LA FENICE D’ORIENTE

Racconto in concorso

LA FENICE DORIENTE

Di Gaia Cortada

Molto tempo fa, i cieli rosati della Cina non ospitavano solo nubi ovattate e i raggi caldi del sole. Bastava alzare lo sguardo nel giusto istante per ammirare qualcosa di straordinario. La creatura più bella di tutte era quella più raccontata e l’unica che non si potesse più vedere. Le antiche dinastie si erano ormai convinte che non ne fosse rimasto neanche un esemplare.
Soltanto uno, forse, era esistito, per creare tutto ciò che era visibile all’occhio umano, e molto di più. Era ciò che gli anziani narravano la sera, nelle stanze scaldate dal fuoco, alzando le mani verso il muro per proiettare le ombre di animali immaginari, che prendevano vita con le loro dita nodose. I bambini trattenevano il respiro quando ne parlavano e i narratori mormoravano come se qualcuno, oltre le mura, potesse udirli.
La creatura era la Fenice d’Oriente.
Secondo le parole sussurrate durante i secoli, era un grande uccello nato dalla terra fertile, ancora prima che qualsiasi cosa esistesse, all’alba dei tempi. La prima cosa che vide, alla sua nascita, fu il cielo. Un cielo limpido, con delle stelle così luminose da essere visibili anche di giorno. Splendevano intorno al sole. Si erse dal terreno tenendo gli occhietti neri su quelle stelle e riuscì ad alzarsi solo grazie alla sua volontà di raggiungerle. Spiegò le ali, inizialmente troppo piccole per permetterle di volare. Ma poi, giorno dopo giorno, fu abbastanza in forze per sollevarsi in aria. Scortata dal vento avrebbe vissuto una vita ad osservare un mondo perfetto, che non conosceva barbarie e rovine.
Poi, sarebbe divampata una fiamma proprio dal suo cuore, poiché era troppo puro, troppo caldo per poter vivere a lungo in un mondo che presto, non sarebbe stato più degno di ospitarla. Quella fiamma ne fece cadere le piume dorate e quando toccarono il terreno, si trasformarono in foglie, rosse e aranciate, come quelle dell’autunno. Fu la prima Stagione.
Una scaglia del suo cuore fu sommerso dalla terra e nacque il primo albero, rigoglioso e possente, con un tronco tanto robusto che non sarebbe mai caduto, con nervature azzurre e scarlatte, come le piume della creatura. Le lacrime che pianse prima di dissolversi in polvere, crearono i fiumi e i mari e il suo becco adunco divenne una caverna, dimora per gli animali più deboli che sarebbero venuti dopo.
Gli anziani univano i palmi e agitavano le dita, imitando le sue grandi ali. I bambini si trattenevano dal piangere nello scoprire che quando divampò la fiamma, con lei si spense un po’ della luce delle stelle. Per questo motivo, oggi, non è più possibile vederle di giorno.
«Ma ne è nata un’altra? C’è abbastanza terreno per tante altre Fenici d’Oriente!» esclamavano i bambini speranzosi, un giorno, di poterne vedere una. Gli anziani scuotevano la testa sorridendo dolcemente.
«Se l’albero nato dal suo cuore è ancora vivo forse, un giorno, lascerà cadere dalle sue foglie un seme, per permetterle di rinascere dalla terra vicina».
I bambini sgranavano gli occhi. «Dov’è questo albero?»
«Si dice che sia da qualche parte, qui, nella grande Cina. Alcuni pensano che si sia creata intorno».
Si sollevava sempre lo stesso mormorio di eccitamento, mentre i giovani venivano divorati dalla curiosità. Un solo bambino, nel sentire questa storia, non trattenne il respiro. Non mormorò. Si limitò a riflettere. Quando l’anziano finì il racconto, corse fuori dall’abitazione insieme agli altri bambini, ma tornò a casa con più fretta del solito. Guardò oltre le mura, oltre il pozzo. Allungò lo sguardo fino all’ingresso del boschetto.
«Quando sarai più grande» gli diceva la mamma «potrai entrare. È colmo di cose magiche».
Forse voleva solo che il bambino non entrasse nel bosco da solo. Sapeva che crescendo non gli sarebbe più importato di credere alle creature magiche delle leggende dei suoi avi. Ma quella sera, il bambino si fece coraggio. Gonfiò il petto come faceva sempre il suo papà e si addentrò tra gli alberi. Camminò a lungo, cercando di non guardarsi mai indietro e invece di essere spaventato dai fruscii e dai rumori che lo accompagnavano, non faceva che sentirsi incoraggiato, immaginando chissà quale creatura potesse averli provocati.
Si fermò in una radura, illuminata appena dalla luce della luna che filtrava dai rami. Aprì la bocca per lo stupore e fu assalito da un’infinita tristezza. In mezzo all’erba, c’era un enorme tronco tagliato. Ne rimanevano solo le radici sottoterra e una porzione di legno rovinato, che era stato mozzato di netto con qualche arnese infernale. Tentò di convincersi di non piangere. Si avvicinò, notando che il pezzo di tronco rimanente aveva nervature rosse e azzurre. Sembravano scolorite, come se un tempo, quando era ancora in vita, brillassero.
«Proprio così».
Il bambino trasalì e si voltò. L’anziano che aveva appena narrato la storia, lo osservava con un velo di tristezza.
«Vengo spesso qui, di notte. Mi sento bene, mi ricorda sempre quanto l’uomo sia piccolo, dinnanzi alla natura».
