IL BOCCALONE

Racconto in concorso

IL BOCCALONE

Di Mala Spina

Firenze, 1360

Malmosto, l’unico cliente della bettola in quell’ora fosca, era seduto al tavolaccio con l’ampio cappello calato sugli occhi e le gambe magre stese sotto il tavolo. Agitò il bicchiere di legno e biascicò con una cantilena da ubriaco.
«Quindi… il credito è finito?»
Bice, la taverniera, lo osservava con i pugni piantati sui fianchi e lo sguardo furioso, la cuffia in testa stava per crollare di lato e il grembiale laido chiedeva pietà.
«Se hai la scarsella vuota, vai a lavorare come fa ogni cristiano!»
Lui sbarrò gli occhi, inorridito.
«Giammai mi piegherò a lavorare come il normale volgo! Sono un uomo d’arme, io!»
Dal fondo alla taverna, oltre una porta di legno, provenne un sinistro grattar di unghie.
Lei socchiuse gli occhi per un istante e inspirò a fondo.
«Gira voce che tu abbia esperienza di situazioni fuori dalla grazia d’Iddio. Ce l’ho io un lavoro onesto per te e pure un’opera di bene, al contempo.»
«Opera di bene? Sora Bice, m’hai preso per un prete?»
«Qui si tratta di affari rovinati e di vino!»
«Vino? Perché non l’hai detto subito? Hai la mia attenzione, vediamo se avrai il mio braccio!»
Un fracasso di legno spaccato riecheggiò da dietro la piccola porta di legno.
«Per ora mi accontento delle tue orecchie. Non odi questo trambusto?» La donna indicò con il pollice il magazzino alle proprie spalle. «Tra San Lorenzo e Santa Maria del Fiore, da qualche mese imperversa un diavolo dell’inferno che devasta ogni mescita in zona.»
Ancora un tonfo dal magazzino e risate sguaiate.
La taverniera digrignò i denti.
«È proprio qui, adesso! Lo chiamano Boccalone, assassino di cantine! Fa strage di botti e massacro di otri! Ha perfino masticato ben bene il garzone dell’osteria di Cecco. Gli lascio ogni notte una botticella di quello buono, ma non serve a nulla!»
Malmosto inarcò le sopracciglia.
«Son più stupefatto che in questo tugurio ci sia del vino “di quello buono” anziché vi faccia razzia un diavolo. Ma… non sarai ubriaca più di me?»
Lei si mise le mani nei capelli.
«Macché ubriaca! La sorte della mia vineria è segnata, se nessuno lo eliminerà!»
Malmosto, con gli occhi lucidi di commozione, balzò in piedi. Barcollò qualche istante e, una volta ritrovato l’equilibrio, dichiarò ad alta voce:
«Che infamità! Sarò io ad agire!» Dopo di che, cacciò un sonoro Hic che gli mandò il cappellaccio di traverso.
«Sei sicuro di farcela contro un demonio?»
«Donna. Sul mio onore ho giurato che mai sarei entrato in chiesa e mai avrei mollato una preda! Scommetto il mio ultimo fiorino di rame che manterrò entrambi i voti.» Sguainò lo stocco, un’arma dall’impugnatura coperta di ruggine e dalla lama scheggiata. «Tu quanto sei pronta a sganciare se vi libero dal satanasso succhia-vino?»
«Avrai da bere gratis per una settim… due giorni. Ma il vescovo ha messo una ricca taglia sul maledetto.»
«Ottimo! Fammi strada!»
Malmosto avanzò con fiera baldanza verso il magazzino e lo fece per almeno metà taverna. Poi fu scosso da un altro singhiozzo e alla porta ci giunse a forza di due passi in avanti e uno indietro.
Se davvero è un diavolo… come farò a farlo fuori? Ad Avemarie?
La taverniera spalancò l’entrata, poggiò la lampada sul pavimento all’interno e richiuse l’uscio appena lui fu entrato.
«Che mi venga un colpo secco.» borbottò Malmosto.
