe spolpati uno per uno, se solo avesse potuto.
Ora dimostrava ottant’anni, invece dei suoi sessanta e rotti. Andava bene così. La lasciai andare avanti ancora un paio di settimane, il tempo di aspettare l’ultima luna nuova dell’anno, poi ripresi in mano la sua roba, e la buttai nelle fiamme. Quella è stata proprio una bella sensazione. Sentivo il fuoco mordere, strappare, masticare e assimilare le energie vitali di quella bastarda secondo dopo secondo. Mi eccitai perfino.
La portarono fuori per seppellirla di mercoledì.
Ero a casa quel giorno, e stavo guardando il crocchio dei parenti in lutto sotto al portone, quando mi suonarono al campanello. Era una bambina, doveva avere undici anni o poco più. Bella, col vestitino della festa, la pelle di pesca, e gli occhi rossi di chi ha pianto. Fece un passo avanti e si fermò con le scarpine di vernice sulla soglia. Le chiesi cosa volesse con tutta la gentilezza che potevo, e lei mi guardò negli occhi.
“Io so cos’hai fatto alla mia nonna” disse seria seria.
È stato in quel momento che i cani hanno ricominciato ad abbaiare come indiavolati, tutti insieme. Guaivano e ululavano, mentre i tonfi opachi degli uccelli che colpivano il palazzo facevano da contrappunto. Adesso non so per quanto ne avrò. Mi tremano le mani, e faccio fatica a vedere. Mi sono lasciata fregare perché era piccola, e tanto carina. Non ho fatto in tempo a indietreggiare, quando ha allungato la mano per strapparmi i capelli. Fossi stata più svelta, ora qui ci sarebbe lei.

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