IL PRINCIPIO DI LOCARD

Racconto in concorso

IL PRINCIPIO DI LOCARD

Di Arianna Coletta

Non so se qualcuno leggerà mai questa lettera ma, giunto alla fine del mio viaggio, ormai stanco, senza più speranze, è giusto raccontare tutto.
Mi chiamo Thomas, ho trent’anni, se non ho perso il conto, e sono un ladro di sapere.
Mio caro lettore, chiunque tu sia, immagino che questo nomignolo non ti sia sconosciuto ma se così fosse spiegherò brevemente che cosa sta a significare.
I ladri di sapere sono persone normali (si fa per dire) che hanno delle capacità sovrannaturali. Nello specifico, la nostra è quella di “rubare” informazioni di altri soggetti. Sarò più chiaro. Stringendo la mano di qualcuno, prenderemmo da lui le sue capacità manuali ma, se non si è ben addestrati, anche la sua eventuale artrosi. Se, anche solo per sbaglio, sulla strada dessimo una spallata distratta a qualcuno, verremmo a conoscenza se su quel braccio ci sono articolazioni malandate (e ne sentiremmo il dolore) o se fosse il lato predominante del corpo. Se portassimo le mani ai lati della testa di qualcuno ne prenderemmo i pensieri, le conoscenze, le informazioni e le esperienze del soggetto in questione (ma questo è un concetto molto astratto e varia in base a tantissimi fattori). I punti del corpo più importati da toccare per i professionisti come me sono: la testa, le mani, il petto e, strano da dirsi, il basso ventre (non immaginereste mai le emozioni che ci sono là dentro).
Per chi ancora, nel Duemilacinquanta, studiasse sui testi di analisi forense o fosse appassionato di gialli polizieschi contorti, siamo molto simili alla personificazione del principio di Locard: se una persona viene in contatto con un’altra persona vi è uno scambio; lascerà qualcosa e porterà su di sé qualcosa di quel contatto. Un interscambio tra parti. Con l’unica differenza che lo scambio non è proprio in pari. Io apprendo tantissimo, ma lascio nell’altro spazi che sembrano pieni dove io, in realtà, ho lasciato un vuoto cosmico.
Tutto è iniziato nel Duemilaventicinque, quando la pandemia globale iniziata alla fine del Duemiladiciannove, ha portato alla scoperta di queste “capacità” nei soggetti colpiti ma asintomatici e solo in quelli molto giovani, sotto i dieci anni.
Io ero uno di loro.
Contrassi la malattia dei miei genitori, più precisamente da mio padre che lavorava in una fabbrica estremamente affollata e disattenta alle regole base di igiene. Contagiò tutti in famiglia nonostante fosse poco avvezzo ai baci e molto di più ai ceffoni che erano lo stesso fonte di contagio. Morirono tutti tranne me e mio fratello minore, Mattias. Diventammo proprietà dello Stato, per la precisione dell’Armata Sanità votata alla ricerca medica e scientifica. Divenimmo cavie. Noi siamo stati il caso numero uno e il caso numero due.
All’epoca io avevo cinque anni e mio fratello tre. Capivo solo qualche parola in più di lui ma a concetti era tutto un susseguirsi di confusionarie immagini da film di fantascienza.
Passammo gli anni della nostra fanciullezza in una stanza molto simile alla cameretta di due bambini qualsiasi ma collocata al centro di un enorme laboratorio e con le pareti trasparenti.
Mangiavamo, facevamo ginnastica, seguivamo delle lezioni di matematica, grammatica e geografia, molta fisica e chimica e soprattutto facevamo test.
Ne facevamo anche dieci al giorno. Erano stressanti. Ci coprivano il cranio di sonde e poi dovevamo toccare dei soggetti che, a detta loro, erano consenzienti. Ricordo come mio fratello ne usciva sempre distrutto. Provavo a far valere le mie ragioni dicendo che era troppo piccolo e delicato ma cadevano sempre inascoltate.
Arrivai all’età di diciotto anni e chiesi, ingenuamente, se la mia maggiore età mi avrebbe permesso di uscire dal quel laboratorio, anche se era chiaro come il sole (se mai ce ne fosse stato uno ancora là fuori) che non era una cosa possibile, e loro mi risposero che avrei dovuto aspettare la maggiore età di mio fratello per poter uscire insieme.
Aspettai.
Mentre aspettavo allenavo il corpo a qualsiasi tipo di sforzo, allungavo la muscolatura, tendevo i nervi, facevo il possibile per essere in forma smagliante. Avevo un’idea. Non ne avevo mai parlato con mio fratello non potendo esprimere un solo pensiero che non fosse ascoltato e valutato da una media di dieci tra scienziati e medici.
Avevo elaborato un piano di fuga fantastico e lo avrei salvato come avrebbe fatto il miglior supereroe di sempre.
Arrivò il diciottesimo compleanno di Mattias. Io ero alto quasi due metri, la mia struttura era possente e le mie forze all’apice, ma mi mostravo sempre docile e accondiscendete e loro non sembravano preoccuparsi della mia mole. Mattias era gracile nonostante la ginnastica giornaliera e con l’aria sempre malaticcia nonostante i medici insistessero sul fatto che, clinicamente parlando, non avesse nulla di strano. Io sapevo cos’era. Era la sofferenza che si portava dietro. Non aveva reagito come me, lottando. Lui soffriva. Eravamo sempre insieme ma non potevamo confidarci.
