ENDLING

Racconto in concorso

ENDLING

Di Riccardo Mantellini

Ben Amoq se ne sta seduto sull’erba alle pendici di una bassa collinetta di quella che una volta era la Valle di Tunalir. Il paesaggio era profondamente diverso da quello cantato dai bardi per centinaia di anni. La grande Valle di Tunalir, celebrata per la sua rigogliosità, l’ospitalità dei suoi abitanti e la bontà dei suoi prodotti si era ridotta ad una steppa polverosa e malaticcia.
Un odore acre si leva venefico dalla palude marcia dove i possenti alberi da frutto e i floridi campi sono stati piano piano sostituiti da cadaveri e cenere.
Un airone si alza in volo, leggero e sgraziato.
Il sole erutta un vulcano di luce che rischiara un’altra afosa mattinata autunnale.
Ben osserva assorto l’acqua del fiume Tamogo. Quell’acqua melmosa che anni prima spumeggiava di vita e di salute.
L’uomo si specchia nei ribollenti flutti maleodoranti e rivede nei suoi occhi i fatti che avevano portato il suo mondo nell’oblio.
Tutto era iniziato venti anni prima, nel giorno adesso ricordato come “l’Alba del Tramonto”.
Ben aveva dodici anni e se ne stava in casa a studiare. Se lo ricordava bene. In quelle giornate, artificialmente dilatate dalla luce delle candele, divorava i vecchi libri scoloriti dei suoi avi, attirato dalla conoscenza antica e quasi perduta che quei vecchi tomi trasudavano. Un miracolo che un ragazzino povero come lui sapesse leggere. Merito del nonno. Il legno del tavolaccio su cui era appoggiato era butterato come il vaiolo, la sua stanza spoglia come la cella di una segreta, fatta eccezione per un letto di paglia e un armadio scavato dagli insetti. Guardò fuori dalla finestra, dove il buio stava predando le campagne inermi e quiete. Ricordava bene di quel barlume fragile che si confondeva dapprima con la moltitudine di stelle per poi aumentare gradualmente di intensità fino a divenire un bagliore accecante.
Uno schianto. La vecchia cascina per poco non crollò dalla forza dirompente dell’urto.
Il giovane Ben corse fuori dalla porta seguito da sua madre e sua sorella Marya.
Una voragine si era aperta a poche centinaia di yard dalla loro casa. Fumo pastoso e denso si levava dal cratere, all’interno un chiarore tremolava come un piccolo sole, incerto se spegnersi o esplodere.
Odore di zolfo addensava l’aria rendendola a tratti irrespirabile.
Poi lei si levò.
Alta, bianca e sinuosa, come una serpe albina, strusciava verso l’incredula famiglia contadina. I tratti del viso puliti e nitidi come il rintocco di un campanile in una notte di luna piena. Luna che quella notte si era nascosta all’apparizione della creatura venuta dal cielo.
“Helyon proteggici” belò la madre stringendo a sé i suoi due bambini.
A sentire quel nome la creatura fermò il suo incedere e puntò una mano dinnanzi a sé.
Un attimo. Un calore ed un rombo che sembrava provenire direttamente dall’Altrove.
Il giovane Ben, spaventato, chiuse gli occhi come quando il guaritore lo avvertiva che stava per toccarlo nel punto che gli faceva male e lui si preparava al dolore che sarebbe arrivato.
Un urlo acuto, come una tromba che squilla un attacco per poi scemare sfinito dal fiato che si esaurisce.
Ben riaprì gli occhi. Si ritrovò in terra a dieci yard da dove si trovava un momento prima. Sua sorella si rotolò a sedere non lontana da lui. Sua madre era letteralmente scomparsa.
Sua sorella gridò di terrore e corse a nascondersi dietro le esili spalle del fratello.
I due bambini erano pietrificati dalla paura.
L’essere riprese a camminare.
“Mai più deve essere pronunciato quel nome”.
La sua voce era tagliente come una spada appena forgiata, dura come uno scudo di Narko.
“C-ch-chi s-sei? Da d-dove v-v-vieni?” riuscì a pigolare l’adolescente.
“Vengo da dove non si torna” sentenziò l’essere.
“Sei un mostro?” chiese ingenua Marya.
“Io nutro i mostri”.
I suoi occhi fiammeggiarono come l’inferno decantato dai menestrelli per intimidire le fanciulle.
“E sono qui per espandere il loro dominio”.
Un altro bagliore accecante.
Un brusco sbruffo riporta Ben al presente. Un pesce gatto malato, in uno dei suoi ultimi sussulti, ricorda all’uomo che oramai il suo tempo è giunto. Tra poco sarà l’ora di partire.
Ben si alza in piedi, raccoglie il pesante elmo e si sistema la lunga spada al fianco in modo che non gli sbatta sulla coscia corazzata. Si incammina senza voltarsi indietro. Ha dato l’addio alla sua terra. Quella Valle di Tunalir cui era nato e cresciuto, e dove erano morti tutta la sua famiglia e i suoi amici.
Ha negli occhi il ricordo della sua valle vista da bambino e da ragazzo non permetterà alla sua mente di rievocare il desolato panorama cui si è ridotto. Vuole serbar memoria come stimolo per la missione che si appresta ad intraprendere. Oramai è l’ultima speranza per il suo mondo.
I quattro reggimenti di Narko, con i loro scudi giganteschi, su cui erano scolpiti i propri epitaffi, vennero sbaragliati. Le loro lapidi-scudo rimasero sul terreno fangoso a memoria del loro coraggio.
La falange nanica si strinse intorno al suo comandante Hebur, detto il “faraglione”, sempre alla testa del famigerato “scoglio”, la fanteria più potente del mondo conosciuto. I duecento nani da guerra armati pesantemente, in formazione da combattimento, si compattarono in un pentagono impenetrabile, capace di fendere gli eserciti avversari come un’ascia apre in due un blocco di lardo.
Fu nella piana di Casorir che si disputò la battaglia delle battaglie. Ogni popolo del mondo conosciuto inviò i suoi eserciti nella speranza di riuscire a sconfiggere quella creatura che seminava morte e distruzione. Uomini, Nani, Orchi e perfino gli Ogre delle montagne si unirono per fronteggiare il nemico comune. Gli Elfi, falciati da continue lotte interne, inviarono solo due battaglioni di arcieri.
Tutti gli occhi del mondo erano puntati su quel mostro dalle forme così umane. Perfino in quell’occasione, tra sangue, melma e dolore si elevava in tutta la sua bellezza maledetta.
La sua magia li prese alle spalle, leggera come la morte che arriva nel sonno. Bruciarono a centinaia, ma altre centinaia ne presero il posto rimpiazzando un esercito sterminato.
L’ultima resistenza.
Ben era a capo degli eserciti degli uomini. Da quella notte, gettati i libri, una vita trascorsa sui campi di battaglia, il più valoroso tra i valorosi, il più forte tra i potenti. “Prode” era soprannominato e la sua fama abbracciava i due orizzonti del creato.
L’essere era in difficoltà. Troppi nemici. Per quanto la sua magia fosse potente, si infrangeva come onde sulle rocce di una moltitudine di guerrieri.
Lo “Scoglio” arrivò a poche decine di piedi dall’invasore, le barbe ispide come rovi, vomitate fuori dagli elmi che ne celavano gli occhi urlavano dal piacere che avrebbero avuto nel farla a pezzi.
Poi accadde.
L’essere iniziò una litania struggente in una lingua aliena, mai udita prima.
A nulla valsero gli ordini di Ben il “Prode” di cercare di interrompere quel maleficio.
L’abominio si manifestò.
Dalle viscere della terra una forma viva, animale, brulicante di pustole e bubboni si erse in tutta la sua mostruosità per miglia e miglia. Eruttando se stesso, vomitando ceneri incandescenti, un’enorme torre cupa e curva crebbe deformandosi, franando e gonfiandosi. Milioni di denti, di occhi e di artigli in un’orgia di morte.
Fu la disfatta.

