FRATELLO SOLE, SORELLA OMBRA

Racconto in concorso

FRATELLO SOLE, SORELLA OMBRA

Di Alice Zuliani

Le dita ossute degli alberi mosse dal vento sembravano lanciare incantesimi e con le loro le radici, la foresta intera sembrava spostarsi al nostro passaggio come a voler aiutarci ad arrivare a destinazione il più velocemente possibile per liberarsi del loro maleficio. Avevo completamente perso la cognizione del tempo, non si vedeva né il sorgere né il tramontare del sole, ma si aveva la strana sensazione che il tempo scorresse veloce, velocissimo.
Per un attimo la mia mente tornò a quando incontrai Layara per la prima volta sul prato vicino a casa.
In quella calda giornata di aprile, quando il sole, colpendomi il viso, mi costringeva a socchiudere gli occhi, ma io mi ostinavo a volerlo fissare come fosse una sfida tra me e lui. Inutile dire che a perdere fui io. Gli occhi mi lacrimavano abbondantemente e fui costretta a chiuderli per un po’. Improvvisamente mi voltai su un fianco dando le spalle al sole e, fissando per terra, vidi la mia ombra e, qualche centimetro più in là, quella di un’altra persona. Mi voltai di scatto, ma già sapevo che vicino a me non c’era nessuno. Riguardai nuovamente sul prato, ma l’ombra non era scomparsa, anzi mi stava salutando. Pensai che il sole mi stesse facendo uno scherzo per vendicarsi della sfida che gli avevo lanciato, ma lui aveva vinto, dunque che piacere aveva a perdere tempo ed energia con me? Ad un tratto smisi di pensare e notai che l’ombra accanto alla mia muoveva freneticamente le mani come se volesse comunicarmi qualcosa. Sul prato erano parsi alcuni fogli con delle penne e lei ne prese alcuni. Ai miei occhi sembrava che la penna si muovesse da sola mentre sul foglio ricompariva l’ombra, con la mano che impugnava la penna. Finito di scrivere mi passò il foglio e, in quel momento, tutti i simboli si illuminarono fino ad assumere una loro dimensione facendomi provare sensazioni a me finora sconosciute. Era come se in me si fosse risvegliato qualcosa di non umano.
Mi voltai nuovamente verso di lei, e i miei occhi, infastiditi dalla luce che emanava, non riuscivano a credere a ciò che vedevano. Come era possibile che io vedessi me stessa senza uno specchio? Non capivo come fosse possibile che l’ombra fossi io. Mi prese il panico. Lei se ne accorse, tanto che in un italiano non propriamente perfetto mi disse di tranquillizzarmi. Aveva i miei stessi occhi, i miei capelli, i miei lineamenti, le mie stesse espressioni e perfino la mia stessa voce. Ci fu qualche secondo di silenzio e poi disse: «Sono molto contenta che il mio lunghissimo viaggio non sia stato compiuto invano. Infatti ho trovato ciò che cercavo, te. Io sono Layara tua sorella – il sangue mi si gelò e lei continuò – il nostro mondo Assiria un giorno venne attaccato da dei mostri, i Sorium, guerrieri di Sora, un pianeta vicino al nostro che venne imprigionato dalle tenebre a causa della cattiveria dei suoi abitanti. Quando ci invasero, uccisero molte persone e imprigionarono tutta l’energia di Assiria in una caverna. Tu per volere del cosmo fosti tratta in salvo dalle stelle che ti portarono fino a qui e ora finalmente ti ho ritrovata per salvarci».
Scoppiai in una chiassosa e isterica risata e pensai quanto ridicola fosse questa cosa. Io che non ero brillante a scuola, che venivo continuamente rimproverata da mia madre, sarei diventata la salvatrice di Assiria? Non smettevo più di ridere. «Ora smettila di comportati così Lyona, dobbiamo partire subito» mi disse. «Lyona? Non conosco nessuna Lyona – ribattei – io sono Gaia. Non sono nessuno, non so niente di astronomia e tu mi dici che salverò il tuo mondo? Ma per favore!».
Layara mi accarezzò e mi disse: «Su Assiria dopo cinque giorni di galoppo attraverso la Foresta Nera troverai un fiume. Seguendone il suo corso troverai una caverna chiamata la Tela d’Oro. È lì che i Sorium imprigionarono l’energia del nostro pianeta per sfruttarla per sopravvivere. Arrivata alla caverna dovrai incidere sulla parete i simboli che sono comparsi sulle tue braccia e distruggere il medaglione che troverai all’entrata della caverna. Solo così Assiria e il nostro popolo torneranno a vivere. È ora di andare».
Mi voltai verso la mia casa, che riuscivo a intravedere tra gli alberi, e la sentii così lontana, così poco familiare da farmi venire i brividi. Per la prima volta rivolsi il pensiero ad Assiria come qualcosa che mi apparteneva da molto tempo.
Era il momento di partire. Layara con le braccia tese al cielo fece comparire un fascio di luce potentissima che mi investì, riscaldando il mio corpo, che si sollevò lentamente da terra, fino ad essere catturato in un vortice di assenza di gravità, con vento, luci e suoni.
Quando riaprii gli occhi mi ritrovai di fronte un paesaggio a dir poco agghiacciante. Un deserto di cenere, di piantagioni secche, con enormi solchi nel terreno arido e un odore di assenza vita davvero spaventoso.
«E pensa che qui prima c’era una delle più belle fiorite aree di Assiria», disse Layara.
