D’ILLUSIONI E D’INGANNI

Racconto in concorso

D’ILLUSIONI E D’INGANNI

Di Silvia Castellano

Non ci dovevo venire qui, continuavo a ripetermi.
Alzai gli occhi con un sospiro e guardai il cielo. Era nero pece, senza luna. Quelli come me non amavano l’oscurità: ci provocava disagio. Strizzai gli occhi nel tentativo di scorgere qualche stella, certa che mi avrebbe rassicurata, ma le luci della città eclissavano quelle celesti.
«Dannato inquinamento luminoso» borbottai.
Alle mie spalle le campane del Big Ben rintoccarono la mezzanotte. Di solito mi piaceva la loro melodia, ma quella sera, forse per l’agitazione che mi attanagliava, pensai che stessero solamente facendo un gran baccano. Fui felice quando tornò il silenzio.
Un lampione poco distante cominciò a sfarfallare. Un vento gelido mi spettinò i capelli, facendomi tremare. Mi strinsi nel cappotto, infilando le mani nelle tasche. Le dita si chiusero attorno alla mia penna stilografica portafortuna. Era gelida, ma mi riempì di fiducia.
Quando un forte odore di zolfo raggiunse le mie narici, capii che era arrivato. «Sei in ritardo» commentai.
«Ciao anche a te, Kasha.» La voce melodiosa di Jophiel aveva una punta di ironia. «È bello rivederti.»
Mi girai. Indossava un lungo cappotto nero, sopra a pantaloni dello stesso colore. Non mi sorprese affatto; in fondo quell’outfit scuro si adattava all’essere che era diventato. Il suo viso, invece, era proprio come lo ricordavo: angelico nei tratti, pericolosamente vicino alla perfezione. Gli occhi erano di un blu così intenso che era difficile resistergli. Ma il tempo in cui mi facevano perdere la testa era finito. Da secoli. «Non posso dire lo stesso» sentenziai.
Le sue labbra piene si aprirono in un sorriso sornione. «Vedo che il tuo caratteraccio non è migliorato neanche un po’.»
«Mi tengo allenata solo per te.»
Fece qualche passo nella mia direzione, per nulla offeso, i sassolini che scricchiolavano sotto le sue scarpe. «Ne sono onorato. Vuol dire che mi pensi» ammiccò. Si fermò quando a separarci c’era poco meno di un metro e mi fissò in silenzio. «Ero certo che saresti venuta» aggiunse poi.
Ormai la puzza di zolfo era fortissima. «Non avevo altra scelta» gli feci notare con una smorfia.
«Invece ce l’avevi.» Inarcò le sopracciglia e si scostò una ciocca bionda dalla fronte. «Forse, dopotutto, ti fa piacere. Una volta non disdegnavi la mia vicinanza.»
All’interno delle tasche strinsi i pugni. «Era prima che tradissi tutti noi» sibilai. «Sono qui solo perché me l’ha chiesto Peter.»
Jophiel scoppiò a ridere. «Giusto, il buon vecchio Pete! Come sta?»
«Non sono affari tuoi. Dammi la chiave e facciamola finita.»
Tirò fuori qualcosa dalla tasca. Tra il pollice e l’indice teneva una chiave dorata, che fece dondolare lentamente a destra e a sinistra. I suoi occhi la seguirono come se la vedessero per la prima volta. «Non è meravigliosa?»
Io riuscivo solo a pensare a quanto fosse minuscola. Tanto trambusto per un oggetto in apparenza così insignificante. Eppure sapevo che era molto speciale: la chiave dei cancelli del Paradiso.
Molti anni prima, Jophiel l’aveva rubata a Peter, il custode dei Cieli. Credevamo tutti che l’avrebbe consegnata a Lucifero e che quest’ultimo avrebbe organizzato una rivolta per impossessarsi del Regno celeste, invece non era accaduto nulla. Jophiel se l’era tenuta per sé, come una specie di souvenir. Centinaia di angeli erano stati inviati a scandagliare la Terra alla sua ricerca, ma senza successo. Pareva essersi volatilizzato, invece qualche giorno prima si era fatto vivo, dichiarando di essere pronto a riconsegnare la chiave solo a patto che io avessi accettato di incontrarlo.
