CHE SAPORE HANNO LE NUVOLE?

Racconto in concorso

CHE SAPORE HANNO LE NUVOLE?

Di Paolo Di Fino

La batteria sta morendo. Loro direbbero così.
Ho gli occhi all’insù, fissi sul cielo perennemente cinereo.
È comunque migliore di ciò che intravedo se abbasso lo sguardo. Sì, c’è il Campidoglio a risplendere di un bianco eterno, dicono che in passato simboleggiasse l’unità del popolo, la loro libertà, più forte di qualsiasi oppressione. Però, sul viale alberato che lo precede, ci sono pure stesi un migliaio di androidi sintetici. O ciò che ne resta.
Novecentonovanta androidi per la precisione. Sono l’ultima generazione. Quella che meglio si confonde con gli uomini.
Possibile sia bastata una manciata di minuti di mattanza per ridurli così?
E noi credevamo sarebbe stato un giorno di festa. Di uguaglianza. Il giorno del “mai più sottomessi o diversi”.
Provo ad alzarmi da terra. Niente, non mi muovo. E dalla vita in giù non sento nulla.
Quel che sento sono solo le risate tronfie dei poliziotti alle mie spalle, tra cui risuonano più forti quelle del mio partner: il detective Robert Drake.
Tento invano di chiudere le dita delle mani. Nel frattempo valuto le mie ferite. Sono messo davvero male.
Le frasi urlate dai miei colleghi saettano sopra di me come avvoltoi a caccia: «Ora sì che avete un lavoro!». «Vi sta bene, portatevi via i vostri rottami!». «Altro che poliziotti, giusto gli spazzini potete fare!».
Con la coda dell’occhio guardo a chi è diretto il loro odio: i dieci androidi superstiti che, zoppicando o sostenendosi a coppie, si ritirano dal corteo, oppure girano tra le carcasse dei propri simili in cerca di segnali di vita o pezzi di ricambio.
Tutto ciò sarebbe dovuto cessare oggi, mi rimprovero.
I passi trascinati di Drake li riconosco bene, rispecchiano la sua ostinata insofferenza, la stessa che non ha mai celato nei miei confronti. I suoi piedi mi sfiorano la spalla destra mentre a stento mi scavalcano. Non è lo stesso per i pesanti passi che lo seguono. Invece di sorvolarmi, uno dei piedi mi calpesta l’avambraccio. Dalla pressione e il crepitio deduco che sono a due secondi dalla frattura di radio e ulna. È un gesto volontario e gratuito. Ne ho la certezza appena il proprietario del piede lo solleva, affianca Drake, ed entra nel mio campo visivo. È il capo della polizia, il mastodontico capitano Smith, il quasi suocero di Drake. Entrambi restano a fissarmi. Dalle espressioni perplesse, credo stiano valutando se sono già morto, o se ne avrò ancora per molto.
«E di questo genio che pensi ne faranno?» gli chiede Smith con la voce raschiata dalla nicotina.
«Boh, basta che non ne fanno il loro martire non mi frega. Devono capire che è finita.».
Non ce la faccio, ma quanto vorrei rispondergli. Mandarlo lì dove senza mezzi termini, sgolandosi e sbavando, lui mandava chiunque, criminali o poveri innocenti, durante interrogatori ben oltre la legalità. Non riesco manco a mostrargli il dito medio. Doveva essere il mio modello, invece è servito solo a farmi capire che poliziotto non volevo essere.
Di colpo, ogni rumore è sovrastato dalle sirene acute delle ambulanze e quelle più ovattate dei furgoni dei riparatori.
Troppo tardi.
È un gesto di facciata. Utile solo a occultare lo scempio, l’atto di violenza programmato da giorni. D’altronde, non è la prima volta che a Capitol Hill viene attaccata la democrazia.
Ripenso a un quarto d’ora fa. Ero al centro del mondo, diviso tra due fazioni. È lì che la nostra marcia pacifica è diventata il pretesto per una specie di prevalere sull’altra. E, soprattutto, per un gradasso ignorante e razzista di avere la sua vendetta.
Eppure, loro dicono che il più delle volte l’umanità si è evoluta così. Possibile?
Paramedici e tecnici riparatori scendono dai rispettivi mezzi senza alcuna fretta. I primi passano tra i corpi sintetici ignorandoli. Danno soccorso ai quattro poliziotti appena contusi che rintracciano ai piedi della scalinata bianco latte. Anche i riparatori non hanno urgenza di esaminare gli androidi a terra, segno evidente che gli è stato promesso di poter rivendere i pezzi di chi si è già spento.
Per un attimo avverto un fremito alle mani. Credo siano i postumi della scarica dello shock-manganello ricevuta nella schiena a inizio rappresaglia. Magari è altro, di sicuro non dipende dalla mia volontà.
Deve essersene accorto anche Drake, perché si china verso me. Ora l’espressione è quella goduriosa e vittoriosa che troppe volte gli ho visto stampata in viso dopo che aveva violato regole facendola franca. È convinto sia così anche stavolta.
«Come stai… Paul?» mi chiede, e sottolinea il fastidio nel rivolgermi la parola storcendo come al solito il labbro superiore. Poi mi alita il fumo della sigaretta in faccia. «Va meglio ora che stai dove devi stare?».
Sa che né l’odore di tabacco e nicotina, né il sapore del suo alito, o qualsiasi altra cosa lui ritenga disgustosa, fa differenza per me. Tuttavia, ripete il gesto. È la sua dimostrazione di superiorità.