Ben si inoltra tra le case smilze con i tetti a spirale di Ugul-Taras, la cittadella degli sciamani. Una delle poche roccaforti risparmiate dall’abominio e la sua padrona grazie al potere dell’occulto. Chissà per quanto ancora.
La strada desolata, un tempo teatro di processioni, si arresta come la firma di un morente in un testamento dell’ultimo minuto dinnanzi al grande tempio di Helyon. Varcando il grande arco in pietra bianca Ben si domanda come sia stato possibile che il loro dio supremo, colui che aveva creato l’uomo, avesse potuto abbandonarli in quel modo. Oramai scoraggiato dall’assenza di un credo si è affidato alla parola di saggi e stregoni che fin dai tempi antichi si occupavano della arti magiche dimenticate. Il portale è pronto.
Ben si prepara, lento e controllato. Come prima di una qualsiasi battaglia. Stringe le cinghie, allaccia le fibbie, ricontrolla il materiale. Un tempo avrebbe rivolto una preghiera ad Helyon ma non questa volta. Pensa invece a sua sorella Marya, a sua madre e a tutte le persone che sono morte a causa di quell’essere.
Gli stregoni sono disposti a cerchio intorno alle antiche rune intagliate sul pavimento. Stanno cantilenando un’arcaica formula magica. Il tono all’inizio è greve ma si alza fino ad assumere la vibrazione di un grido tremendo. Il cielo si rannuvola. Tuoni brontolano dei lampi violacei. Il tempio si scuote. Una strana luce acromatica appare sotto forma di una porta.
Ben si volta ad osservare per l’ultima volta i saggi, le pietre, le nuvole, e il suo mondo.
Respira per l’ultima volta la sua aria.
Il paradiso è oltre quella luce, l’inferno è qui in terra.
Prende un respiro e oltrepassa il portale.
Ben si trova in una terra brulla, nebbiosa. Affonda su morchia verdastra respirando un’aria secca che gli brucia il petto. La foschia di quel mondo sconosciuto gli fa pensare a quando egli stesso sfruttava la bruma per i suoi attacchi ai satiri del Nebasch. Le sue sortite e le sue vittorie erano talmente dirompenti che tra i nemici si era creato il detto: “Ho visto nebbie tanto spesse da essere tagliate con una lama, ma mai una nebbia che fosse capace di tagliare me”.
Sorride amaro pensando che adesso, in quella foschia ignota, potesse nascondersi la sua fine.
Rumori mai uditi da orecchie umane riempiono quelle nebbie, la tensione cresce, insieme alla paura.
Mentre si addentra nel pantano, intravede delle creature basse e grigie, dall’aspetto di strani funghi. Sono a decine, piccoli e sghembi. Lo osservano con miriadi di occhi spaventati.
“C-ch-chi s-sei? Da d-dove v-v-vieni?” chiede uno di quelli con voce squillante. “Vengo da dove non si torna” risponde Ben.

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