Naturalmente non avevo potuto tirarmi indietro. Era troppo importante.
«Non penserai che te la darò senza avere qualcosa in cambio, vero?» chiese con un ghigno.
«Non avevo dubbi. Cosa vuoi?»
I miei poteri. E che tu resti con me.»
Scoppiai in una risata di fronte a quella richiesta folle. Davvero divertente. «L’effetto serra terrestre deve averti mandato in pappa il cervello, Jophiel. Ora sei un Rinnegato e ti puoi scordare di riaverli.» Sottolineai la dichiarazione con un movimento della mano. «Per quanto riguarda l’altra richiesta, neanche quando l’Inferno ghiaccerà potrei decidere di stare di nuovo con un verme come te.»
Jophiel abbassò lo sguardo, in silenzio. «Immaginavo che l’avresti detto.» Sospirò in tono drammatico. «Ci ho provato.» Rialzò il capo e quasi sussultai nel vedere i suoi occhi. L’azzurro cielo era sparito, sostituito da due pozze lattescenti senza alcuna pietà. «Hai sprecato un’occasione.»
Mi ero sbagliata: non era un Rinnegato. Eppure l’odore di zolfo, tipico degli angeli che avevano perso le ali, era inconfondibile. A meno che…
«Era tutta una finzione» mormorai, iniziando a realizzare. «È per questo che non ti hanno mai trovato. Allora cosa sei? Non un demone, altrimenti lo avrei saputo.»
«Sei perspicace» esclamò soddisfatto. Anche la sua voce aveva qualcosa di diverso. Pareva alterata, più profonda, persino cavernosa. «È una cosa che mi è sempre piaciuta di te. Anche se mi hai un po’ deluso, pensavo che ti saresti accorta prima che ti stavo prendendo in giro.»
Mi resi conto solo in quel momento che la chiave che aveva avuto tra le dita fino a qualche attimo prima era sparita. Un’altra illusione, probabilmente.
«Sei un imbroglione» sibilai.
Scoppiò in una risata perversa. «Credevi davvero che l’avrei restituita? No, angioletto mio, mi serve ancora.»
«Comincio ad essere stufa dei tuoi giochetti. Perché non mi dici chiaramente cosa sei e qual è il tuo piano?»
Incrociò le braccia. Lo sguardo era serio. «D’accordo, almeno questo te lo devo. Come avrai immaginato, rubai la chiave del Paradiso per conto di Lucifero, che in cambio mi aveva promesso un posto alla sua sinistra. Purtroppo ero ancora troppo ingenuo per capire che mi aveva ingannato, infatti, non appena gliela consegnai, cercò di distruggermi. Si salvò solo la mia energia angelica, un misero puntino di luce…» Il suo viso si contorse in una smorfia di dolore, ma solo per un attimo. «In qualche modo, però, riuscii a riprendere la chiave e a rifugiarmi sulla Terra.»
La sua storia non mi aveva sorpresa: Lucifero era senza scrupoli e solo uno sciocco avrebbe potuto fidarsi della sua parola. Tuttavia c’era un dettaglio che mi risultava poco chiaro. «Adesso hai di nuovo la forma corporea, com’è possibile? Avresti dovuto…» cominciai a dire, ma poi mi bloccai. Mi mancava il respiro. «Hai ucciso degli angeli. I tuoi stessi fratelli» farfugliai.
«Venti, per essere precisi.» Le sue labbra si incresparono in un sorriso estatico, dopodiché fece un piccolo inchino. «E adesso, dopo tanti anni, eccomi qui. Come nuovo o quasi.»
Se non fossi stata una creatura angelica, avrei di certo vomitato. «Perché?»