A pochi passi, nel marasma di fiaschi e botti rovesciate, il cosiddetto Boccalone se ne stava schiena a terra reggendo un barilotto tra le zampe unghiute. Trangugiava vino speziato nella bocca enorme senza nemmeno riprendere fiato e gli occhi minuscoli erano chiusi per la beatitudine. Aveva l’aspetto di un grosso rospo nero, dalla pelle lucida e con una coda tozza che si agitava contenta.
Malmosto si gettò sul diavolo.
«Infame, che non sei altro! A noi gli scarti e a te il meglio?» Sferrò un calcio al barilotto e lo proiettò a schiantarsi sugli otri vuoti.
Il Boccalone si rigirò di scatto e si mise a quattro zampe. Mandò un ruggito così potente, sputacchiando saliva e vino, da far barcollare l’uomo all’indietro.
Malmosto però era per davvero un uomo d’arme, quando se ne ricordava. Un colpo roverso del suo stocco incise la pelle coriacea alzando fumo nero, odor di frittura e l’urlo altissimo del diavolo.
È il ferro! Non è un satanasso ma un folletto!
Calcò ben bene il cappellaccio e sorrise con una smorfia affilata.
«Preparati alla morte, vile devastatore d’osterie! Era meglio per te rimanere nelle campagne con le altre creature fatate.» Roteò la sua arma e l’affondò.
Il Boccalone scartò di lato lo stocco e rotolò indietro fracassando l’ultima botte intatta. Il vino si sparse e l’odore pungente riempì l’aria.
La lama si piantò tra due mattonelle del pavimento penetrando per due dita, mentre il folletto se n’andava pesticciando verso la parete.
Malmosto già aveva iniziato a invocare ogni santo conosciuto ma fu interrotto da un improvviso Hic. Lo stocco venne via con un rumore metallico.
«Dove vai, bischero? Se vuoi uscire, devi passare per dove sono io!»
Il Boccalone gli rivolse un enorme sorriso malefico e infilò il capo nel muro sprofondandoci come se fosse stato burro. Si dimenò e si immerse fino ai fianchi nella pietra.
Malmosto si riebbe dalla sorpresa e gli agguantò giusto in tempo la coda. Puntò i piedi ma fu trascinato all’interno della parete e poté solo trattenere il fiato.
Che mi venga un colpo secco! Ecco come passa da una vineria all’altra!
Avvertì qualcosa tirarlo per le brache dei pantaloni e per lo stocco che aveva in pugno. La coda scivolosa e la spada gli sfuggirono dalle mani e, quando riaprì gli occhi, si ritrovò sul pavimento lastricato di una strada buia.
Ohibò, che fortuna essere già ubriaco…
Vide il Boccalone darsela a gambe verso un edificio imponente, la cattedrale di Santa Maria in Fiore. Si alzò in piedi e le brache, che già gli stavano ampie, scivolarono sui fianchi. Nel passaggio attraverso il muro, aveva perso tutti gli oggetti di ferro, tra cui la fibbia della cintura e lo stocco.
«Ubriaco o sobrio, vestito o ignudo, mai ho mollato una preda!» Serrò una mano ai pantaloni e partì all’inseguimento.
Il Boccalone s’infilò a capofitto nel muro di marmo bianco e verde della cattedrale e sparì.
Malmosto si tuffò sulla porta della sagrestia e la scardinò con un calcio. La chiesa era vuota e silenziosa a quell’ora notturna di diavoli e di folletti. La navata era in penombra, illuminata da alcuni candelabri a muro.
Un improvviso grattare di unghie rivelò il Boccalone che correva a balzelloni su per un’impalcatura appoggiata a una parete.
Tenendo salde le brache, l’uomo si arrampicò sulla struttura di assi e pertiche facendo cadere chiodi e arnesi da carpentiere.
Il folletto giunse in cima e iniziò a infilarsi di nuovo nella parete, sgambettando per oltrepassarla e fuggire all’esterno.