Il bambino indicò il tronco. «Credo che fosse l’albero della Fenice d’Oriente».
L’uomo annuì lentamente. «Sei il primo che lo capisce, devi avere davvero una grande mente».
Il piccolo abbassò lo sguardo, non gli importava nulla della sua mente. «Ma… è morto».
«Anni fa hanno pensato di radere al suolo il bosco, iniziando dall’albero più robusto. Ma quando lo ebbero distrutto, gli uomini morirono in modi inspiegabili. Non furono neanche trovati i corpi».
Il bambino trattenne il respiro. L’anziano concluse: «Decisero quindi di non continuare».
Guardò di nuovo il tronco e appoggiò la manina sulla superficie legnosa. «Vuol dire… che nessuna Fenice potrà più sorgere?»
L’anziano ci pensò un po’. «Può darsi di sì. È vero, questo albero era stato generato dalla scaglia del cuore della prima Fenice, ma non significa che fosse il solo modo di farne rinascere un’altra. Ma devo deludere le tue aspettative: questo mondo non ha più niente di puro, non abbastanza da poter far nascere una creatura come la Fenice, portatrice di vita».
Prese per mano il bambino e si avviarono verso il limitare del bosco, lo accompagnò fino a casa. Lo salutò e aspettò di vederlo dalla finestra nella sua cameretta, per essere sicuro che ci rimanesse.
La luna fu piena ancora diverse volte, ma poi accadde.
Era un bel pomeriggio; l’aria non era più fredda, si avviava alla primavera e il sole regalava un piacevole tepore. L’anziano era seduto su una vecchia sedia, in giardino. Lavorava il legno, aveva sempre amato fare statuine da regalare ai bambini. Ad un tratto, il sole venne oscurato. Esterrefatto dal buio improvviso, alzò lo sguardo. La statuetta gli cadde di mano. Come delle nubi che passano oscurando i raggi, due enormi ali rosse e oro erano spiegate, così gigantesche che, passando davanti al sole, l’avevano coperto. Pensò che se non fosse stato seduto, sarebbe caduto.
Era una Fenice.
Dal suo becco uscì un grido tagliente e acuto, così forte che l’anziano dovette coprirsi le orecchie. L’animale deviò e il sole tornò a splendere, mentre si allontanava.
Senza pensarci corse verso l’abitazione del bambino, cercando di non pensare alla gamba che a volte lo tradiva, tremando e non reggendo il suo peso. Sua madre era in piedi davanti alla porta, con uno sguardo spaventato. Si guardava intorno agitata.
«Mia cara signora» le disse. «Cosa succede?»
La donna si passò una mano tra i capelli nervosa. «Ho appena saputo che questa mattina il mio bambino non ha frequentato le lezioni, credevo che avrebbe dormito da un amico, ma sua madre mi ha detto che non è mai stato lì!»
Senza indugiare oltre, l’anziano si diresse verso il bosco. Camminò velocemente, fino a raggiungere la radura. Si fermò con il fiato corto. Vicino al tronco mozzo della Fenice, giaceva il bambino. Era sdraiato a terra, ma non sembrava ferito. D’un tratto alzò la testa, guardando l’anziano.
«Cosa stai facendo? Tua mamma è molto spaventata!»
Il bambino sgranò gli occhi. «Mi sono addormentato!»
L’anziano non capiva. Aveva dormito vicino all’albero mozzo? Gli bastò scostare leggermente lo sguardo: di fianco al bambino c’era un alberello, giovane e un po’ sottile, ma sembrava molto solido.
«L’ho piantato io» disse tutto fiero.
Sui piccoli rami erano nate foglie di un verde brillante e tra di loro, spiccavano fiori oro e scarlatti. Intorno al bambino, c’erano delle foglie già cadute e poco più in là, un grosso solco nel terreno.
«Non so come sia successo» iniziò il bambino. «Ho pensato che forse, il terreno era ancora abbastanza fertile per far crescere un nuovo albero del cuore di Fenice. La mamma si arrabbierà molto quando saprà che ho saltato molti giorni di scuola, ma me ne volevo prendere cura. Ne ho fatta nascere una».
L’anziano non poteva credere ai suoi occhi. Nello sguardo del bambino c’era un’innocenza che non aveva mai visto prima, mischiata al timore di dover confessare le lezioni che aveva perso.
Aggiunse: «È nata da lì» indicò il solco nel terreno. «L’ho aiutata a trovare del cibo quando era ancora troppo piccola per muoversi».
L’anziano si avvicinò, osservando meglio i fiori oro e rossi sull’alberello.
«Hai una vaga idea di quello che hai fatto?» Il bambino lo guardò confuso.
«Questa creatura non è nata per il terreno fertile, qui ormai aleggiava la morte. Sei stato tu a permetterle di sorgere. Le tue cure, prima per un semplice albero e poi per la Fenice ».
Il bambino si rallegrò. «Avevi detto che non ne sarebbero più nate, che questo mondo non se le meritava». L’anziano annuì. «A volte dimentico che non ci sono solo persone che abbattono i boschi. È questa tua innocenza che salverà il mondo. Finché cresceranno uomini come te, le Fenici risorgeranno dalle ceneri di una speranza. Perché cresce proprio come questo albero che hai piantato. Può essere piccolo, ma darà fiori straordinari. Il mondo ha bisogno di piccole cose che creano grandi idee. E fino a quando nel cuore di un piccolo umano ci saranno grandi pensieri, in ogni angolo del mondo, una Fenice ci preserverà dall’oblio».

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