«Si chiama sacrificio necessario, Kasha. So che non puoi capire, ma non importa. Altri hanno abbracciato la mia causa.»
«Ma quale causa? Io finora ho capito solo che odiavi così tanto tutti noi da tradirci per Lucifero. Eppure durante la Ribellione sei stato dalla nostra parte…»
«Mi ero stancato di eseguire gli ordini di qualcuno» dichiarò secco. Aprì le braccia per indicare ciò che ci circondava. «Da millenni vegliamo sui terresti, li aiutiamo e cerchiamo di metterli sulla giusta strada, mentre questi babbei non fanno che creare sempre più povertà, inquinamento e morte. E loro chi ringraziano? Non gli angeli, quelli che devono sporcarsi le mani.»
«Nostro Padre…»
«Lui cosa fa? Niente!» ringhiò. «Sta lì a prendersi gli onori! Proprio come Lucifero, al quale vengono attribuiti tutti i mali dell’universo senza dover alzare un dito.» La luce bianca dei suoi occhi parve rafforzarsi, caricata dalla sua rabbia. «Ma presto le cose cambieranno. Negli anni ho raccolto molti Rinnegati da entrambe le schiere e insieme sconfiggeremo Paradiso e Inferno.»
Le sue parole mi fecero rabbrividire dalla testa ai piedi. Poi, all’improvviso, il lampione più vicino si spense, lasciandomi nella semioscurità, da sola, con un ex angelo fuori di testa. Anche il silenzio era assordante e spaventoso; mi pentii di aver criticato il Big Ben poco prima.
Jophiel si avvicinò ancora di più a me. «Ti starai chiedendo perché non l’ho ancora fatto.»
Feci qualche passo indietro, ma il freddo granito che sorreggeva la statua di Boudica e le sue figlie mi bloccò.
Ero in trappola.
«Perché ho bisogno di te» continuò. «La tua luce angelica è tra le più potenti del Paradiso e mi farà diventare invincibile.» Mi strinse una mano attorno al collo con malcelata trepidazione e avvicinò la bocca al mio orecchio. «Un po’ mi dispiace perché ti ho amata davvero, ma, tranquilla, continuerai a vivere dentro di me…»
Venni scossa dai brividi, però la paura mi diede lo slancio per reagire. «Mai!» urlai spingendolo lontano.
Jophiel sbatté contro il palazzo di fronte e cadde a terra. «Hai fatto un grosso errore» ringhiò mentre si tirava in piedi.
«No, l’errore è tuo» replicai. Ci fu un sonoro schiocco, poi sulla mia schiena spuntarono due maestose ali.
Scoppiò a ridere. «Sai che paura!» Un altro rumore secco e anche lui dischiuse le sue. Le azioni deprecabili commesse negli ultimi decenni avevano lasciato un segno indelebile: le piume apparivano spente e diradate. Un’ombra di ciò che erano state.
Si lanciò su di me senza una parola. Alzai un braccio e gli sparai contro una bomba di luce che lo fece rimbalzare indietro un’altra volta.
Mentre lo raggiungevo, infilai la mano in tasca e ne estrassi la penna stilografica. Feci scorrere un po’ di energia attraverso di essa. Qualche attimo più tardi si era trasformata in una spada circondata da fiamme minacciose. Come mi era mancata!
Jophiel si stava alzando quando se ne accorse. «Non è possibile» farfugliò con gli occhi sgranati. «Sei…»
«Esatto. Sono Kushiel, l’angelo della punizione. Il tuo tentativo di rubare la chiave del Paradiso è fallito.»
«Quindi tutto questo…»
«È solo un incubo che ho creato per te e che continuerà a ripetersi per l’eternità.» Le mie labbra si aprirono in un sorriso. «Divertiti, Jophiel.»
Dopodiché, senza pensarci due volte, lo trafissi.

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