Malmosto lo raggiunse e per un attimo rimase indeciso sul da farsi.
E adesso come faccio a fermarlo?
Raccolse un robusto punteruolo lasciato dagli operai e lo mise di traverso alla parete. Ci puntò un piede sopra e agguantò le zampe del folletto.
«Ah-ah! Tu passi ma il ferro no!»
Più il Boccalone si dimenava e più l’uomo lo teneva e sacramentava facendo forza sul punteruolo che gli impediva di farsi trascinare.
Il sole sorse su Firenze e i primi raggi illuminarono la cattedrale. La luce filtrò dalle vetrate e illuminò all’interno.
La pelle del folletto si fece rigida e i movimenti più lenti finché rimase immobile. Il Boccalone divenne di pietra, mezzo dentro e mezzo fuori, con le zampe contratte, la coda dritta e il deretano che spuntavano dalla parete di marmo.
Malmosto mollò la presa, sbigottito. Si affacciò alla vetrata vicina e vide la testa del folletto sporgere all’esterno con la bocca spalancata.
«Il vescovo non apprezzerà la decorazione…»
Un grido acuto riecheggiò per la cattedrale.
Malmosto sobbalzò con un potente Hic e le brache scivolarono alle caviglie.
Dabbasso, due sagrestani in vesti da notte reggevano il vescovo svenuto. Un quarto prete gli stava agitando un pugno contro.
«Blasfemo! Che combini ignudo lassù?»
Malmosto si affrettò a compiere una riverenza in bilico sull’asse dell’impalcatura e raccattò i pantaloni.
«Eccellenza, ho eliminato il Boccalone. Quel follet… demonio su cui avete messo una ricca taglia. L’ho inseguito fin qui e…»
Il prete indicò il deretano sporgente che puntava proprio verso l’altare.
«Che c’entra con quell’abominio?»
Malmosto si strinse nelle spalle.
«A quanto pare, s’è pietrificato al sorgere del sole. Potete farne un candeliere.»
A quel punto, sembrò che pure il prete avesse un mancamento.
«Ma è enorme!»
«Allora meglio coprirlo con un arazzo.» Malmosto gesticolò indicando tutta la parete. «Un arazzo bello grosso. A proposito della ricompensa…»
«Sortite di qui, sciamannato! Prima che il vescovo veda come avete conciato la nostra santa chiesa! I lavori erano quasi finiti!»
Malmosto era ancora alticcio ma decise che fosse saggio andarsene finché era in tempo. Scese dall’impalcatura e barcollò lesto finché non fu in strada, dove il giorno stava albeggiando.
La taverniera raggiunse Malmosto tenendosi la cuffia con una mano.
«Ce l’hai fatta?»
Lui non disse niente e indicò in alto, dove la fiancata della cattedrale si univa con il tetto in coccio. La faccia pietrificata del Boccalone con la bocca distorta se ne stava in bella vista, incassata sulla base di un’arcata.
La donna inarcò un sopracciglio.
«Cos’è quella roba?»
«Un promemoria per la prossima volta che inseguirò un folletto prima dell’alba.»
«Ah. Addio ricompensa allora. Però poteva somigliare a una gargolla…»
«Lo so. Il problema è dentro.»
Annuirono entrambi con aria grave, poi Malmosto aggiunse speranzoso.
«Bice, almeno ce l’ho una bevuta?»
«No. Tu e il Boccalone mi avete distrutto le scorte.»
L’uomo sospirò e si frugò nella giubba. Ne trasse un soldo di rame e con uno schiocco di dita lo lanciò per aria.
La taverniera agguantò al volo la moneta.
«E questo?»
«Ho infranto uno dei miei voti e quindi perso la scommessa. La preda non l’ho mollata ma in compenso in chiesa ci sono entrato.»

Ancora oggi, il Boccalone fa mostra di sé
all’esterno del Duomo di Firenze…
con la sola parte visibile.

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