Eravamo sempre in compagnia ma lui si sentiva solo e io non pensavo ad altro che alla fuga.
Arrivò il giorno prestabilito.
Ogni primo giorno del mese, venivamo portati in una stanza molto più spoglia e, soprattutto, non trasparente e non al centro di un laboratorio. Sapevamo che quello era il giorno delle pulizie. In uno dei periodici spostamenti, mi accorsi che alla fine del corridoio dove si trovava questa stanza “temporanea” brillava una porta bianca con il maniglione rosso: una uscita di emergenza.
Pensai che quello fosse un segno del destino.
Quanto mi sbagliavo.
Il giorno della fuga venimmo portati come sempre nella stanza e ci lasciarono con due degli scienziati che solitamente si occupavano della nostra istruzione. Quello che per noi era l’insegnante di chimica e fisica ci stava facendo aprire il libro a pagina diciannove mentre l’altro, quello che per noi era il professore di matematica, se ne stava seduto a leggere un’interminabile pila di fogli crittografati. Eravamo noi due di fronte a loro due.
Ricordo tutto come se fosse accaduto un attimo fa, quasi tutto.
Mi alzai in piedi di scatto e rovesciai il tavolo verso i due scienziati. All’interno della stanza non c’erano telecamere e l’unico modo di contattare l’esterno era uscire e gridare, visto che era una stanza insonorizzata. Il fattore sorpresa fu la mia arma migliore. Ancora sconvolti e inermi sotto il piano del tavolo, i due scienziati non si erano mossi e mi diedero l’opportunità di sferrare loro due cazzotti in pieno viso. Svennero entrambi.
Mio fratello mi disse «Ma che diavolo ti salta in mente?» e io gli risposi «Mettigli le mani ai lati del viso come ci hanno insegnato e prendi tutto quello che puoi, lasciamene solo un po’, abbiamo poco tempo».
Fu rapido. Entrambi “rubammo” praticamente tutto quello che c’era nei cervelli di quei due, ignari della presenza di cellule maligne delle quali avremmo preso le informazioni.
Quando uscimmo dalla stanza constatammo che non c’era nessuno nel corridoio e quindi corremmo verso la porta con la scritta luminosa appesa sopra.
Vedemmo la luce.
Sembrava quasi un sogno ritornare a vedere il sole. Faceva male agli occhi. Quando lo sguardo si abituò, capimmo che non si trattava di quel disco fiammeggiante che ricordavamo da piccoli. Erano i fari esterni del piazzale dove erano parcheggiate le auto dei dipendenti del laboratorio. Il cielo non si vedeva. I fari erano talmente forti da creare una luce abbagliante tanto da non vedere cosa ci fosse al di sopra delle lampadine allo xeno. Erano a migliaia, uno vicino all’altro, a formare un reticolo infinito.
Dissi a mio fratello che dovevamo prendere un’auto e lui mi disse «Ma non sai guidare Thomas, rientriamo…» e lo bloccai subito dicendogli «Matti, non scherzare, è la nostra unica chance e poi quello di matematica sapeva manovrare un’auto, vediamo se ho preso tutte le sue nozioni di guida».
Le auto erano tutte aperte e con le chiavi all’interno. Lo scoprì Mattias leggendo un cartello ad una parete. L’Armata Sicurezza sosteneva a grandi lettere che le auto dovevano essere lasciate aperte per i controlli di routine.
Scelsi il modello più vecchio che trovai, una Duemilaventuno. Era una di quelle che si accendevano con un pulsante purchè la chiave fosse nell’abitacolo o nella tasca del conducente. Le altre avevano tutte o quasi il riconoscimento delle impronte digitali.
All’interno trovammo il badge per aprire il cancello. Era fatta.
Misi in moto e ricercai nella mente le nozioni di Tom. Era più facile del previsto. Ormai erano mie. Il cancello era lì, a non più di cinquecento metri quando le sirene cominciarono a urlare con un ululato infernale. Le luci si spensero. Tutte. Avevano tolto la corrente. Non potevamo più uscire.
I fari dell’auto mi mostrarono quello che non avrei mai voluto vedere. Dietro al cancello, nel buio più assoluto, vidi i loro volti.  Ricordo bene mio fratello che prese le mie mani e le mise ai lati della sua testa e mi pregò di prendere tutto. Puoi regolarti se sei in una condizione di calma e concentrazione ma in quella situazione era impossibile. Lo prosciugai, quasi del tutto, prima che mi staccasse lui le mani di forza dalla sua testa.
Mattias scese dall’auto e, dondolando come un ubriaco, andò in direzione del sistema di controllo elettronico del cancello. Quel furbo sapeva come sbloccarlo e aveva nascosto bene l’informazione presa da uno dei due scienziati prima che gli togliessi anche quella.
Quello che è successo dopo è tutto confuso. Un orribile gioco di luci e ombre. So solo che è da quel giorno che scappo e che quel giorno ho lasciato che mio fratello in pasto a quelli. L’ho lasciato in mezzo ai senza sonno. Erano i primi di una lunga serie.
Prego chi troverà questo foglio stropicciato, pieno di errori e gocce di non so che cosa, di avere pietà della mia anima se mai ne esista una. Non ho salvato mio fratello, è lui che ha salvato me. Cerco di rendergli onore salvando quelli come noi. Ma ora sono stanco. Troppo ho visto e troppo conosco. Devo riposare.

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