NEBULOSO

Racconto in concorso

NEBULOSO

Di Pasquale Alessio Colurcio

«Piccolo Bruno – disse suo zio, il ragazzo di dicembre – sai cosa è una nebulosa?»
«No, zio…»
«Una nebulosa è un agglomerato interstellare di polvere, idrogeno e plasma. Originariamente comprendeva anche quelle che oggi sono note come galassie. È molto colorata. È uno spettacolo della natura… sono tante stelle messe insieme e se ci pensi è un agglomerato di sogni e desideri…»
«Zio, io voglio una nebulosa…»
Il ragazzo di dicembre gli sorrise dolcemente, accarezzandolo sui folti capelli scuri che gli incorniciavano il viso.
«Questo marmocchio a malapena sa parlare e già esprime i suoi desideri…»

Nella fredda e nebbiosa Irlanda del nord, là dove le distese di terra si perdevano a vista d’occhio, esisteva un piccolo fazzoletto di terra nel cuore di una fitta foresta. In questa piccola terra sorgeva un altrettanto piccolo vulcano. Lì abitavano dei piccoli folletti, piccole creature dalla pelle bianchissima che dedicavano la loro vita nel proteggere il cratere. Ai piedi di quel maestoso vulcano, il popolo dei piccoli lavorava alacremente tutto il giorno. Tanto instancabili quanto erano piccoli di statura. Per loro non era un semplice vulcano, per loro quello era la sorgente dei sogni d’oro,che da millenni si imponeva sulle altrettante meraviglie dell’Irlanda.
Questo vulcano era molto particolare. A prima vista pareva di scorgere un normale vulcano ma a ben guardare esso non eruttava lava incandescente. Non era un normale vulcano ma il contenitore di una sabbia magica.
Una imponente, meravigliosa e scintillante sabbia stava assopita sul letto del vulcano e ogni suo singolo granello era il sogno di qualcuno nel mondo.
I folletti erano i guardiani, mentre i barbagianni erano i corrieri; i volatili erano sempre in viaggio. Solo a loro era permesso di toccare la sabbia d’oro, ogni giorno e in ogni istante i barbagianni si tuffavano nella sabbia e, dopo aver fatto sì che una grande quantità di granelli si fosse attaccata alle loro ali, gli animali spiccavano il volo e giravano il mondo lasciando cadere i sogni su tutti gli abitanti della terra.
Una notte, però, accadde qualcosa. Bruno, il più giovane dei folletti, si allontanò dal villaggio per fare una passeggiata e dopo aver camminato per un po’, la sua attenzione fu rapita da un gruzzolo di neve denso. Sotto la montagnola di neve trovò un uovo. Bruno dapprima lo guardò interdetto, poi, facendo appello a tutto il coraggio che riteneva di dover avere, sebbene l’uovo non apparisse pericoloso, lo raccolse. Appena lo toccò, sentì una impercettibile scossa. Sobbalzò per la paura. “È molto strano”, pensò. Aveva sentito una scossa per tutto il corpo e così corse subito al rifugio dei barbagianni, cercò in tutti i modi di metterlo in qualche nido, ma nessuno dei volatili presenti voleva covare l’uovo. Così prese oggetti a caso e creò un riparo caldo, incaricò un fuoco fatuo di stare vicino all’uovo e di riscaldarlo con il suo calore.
Ogni giorno Bruno andava a controllare l’uovo. Non notava alcun cambiamento e per questa ragione pensò che a niente era servito il suo bel da farsi. Nei giorni seguenti però, inaspettatamente, sul guscio apparvero delle piccole crepe color dell’oro e un leggero soffio proveniva proprio dall’interno del guscio. Bruno capì allora che lì dentro, proprio nell’uovo che aveva trovato, doveva esserci un esserino che stava per nascere.
Dopo sette giorni, di buon mattino, mentre Bruno puliva il rifugio dei barbagianni sentì un tonfo, si girò velocemente e vide che sotto la luce tremolante del fuoco fatuo l’uovo si era schiuso. Con grande stupore, e i suoi occhi si illuminarono come non avevano ancora mai fatto, ora c’era un piccolo esserino spennacchiato. Era finalmente nato il suo piccolo barbagianni. La piccola creatura era diversa da tutti gli altri, aveva il becco d’oro e le ali scintillavano. Bruno per mesi lo accudì, e decise di chiamarlo Nebuloso. I due divennero inseparabili, dormivano perfino insieme; il folletto gli insegnò a tuffarsi nella sabbia d’oro ma ancora aveva paura che Nebuloso non fosse ancora pronto per fare il corriere dei sogni. Ma la quiete fu presto interrotta. Era una notte della metà di giugno, le famiglie di folletti si trovavano lontani dalla sorgente per festeggiare l’Equinozio d’Estate. Mentre la gran festa procedeva tra canti e balli, il popolo fu circondato da brutte creature guidate da un’arpia, una creatura metà donna e metà uccello. Essa nei secoli precedenti era la protettrice della sabbia magica e del piccolo popolo, ma era maestra nelle arti oscure, così quando capì che poteva usare la sabbia d’oro per fare del male, cercò di portare l’oscurità nel modo. Così i folletti la bandirono dal villaggio per sempre, ma lei prima di andarsene giurò vendetta. Ora Arpia era tornata per riscuotere la sua vendetta. La creatura cercava qualcosa che il popolo dei folletti aveva. Ma non era la sabbia d’oro.
