MADRE DEA

Racconto in concorso

MADRE DEA

Di Francesca De Angelis

La forza del sole serpeggiava fra le crepe degli amassi rocciosi, rendendoli incandescenti e letali. Ellemire procedeva a fatica, tentando di ignorare le piaghe purulente esposte all’aria irrespirabile, le labbra fessurate da cui fuoriuscivano stille di sangue, la pelle scavata dal vento affamato e la sete che lo aveva quasi reso pazzo.
Ad occhi chiusi, lasciava che fosse il canto della sabbia a guidarlo.
“Hella… Hella…”. Il coro si faceva sempre più acuto e vibrante, sfidando la febbre e la stanchezza.
“Hella” faceva eco Ellemire con voce roca.
Le voci si sovrapposero, serpeggiarono lungo il suo corpo fino a toccare le parti più proibite della sua anima, luoghi avvolti nella penombra anche sotto quel sole accecante. Mani fantasma dalle dite affusolate affondarono nei capelli disseccati, strappandogli un sospiro; i demoniaci fabbri che da giorni battevano sulle tempie parvero placarsi.
Il vento si fece più selvaggio, facendo garrire gli orli delle vesti stracciate come vessilli di guerra; immagini di un collo candido e levigato, baciato da un sole meno assassino, fu dipinto nella sua mente. I piedi si fecero più combattivi contro la sabbia che li inghiottiva.
Ellemire aveva nove anni agli esordi di ciò che poi lo avrebbe portato, vent’anni dopo, in quel regno onirico ed inumano. Nove anni trascorsi in un paesino sul mare dove il tempo era scandito dal profumo delle onde spumose. Con vento e pioggia come unici compagni durante l’inverno, si accendeva di musica e risate in estate. Persone da ogni parte del mondo accorrevano per visitare la tomba di una creatura leggendaria chiamata Hella. Si mormorava che, il primo giorno d’inverno, un rovo di more le punse il seno dal quale fuoriuscì la prima scintilla. Hella lasciò che ogni donna incinta si avvicinasse per raccogliere il fuoco sulla punta di un bastone, in modo che i loro figli potessero sopravvivere al freddo pungente. Da allora era divenuta la dea protettrice dei neonati e dell’amore da cui venivano generati; ci si raccomandava a lei perché a marzo non si contassero troppi danni fatti dall’inverno, fratello invidioso della dolce primavera.
Ellemire, che compiva gli anni alla fine della mietitura, era sempre elettrizzato per l’arrivo dell’estate; nuovi amici andavano ad aggiungersi e le giornate volavano via fra tuffi e divertimenti. Quell’anno però, un volto in particolare catturò la sua attenzione.
La incontrava la mattina presto sulla spiaggia; una giovane dalla pelle candida e dello sguardo rivolto a terra, seminascosto da capelli rossi arruffati. Rispondeva con cortesia alle domande che le venivano poste, ma non era mai ammessa nelle attività di gruppo.
Il ragazzo ebbe un tuffo al cuore; quella signorina così sola meritava senz’altro qualcuno con cui parlare e un giorno, impugnato tutto il suo coraggio, l’avvicinò con la scusa di essersi perso. Non era sicuro che ci avesse creduto, ma fu molto gentile con lui. Gli raccontò che veniva da lontano e che aveva deciso di trasferirsi proprio lì.
Con l’arrivo dell’autunno erano già diventati grandi amici e spesso la trovava sulla soglia di casa, avvolta in uno scialle nero, in perfetto contrasto con le spalle nude color crema e i capelli rubino. Disse che era stata una maestra e fu proprio lei ad aiutarlo a preparare le varie interrogazioni. Ad Ellemire piaceva soprattutto quando, finita la lezione, lo faceva sedere accanto al camino, con una fetta di torta al cioccolato e latte caldo. Parlavano di qualunque cosa venisse loro in mente, ma c’era un argomento che tentava di evitare. Ogni mese, per qualche giorno, spariva; le finestre erano buie e quando il ragazzo le lasciava bigliettini sotto la porta, questi venivano ritirati dopo qualche giorno. Capì la ragione quando aveva ormai