Vorrei dirgli che, a differenza di ciò che crede, nessuno sarà mai superiore a nessuno, ma che lui, senza ancora saperlo, ha già perso. Soprattutto, che non sa quanto ha perso.
Mi sorride convinto come una iena, a cui però hanno diagnosticato un ritardo mentale. Sappiamo entrambi ciò che ha fatto. L’istante in cui ha scelto di riportare il mondo all’età dei cowboy e degli indiani. Nessuno dei due parla più. Lui per troppa spocchia. Io perché la gola non risponde ad alcun comando. Avverto la pressione a metà collo, il sibilo d’aria che attraversa il vuoto che mi squarcia la laringe, e i miei liquidi oleosi che colano da quella voragine innaturale.
La batteria è al 3%. Il collasso è imminente.
Prima che muoia ho solo i miei occhi patinati, ciò che resta delle mie connessioni neuronali, i miei pensieri fuori dai loro schemi, e, soprattutto, tutti i ricordi ben vividi.
Ripristino il video. Per primo rivedo il flash accecante che per sei decimi di secondo mi frigge i bulbi oculari. Assieme a esso ricordo il picco d’elettricità che mi attraversa la schiena, si espande a ogni arto, e si porta via la totalità dei miei movimenti volontari. Di sicuro, per ottenere ciò, hanno violato i protocolli di sicurezza dello shock-manganello in dotazione.
La vista torna. La sequenza rilevante del video inizia dopo che cado a terra scosso dalle convulsioni. Ho giusto il tempo di girarmi pancia in su per inquadrarlo in faccia: Drake ha già in pugno la sua laser Glock. Con una smorfia bestiale urla: «Col cazzo che me la faccio portare via da uno di voi!», e così sovrasta il fragore della raffica di otto colpi che mi dilaniano dal collo in giù. Otto spari che segnano il confine tra pace e repressione.
I poliziotti che erano in prima fila dietro Drake e me, agitano in aria gli shock-manganelli, e scattano contro la prima fila di androidi che hanno di fronte. Scorgo le espressioni vuote dei volti identici al mio, che restano inermi davanti a una violenza di cui non comprendono il motivo. Conosco la battaglia ben più gravosa che i loro cervelli positronici stanno affrontando mentre i corpi restano immobili, nonostante manganellate a pieno voltaggio gli fracassino crani e arti in plasti-carbonio. È il conflitto tra la terza e le prime due leggi della robotica a paralizzarli.
Soltanto pochi androidi appena più evoluti si sforzano di parare i colpi, o provano a disarmare chi li aggredisce. Non cambia l’esito. In cinque minuti i manifestanti vengono spazzati via come manichini dalla furia degli uomini in divisa. Drake ride, mentre i nostri colleghi detective a turno gli danno il cinque. Nessuno gli chiede conto del suo gesto, o delle parole pronunciate mentre mi sparava.
Dicono che nel branco funzioni così: tutti seguono il maschio Alpha, senza domande né discussioni.
Dicevano pure che ero strano io a non capirlo. Io ho compreso solo che gli uomini hanno sì timore del diverso, ma hanno molta più paura di scoprire che quel diverso è diventato simile a loro.
Gli altri poliziotti no, ma io so perché Drake l’ha fatto davvero.
Resta l’1% di batteria.
Basta per inviare il video a Emma, la mia amica giornalista.
La polizia ha architettato tutto per bene. Con transenne e cordoni umani ha bloccato i media fuori dal parco, così da lasciarli all’oscuro del massacro programmato.
Nominare Emma mi fa tornare in mente un mio ricordo con lei. È di una settimana fa. Siamo sdraiati uno accanto all’altra in un immenso prato artificiale. Abbiamo entrambi lo sguardo fisso sul cielo come ho io ora. L’ascolto divagare, per lei è un’abitudine: «A te non annoia questo grigio perenne?». Guardo le nuvole ammassate sopra di noi. In fondo scorrono, eppure paiono sempre uguali, immobili, come fossero di cemento. Non so che risponderle. Ma lei non ha bisogno di risposte: «Scusa, non era una domanda per te. È che l’altro giorno guardavo un vecchio film, Vanilla Sky. Le nuvole erano rosa, bianche, o, addirittura, non c’erano proprio.»
«Sì, in passato le nuv…»
Mi ferma: «No, Paul X7, non serve. Non volevo saperlo. È solo che da lì sono finita a chiedermi se le nuvole hanno un sapore, se cambia in base al colore. Lo so è stupido. Ma è perché prima stavo chiedendomi se pure il sapore dei baci cambia in base alle persone.».
Tace. Con lei è sempre così, un fiume di parole, poi il silenzio. Non so cosa fare, ho capito che non vuole le spieghi di cosa sono composte le nuvole, né degli aspetti chimici delle labbra.
Di colpo me la ritrovo a cavalcioni sopra di me. Mi sorride e dice: «In realtà mi chiedevo solo come sarebbe stato baciarti.».
Si china su di me. La sua bocca è sulla mia. Si stringe a me. E, non so come, per la prima volta ho l’impressione di avvertire qualcosa di mai provato: un piacevole calore.
Lei è Emma Smith, la figlia del capitano Smith, quella che sarebbe dovuta diventare la signora Drake. Invece ha preferito amare me, un androide. Il primo androide positronico fornito di corpo misto, sintetico-biologico, e con un organo che somigli in tutto e per tutto a un cuore.
E forse ho qualcosa che somiglia a dei sentimenti.

Washington D.C., 4 luglio 2099.

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