«Datemelo e nessuno morirà questa notte», urlò Arpia, ma i folletti non capivano cose volesse.
«So che lo state nascondendo voi, sento il suo odore», tuonò imperativa l’arpia. A quel punto accadde qualcosa di inaspettato. Nebuloso si fece spazio nella folla e scagliandosi contro di lei, cercò di ferirla.
«Sapevo che eri qui, uccellaccio, stasera tu sarai mio e conquisteremo i due mondi.»
«Cosa cerchi da lui?» gridò il Papà di Bruno. «Giovane e stupido folletto, non hai capito che hai allevato un sogno primordiale? Con lui non c’è bisogno della sabbia d’oro, lui stesso crea i sogni. Con i suoi poteri riuscirò a conquistare il mondo e lo renderò cupo, grigio e privo di sogni.»
«Dovrai passare sul mio corpo», urlò Bruno.
«Allora sarà una passeggiata» e mentre si preparava a lanciargli un incantesimo, Nebuloso si alzò nuovamente in volo, si interpose tra l’amico e la donna alata, poi diede un battito di ali e da esse uscì una luce che accecò per qualche minuto tutti i presenti. Bruno intontito vide che dalle ali di Nebuloso stavano uscendo dei filamenti dorati e stavano formando qualcosa, si strofinò gli occhi e vide che davanti a sé c’era un orso d’oro. Nebuloso gli fece capire di salire sull’orso e così fece il ragazzo. Bruno diede una rapida occhiata a quello che stava succedendo intorno a lui e vide che folletti e mostri erano ancora intontiti della forte luce di prima.
Quando salì sull’orso si tenne forte e l’animale cominciò a correre a perdifiato nella foresta, Nebuloso volava sopra le loro testa. Bruno non sapeva dove stavano andando ma si fidò del suo amico. Durante la loro folle corsa fulmini gialli lo sfiorarono, si girò e vide che l’arpia gli volava dietro, l’orso accelerò fino a quando un incantesimo ferì il barbagianni, Nebuloso cadde tra le braccia di Bruno che lo strinse a sé, con il cuore in gola Bruno urlò: «Corri orso, corri alla sorgente. Presto». L’animale d’oro riusciva a schivare i fulmini della vecchia arpia che non lasciava la presa. Bruno percepiva che più il cuore di Nebuloso si indeboliva più l’orso perdeva energia, ma non potevano mollare, la sorgente era vicinissima. Corsero ancora, l’orso si arrampicò e raggiunse la voragine dove la sabbia d’oro splendeva nel cuore della notte. Bruno di scatto scese a terra e si girò, la donna era vicina, il battito del cuore di Nebuloso era impercettibile, il folletto non sapeva cosa stava facendo ma in quel momento pensò che fosse la cosa giusta, baciò Nebuloso sulla fronte lo fece scivolare nel cratere. Bruno aveva le guance rigate dalle lacrime. «Cosa hai fatto sciocco», urlò l’arpia alle sue spalle. «Lo hai ucciso» le fece eco Bruno. «Ora tu, stupido folletto, farai la stessa fine.» All’improvviso, come era già successo ma con una potenza prorompente, dal cratere si sprigionò una luce bianca che illuminò tutto quanto, filamenti di luce strisciarono per tutta la foresta fino ad arrivare al villaggio, la luce potente come un esercito ultraterreno distrusse le creature che tenevano in ostaggio i folletti. La luce come era arrivata si ritirò all’origine, Bruno si ritrovò avvolto da una luce dorata, si strofinò gli occhi e vide che l’orso c’era ancora: l’animale gli aveva fatto da scudo con il suo corpo. Il piccolo folletto notò subito l’assenza della donna alata che era diventata un mucchietto di cenere. Anche il vulcano non c’era più, al suo posto ora c’era una grande pietra a forma di barbagianni con le ali aperte. D’istinto Bruno abbracciò la statua, in qualche modo sapeva che quel pezzo di pietra era Nebuloso, lo sentiva nel suo cuore, sentiva che il suo amico in modo diverso era ancora vivo. Passarono gli anni e la storia di Bruno e il suo Nebuloso divenne leggenda, ancora oggi nei villaggi dei folletti ogni 21 giugno si festeggia il giorno in cui due amici salvarono i sogni dell’umanità.

4 risposte

  1. Irina ha detto:

    Voto questo racconto

  2. Ramona ha detto:

    Io voto questo racconto. “Nebuloso“ di Pasquale Alessio Colurcio

  3. Rosy ha detto:

    Voto questo racconto.

    Bellissimo

  4. Rossana ha detto:

    Voto questo racconto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: