LA CICATRICE NELLA QUERCIA

Racconto in concorso

LA CICATRICE NELLA QUERCIA

Di Veronica Verri

In quel mondo esistevano luoghi dove la disperazione faceva il nido, la solitudine s’acquattava per celarsi da altre miserie peggiori e il dolore assumeva forme diverse per il giorno e per la notte.
Uno di questi luoghi era uno spazio inondato di fanghiglia, sotto una volta infestata da nubi grigiastre che talvolta si sfaldavano per lasciar uscire il cielo. Un luogo cinto dal cordone montagnoso del Caucaso, le cui forme in certi momenti sembravano avanzare nella foschia, tal altre ritrarsi, altre ancora disfarsi sotto piogge che se ne infischiavano del ciclo delle stagioni e duravano mesi interi, sostitute di periodi di siccità.
I terreni vegliati dalle montagne erano divenuti sterili con l’andar dell’inquinamento: gli oleodotti lacrimavano greggio nel sottosuolo, mentre gli uomini combattevano in superficie una guerra che aveva cambiato tanti nomi quanti i vessilli sotto cui si muoveva. Ciò che restava di acque primitive erano fiumi contorti, lunghe paludi immobili e polle nere che infradiciavano il terreno.
Gli alberi che avevano contribuito alla definizione naturalistica del luogo – querce, faggi, carpini, platani – esistevano isolati in assembramenti, come nuclei famigliari decimati da una vecchia rivoluzione che aveva richiesto legname pregiato e assediati da due guerre importanti, rivolte minori e fuoco.
Un incendio aveva disboscato la zona, lasciando un unico albero su un tavolato di chilometri. Stava lì da cent’anni, una quercia dell’età di mezzo, non così giovane da essere rachitica e non abbastanza vecchia da fregiarsi di una leggenda.
Da anni non produceva più le caratteristiche foglie a lamina lobata e nervatura pennata, né i fiori maschili riuniti e penduli, né quelli femminili solitari: di conseguenza, nemmeno la speranza delle ghiande.
I rami, però, non erano nudi. Erano vestiti della marcescenza. Sembrava che la quercia tenesse molto ai suoi resti accartocciati, rossastri e fragili, che il vento depredava, e allora si udiva un lamento forte nel nulla, peggiore dell’ululare bestiale della stessa aria.
Si diceva che la quercia fosse sopravvissuta perché le radici avevano bevuto il sangue, che l’aveva raggiunta in rigagnoli, e filtrato i nutrimenti che la terra non riusciva a elargire, dura e morta com’era.
Con dignità e perseveranza la quercia sopportava la pioggia, la neve, il sole d’altitudine, quando si degnava d’uscire, e il passaggio dei soldati a piedi o a bordo di carrarmati, mezzi di ricognizione e biciclette rubate a contadini chini a domandare ai campi un po’ di grazia.
Ma da molto tempo non godeva più delle visite degli uccelli – come la balia nera, adusa a costruire il nido nei buchi dei fusti – né della compagnia dei tartufi.
In un mesto giorno di fine autunno, mentre la quercia preparava l’ennesima difesa alle mitragliate d’un inverno niente affatto clemente, qualcuno andò a farle visita. Si fermò vicino, diversamente da ciò che succedeva con i pochi uomini rimasti, che la guardavano da lontano, distratti, pensando fosse morta e non avesse nulla da comunicare.
Era uno spirito della forza, giunto a cavallo del vento nero. Lo spirito si sedette sui rami, ne saggiò la forza e chiese, dopo che ebbe osservato a lungo la quercia nella sua interezza: «Ho notato, albero, che la corteccia è stata attaccata da un cancro. Deve trattarsi della Morte Improvvisa. Comprendo la tristezza, fra poche settimane la tua anima lascerà l’involucro di legno e linfa.»
La quercia rispose: «Ti sbagli, spirito errante. Sono anni che porto la cicatrice che ti ha incuriosito. Non è la malattia comune alla mia specie, né l’attacco del fungo dal nome spaventoso che non oso pronunciare. Non è opera dello scarabeo del legno. Non è la putrefazione delle radici, che scava dal profondo e si rende manifesta quando la tempesta ci getta al suolo. Come vedi, sui rami non c’è traccia delle escrescenze maligne della forma di mela, che contengono il veleno iniettato dalle larve per costruire le culle ai propri figli.»
«Quindi che ti è successo, albero? Perché continui a esistere a metà? Passo spesso da queste parti e non ti ho mai visto fiorire e fruttificare. Non ti vesti per l’estate, non ti spogli per l’inverno, non canti col vento. Non hai più l’ombra maestosa e utile agli uccelli e al terreno. Le montagne ti premono e ti irridono.»
«Ti sbagli. Le montagne sono ancora scioccate dall’orrore, mute quanto me, per prendersi la briga di vilipendermi. Siccome avverto che la tua curiosità non è nociva, ti svelerò il segreto. È stato il fuoco a procurarmi la cicatrice, quando tentò di divorarmi. Accadde nel mezzo della guerra. I soldati passarono di qui e usarono la fiamma per vuotare il villaggio, per spegnere le velleità del nemico. Il fuoco mangiò metri di terreno, attingeva alle sostanze che fuoriescono dal sottosuolo, e distrusse l’erba. L’erba allungò i suoi ciuffi di mani ai nostri piedi con la fiamma a salire, circondare e guizzare. Io, allora, esistevo sul lembo esterno di una foresta. La foresta intera, dall’orlo alla profondità, come un vestito verde su cui è caduta una candela, arse spargendo il fuoco. Immagina, spirito. Io mi trovavo qui, come ora, con la foresta di fronte. Quando tutti gli alberi si furono consumati fra il fumo appestante, toccò a me. Il fuoco mi s’appiccicò addosso dopo un salto nel vuoto, e mi diede un morso dove c’è la cicatrice.»
«Fu così che la morte tentò di prenderti?»
«Fu così che morì la mia prima forma.» La quercia tacque e lo spirito contemplò la scarificazione della forma di sole che l’albero mostrava sul fusto.
«Passarono altri soldati con addosso altre divise, stipati sopra un automezzo scoperto. Sentii le gomme gonfie colpire il terreno secco e fumante, fermarsi, e uno di quegli uomini urlare, scendere, gesticolare, tornare indietro, prendere una coperta, soffocare il fuoco con spinte e bestemmie, riuscirci, guardare fra i rami, ridere dietro il bavaglio nero che gli circondava la bocca, bofonchiare: «Il nostro simbolo di virilità è salvo!», darmi una pacca benevola, incidere l’iniziale con un coltello sulla corteccia, salutarmi, tornare dagli schiamazzi, risalire e andarsene in direzione delle montagne per il sentiero coperto di cenere e resti. Da allora sono rimasto qui, non del tutto morto e con la cicatrice. È quello che voglio.»
«Sei l’unica cosa quasi viva dei dintorni. Mi domando come abbia fatto la solitudine a non far fuggire la tua anima.» Lo spirito si tese verso il basso e accarezzò il fusto per intero. «C’è qualcosa che desidereresti, ora, se io potessi dartela?»
«Vorrei potermi vestire con una cupola di foglie e schermare i miei rami vizzi, accogliere di nuovo qualcuno di vivo. Ma sono ben conscio che, senza attrattive e mutilato, è una richiesta irrealizzabile.»
Lo spirito discese e toccò terra. Stando eretto accanto alla quercia, promise: «Tornerò a primavera con un grande dono.»
Se ne andò come tempo addietro si era allontanato il soldato, in groppa al vento nero, osservando l’albero farsi piccolo nella distanza e infine sparire, schermato dai monti e dalla prima delle città.