«Dobbiamo incamminarci subito per la Foresta Nera, non c’è tempo da perdere», disse avviandosi a piedi tra la desolazione di quel posto. La seguii, ma tenere il suo passo non era facile. La curiosità di guardarmi attorno era irrefrenabile e mi rallentava. La polvere che si levava dal terreno ad ogni nostro passo, lo scricchiolio dei sassi che rotolavano dai pendii delle montagne ad ogni minima vibrazione, il cielo di un colore tetro e sconosciuto che non riuscivo a definire, l’orizzonte sempre offuscato da una spettrale nebbiolina.
Camminammo a lungo, quando il secco del terreno fu interrotto bruscamente col comparire della Foresta Nera. Davanti a noi c’era un paesaggio lugubre con un muro di alberi, completamente spogli, composti solo da trochi, radici scoperte e rami del colore della pece. Non c’era l’ombra di una foglia, né della presenza di una qualsiasi forma di vita. L’inquietudine di quella foresta era tale da creare disagio perfino a mia sorella che, senza perdersi d’animo, con due fischi richiamò a sé due splendidi cavalli. Si avvicinarono a noi, come ci conoscessero. Erano maestosi, muscolosi, ben nutriti, il loro corpo dalle forme armoniche ed eleganti era ricoperto da un pelo corto e liscio, con una testa molto allungata, gli occhi grandi ed espressivi. La loro bellezza contrastava violentemente con la desolazione che vi era attorno.
«Preparati Lyona, ora ci aspettano giorni e giorni di galoppo per raggiungere il fiume. Tu cavalcherai Drisda», disse indicandomi uno dei cavalli.
In realtà io non avevo mai cavalcato ma la cavalla mi si avvicinò ulteriormente e piegando le zampe come ad inchinarsi mi agevolò per salire sulla sua groppa. Ci inoltrammo al galoppo nella Foresta Nera, attraversando la quale dopo cinque giorni di viaggio avremmo raggiunto il fiume che ci avrebbe portato alla caverna.
Drisda, al seguito di Layara e il suo cavallo, galoppava senza dare segni di stanchezza in una natura che certo non la compiaceva, libera da ogni mio comando, e io mi affidavo totalmente al suo istinto.
L’assordante scricchiolio dei rami secchi spezzati dagli zoccoli di Drisda, mi fece tornare con la mente immediatamente al presente, alla Foresta Nera.
Finalmente gli alberi cominciarono a diradarsi fino a scomparire completamente per lasciare spazio ad un contesto paludoso dove terreno arido e acqua si incontravano senza trovare armonia. I cavalli rallentarono bruscamente la loro corsa fino a raggiungere l’argine del fiume, seguendo il quale ci dirigemmo verso le montagne. Il corso del fiume era sinuoso, tanto da rallentarne la corrente, che non impediva così l’accumularsi di detriti sul suo letto fino a creare delle piccole isole rocciose. Arrivammo così ai piedi di una inquietante montagna, la cui vetta avremmo raggiunto attraverso un sentiero roccioso, stretto e ripido. Scendemmo dai cavalli e li accarezzammo, spingendoli ad andarsene in uno sguardo che non voleva dirsi addio.
Sul sentiero roccioso non c’era muschio, né presenza di foglie o erba, ma solo terreno freddo, duro e appuntito. Non c’era permesso fare un passo falso dato che il suolo era totalmente instabile e sembrava inasprirsi ad ogni nostro passo. Superato il primo tornante si abbassò di colpo dietro una roccia, facendomi cenno di nascondermi e stare in silenzio. Obbedii immediatamente e mi sporsi solo leggermente per vedere quale fosse il pericolo. Si vedeva in lontananza la caverna della Tela d’Oro con due Sorium all’esterno che facevano la guardia.
Fui invasa da uno stato di agitazione che mi paralizzò per qualche secondo. Improvvisamente una botta fortissima colpì Layara al busto che rotolò precipitando lungo il sentiero. Era uno dei Sorium. Avevano percepito la nostra presenza e avrebbero dato la vita per difendere l’entrata della caverna. I suoi spregevoli e terrificanti occhi mi fissarono per un secondo prima di prendermi dal collo e gettarmi nel dirupo. Il mio corpo scendeva nel vuoto, sbattendo più volte sulla roccia, nella quale trovai stranamente un appiglio. Il nulla sotto di me era desolante e raccogliendo le ultime forze mi attaccai disperatamente a una delle rocce. Sentivo che la forza mi veniva a mancare, le mie mani non potevano reggermi ancora. Non ce l’avrei fatta.
«Layara!» urlai forte.
«Layara? Gaia ma stai impazzendo? Sono la mamma. Dai vieni la merenda è pronta».
Aprii di scatto gli occhi. «Mamma?».
«Si Gaia, sono la mamma e ti ho detto mille volte che dormire con la testa al sole non ti fa bene. Dai andiamo a casa che si raffredda la tisana».
Ancora incredula mi alzai. Era da non crederci, il sole si era preso nuovamente gioco di me facendomi addormentare quando mi ero sdraiata chiudendo gli occhi. Che strano sogno avevo fatto, anzi no vissuto. Vissuto, perché mi sentivo proprio io quella Lyona.
Guardai verso casa, che intravidi nuovamente tra gli alberi e non mi sembrò per nulla così lontana. Correndo verso mia madre, le presi la mano e le dissi: «Andiamo a casa».

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