quattordici anni. Durante una solitaria escursione in una brughiera, mentre esplorava delle rocce dove erica e coccinelle prosperavano, scoprì una sorgente termale; lì, fra effluvi bollenti, vide la sua insegnante immersa. Cercò di essere il più discreto possibile, ma non riuscì a non stupirsi quando i suoi occhi si posarono sulle estremità. L’amica aveva un normale corpo di donna fino all’ombelico, ma le gambe erano sostituite con una lunga coda simile a quella di una sirena; era verde smeraldo, priva di pinne e con dei riflessi argentei che si riflettevano sulle pareti illuminate dalla luce del tramonto.
Quando si accorse di lui, aprì la bocca emettendo un suono lungo e penetrante che lo costrinse a tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi. Quando li riaprì era scomparsa.
Scomparve dalla sua vita, in paese si mormorava che suo padre fosse venuto a prenderla per riportala nella città natale, ma Ellemire, che sapeva la verità, faticava a nascondere il dolore. Crebbe in fretta, dilaniato dal senso di colpa ed incredulità. La vedeva ovunque, nei suoi sogni, di nuovo leggiadra e sorridente ma Morfeo si faceva beffe di lui, trasformando quelle immagini in visioni infernali.
Per qualche scherzo del destino, riuscì a ritrovarla su un’isola lontana sede di un vulcano sotterraneo. Si inginocchiò chiedendo perdono, inalando il calore del suo corpo e il sapore zuccherino della sua coda. La riconobbe perché sebbene fossero passati anni era rimasta identica a com’era un tempo.
Quando Ellemire le baciò la punta delle dita, una scintilla eruppe da esse. Era stata esiliata dalla casa di suo padre per un peccato imperdonabile, così si era rifugiata nell’unico luogo al mondo dove l’amavano e la rispettavano ancora. La dea Hella proseguì, dicendo che era stata costretta a fuggire quando lui aveva scoperto la sua vera natura.
“Dovevo proteggerti da me stessa” mormorò chinando il capo.
Non passò molto tempo, prima che Ellemire si rendesse conto di ciò che provava per lei. Come coetanei furono liberi di vivere il loro amore ma quando Hella gli rivelò di aspettare un bambino, dovette allontanarsi da lei. Avrebbe partorito nella terra delle Ottin, spiriti di bambine figlie delle sue sacerdotesse, conosciute anche come “Le Melodie delle Sabbie” e solo allora gli sarebbe stato permesso avvicinarla.
Ellemire visse in uno stato di grazia per mesi e l’impervio viaggio che lo separava dalla sua amata non lo spaventava.
I canti si interruppero. Ellemire ammiccò, aggredito dalla luce abbagliante. Si ritrovò in un punto dove due montagne nere come basalto erano separate da una lingua di sabbia. Delle donne erano di fronte a lui; erano alte, disseccate da secoli, orbite vuote e lunghi capelli bianchi.
“Umano” cantarono, ma Ellemire non riusciva a vedere i contorni delle loro bocche. “La nostra signora ha generato un figlio tuo. Con rammarico, sappiamo che la tua specie odia il diverso.”
“Se accetti davvero tuo figlio, scrivi il suo nome con il tuo sangue. Le pietre ne saranno guardiane, il fuoco il suo re, le acque le sue madrine e la terra lo accoglierà al sopraggiungere della morte”
Il giovane non perse tempo; si dilaniò la carne e con il polpastrello dell’indice scrisse il nome “Bogan” divinità, incurante della pietra che si cibava della sua pelle.
“Ora puoi vederla.”
Le Ottin lo condussero nei pressi di un nido gigante, in legno di rosa. Lì era seduta Hella, completamente nuda, i rossi capelli che le facevano da strascico; teneva in braccio una creatura che si agitava sommessamente. Ellemire non poté trattenere le lacrime. A quella visione “Le Melodie delle Sabbie” innalzarono un canto d’amore infinito che arrivò fino alla punta delle montagne, oltre il cielo, a cavallo delle stelle e degli dei loro custodi.

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