La primavera successiva, la quercia era là ad attendere, un relitto che non aveva mutato aspetto, quando comparve la prima di un mucchio di farfalle.
La capofila, che aveva preso per sé l’arancione degli agrumi americani e il nero di certi pozzi, si chiamava Monarca e guidava le truppe dei lepidotteri. Notò l’albero e vi si posò sopra.
Dopo qualche minuto arrivò un’altra farfalla, differente in forma e colore. Poi un’altra, e un’altra e un’altra, in un flusso ininterrotto. Fra loro, c’erano anche falene. Provenivano da tutto il mondo conosciuto, dalle punte della rosa dei venti. Si appoggiavano esauste ai rami, appesantendoli, e alla marcescenza, con le ali serrate.
Una diaspora che continuò a convergere finché la quercia si accorse che non c’era neppure un piccolo spazio dove un’altra farfalla o falena avrebbe potuto sistemarsi.
I lepidotteri stavano accalcati in un’allucinazione di colori, un’eufonia visiva nel silenzio greve dei dintorni. Le farfalle ritardatarie dovettero appendersi al fusto, e un’impavida osò stazionare nei pressi della cicatrice.
Quando l’esodo fu terminato, dalla volta celeste – della solita tonalità senza peso, un grosso cielo bianco d’aprile – scese lo spirito. Si sedette sulle radici della quercia, che domandò ragione dell’assalto.
«È il tuo desiderio.»
A un cenno dello spirito, le ali di tutte le farfalle e falene si aprirono e si distesero. Il rumore che produssero fu un risucchio d’aria soffocato, lo stesso dell’apertura di un ombrello.
La quercia riebbe le sue fronde, che non erano foglie ma centinaia di ali di farfalle e falene di colori diversi che muovevano le ali.
Fu uno degli uomini, che sporadicamente passavano ancora per quel terreno, che notò il cambiamento nella quercia. Si fermò a osservarla, la raggiunse, toccò la cicatrice e si meravigliò.
La notizia di una bellezza ricostituita, unita al miracolo di una vista strabiliante, si diffuse nei dintorni, espandendosi poi alle città. Da quel giorno molte persone cominciarono a giungere dal Paese per osservare la quercia.
Un’estate, fra loro tornò il soldato che aveva soffocato il fuoco.
«Sei riuscito a sopravvivere» disse, percorrendo con la mano la cicatrice. «Sei riuscito a richiamare a te la meraviglia.» Il soldato levò la camicia dell’uniforme e mostrò la sua ferita, che dal ventre saliva e si ramificava, un albero di orrori.  «Siamo uguali.»
Il soldato promise alla quercia di tornare ogni anno, le disse che erano legati alla stessa stregua di chi salva una vita e con essa la possibilità di un futuro. Giurò che avrebbe risanato il terreno e portato dei semi.
La quercia con la cicatrice rimase in quel luogo anche dopo che gli uomini ricostituirono la foresta. Continuò a vegliare per anni i giovani alberi che le crescevano accanto, ringraziando lo spirito e le farfalle e le falene che ogni primavera tornavano a vestirla in un tripudio di resurrezione.

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