L’ARALDO

Racconto in concorso

L’ARALDO

Di Daniela Palla

«Non prevedo nulla di buono» disse Black Labrador al Gatto Persiano che sospirò.
«Per secoli abbiamo atteso, invano, che cambiassero ma ciò non è avvenuto» pronunciò il Re di tutti gli animali.
«I loro dei, Denaro e Approfitto, li hanno resi schiavi e ciechi» prese la parola il Babbuino Gaudiano della Foresta. «I mari e le terre sono inquinati, foreste rase al suolo, pesticidi, plastica, agenti chimici, violenza, brutalità. Per quanto ancora dobbiamo aspettare? Agiamo adesso finché siamo in tempo. Hanno perso l’anima, hanno perso ogni sentimento, hanno perso tutto.» Un brusio si diffuse tra gli animali presenti alla riunione.
Black Labrador si fece coraggio «Non c’è soltanto male tra loro, c’è ancora magia».
Babbuino si voltò «È vero, ma quel poco di magia rimasta, può bastare? Io dico, agiamo, qui e subito!»
«Silenzio!» Ordinò il Re «Noi non siamo come loro» mormorii «che sia chiamato l’araldo!»
Un Codirosso si fece strada tra la folla «eccomi mio Signore».
«Volerai di giorno e di notte, cercherai la magia; quando tornerai, se avrai storie da raccontarci al riguardo, salverai l’umanità, altrimenti sarà la fine».
Il Codirosso si inchinò. Prima di spiccare il volo guardò gli occhi di Babbuino Guardiano della Foresta pieni di rancore e rabbia e quelli di Black Labrador, pieni di speranza e fiducia; poi aprì le ali e partì.

Codirosso, attraversò pianure e montagne, poi stanco dal tanto viaggiare, decise di riposare sul ramo di un grande faggio. La sua attenzione fu attirata da un gruppo di ragazzine che, all’ombra dell’albero, stavano litigando.
«Coraggio Elettra nido di topo, schiacciala!»
Cinque bambine avevano accerchiato una compagna dai lunghi capelli ribelli, tanto ribelli che parevano costantemente spettinati.
«Coraggio su, facci vedere cosa sai fare!» la canzonavano.
Elettra aveva le guance rosse di rabbia «Non lo farò mai!»
«Visto, che vi dicevo» gracchiò quella che sembrava essere la capobanda «ha paura! Elettra nido di topo è una fifona!» la schernì.
«Non sono fifona, è che non è giusto! Uccidere un essere innocente tanto per fare!» Volse lo sguardo a una piccola chiocciola vicino a lei che, ignara del suo destino, muoveva le antenne.
«Lo sapevo» continuò la capobanda «non sei capace di fare niente, sei una nullità! È solo una stupida chiocciola; non farai mai parte del nostro gruppo».
«E chi se ne importa! Siete solo delle galline starnazzanti!»
Si avvicinò a Elettra con le mani sui fianchi «Come ci hai chiamate?» e senza indugio sollevò la gamba destra e schiacciò la chiocciola. Crock.
«Visto come si fa! Addio fifona, nido di topo!»
Elettra si mise in ginocchio, con le mani raccolse quello che rimaneva del piccolo animale. “Non è giusto”.
Le altre se ne andarono, una ragazzina esitò e le disse sottovoce «Mi dispiace».
Elettra si portò le mani vicino al viso, piangeva. Le lacrime bagnavano il povero corpicino senza vita, intanto, sussurrava parole come una litania. All’improvviso si sprigionò una forte luce bianca dalle mani della bimba; Elettra alzò lo sguardo e terminò la sua litania.
«Sei libera, amica mia» disse posando la chiocciola vicino al tronco; questa, come nulla fosse, iniziò lentamente un nuovo, bavoso, cammino.
Elettra felice, saltellò via.

Codirosso riprese il viaggio. Volò di giorno e di notte. Vide foreste in fiamme e animali in gabbia. Si fermò in una città, sul tetto di una vecchia casa.
«Sei un incapace come tuo padre! I tuoi voti fanno schifo, ti azzuffi con i compagni, ti ostini a stare zitto! Lo so io cosa sei tu: un attaccabrighe, un ragazzaccio, un buono a nulla proprio come quel disgraziato di tuo padre! Ma se…»
Samir si chiuse alle spalle la porta di casa, si tirò su il cappuccio della felpa e si avviò verso la scuola. Attorno a lui una città grigia come la sua casa, come le parole della madre; come lo smog; come i completi delle persone che attente ai loro smartphone, marciavano di fretta in ufficio; grigia come i suv che sfrecciavano incuranti dei pedoni; grigia come i discorsi dei suoi compagni, vuoti e privi di sentimenti o come la scuola che ingabbiava l’immaginazione dei ragazzi impedendogli di volare.
Attraversò le strisce pedonali e lo vide: intrappolato in uno squarcio nell’asfalto vicino al marciapiede, un fiorellino giallo.
«Guardate, quello stupido di Samir si è imbambolato in mezzo alla strada!»
«Samir, Samir? Vuoi che ti prendiamo per mano e ti accompagniamo dalla mammina?» lo deridevano.
Ma il ragazzo non li ascoltava, non questa volta; in cuor suo aveva già deciso.
Suonò la campanella, tutti entrarono in classe ma Samir no. Si diresse verso il fiore, si tolse lo zaino dalle spalle e lo svuotò dei libri poi, con l’aiuto di una penna, scavò le radici della pianta e lo nascose delicatamente nello zainetto.
Corse alla stazione e prese un treno.
Il grigio piano piano si trasformò in verde e il caos cittadino, nella quiete della campagna. Samir scese e si diresse verso un bosco. Arrivato a una radura, gettò la felpa a terra e respirò l’aria intrisa dell’odore del sottobosco. Si avvicinò a una grande quercia, aprì lo zaino e tirò fuori la piantina; con la stessa penna che aveva usato prima, iniziò a scavare una buca e vi piantò il fiore. Gli si mise davanti come per pregare, la testa poggiata vicino allo stelo, dalla sua bocca uscirono le note di una canzone che parlava di luce e amore. Samir si tolse il cappuccio della felpa e sorrise «ora sei al sicuro, amico mio» disse al fiore.
Lo stelo del fiore giallo si drizzò e dalla sua corolla si sprigionò una polvere brillante che si sparse per tutta la radura vicino alla quercia.
«Buongiorno ragazzo» disse un cacciatore. Samir non rispose, velocemente indossò la felpa, si tirò su il cappuccio, radunò le sue cose e si avviò in silenzio, verso la stazione.
«Sbandato!» Disse sottovoce l’uomo ma poi, voltandosi verso il bosco rimase meravigliato: una distesa di rigogliosi fiori gialli ricopriva il prato come fosse primavera ed era soltanto autunno.

Codirosso saltellò in mezzo ai fiori gialli, si riempì di polline, poi spiccò il volo. Viaggiò lontano attraversò cortine di fumi tossici e grandi macchie di petrolio finché stanco, planò e si fermò su una collina ventosa.
Dorotea correva felice con la sua amica Lucilla. Correvano spensierate, d’un tratto si fermarono e a braccia aperte, si misero ad ascoltare il vento.
«Se non ti metti un cappello, prenderai il raffreddore» disse l’anziano Signor Martino che passava di lì.
«Mi scalda il sole, non occorre» rispose Dorotea.
«Fa come ti pare» e con la sua andatura claudicante sparì.
Le due bambine si guardarono negli occhi e incominciarono a ridere.
«Dorotea! Vieni! Dobbiamo andare!»
«Devo andare, mi chiama mamma» mise il broncio.
«Vai, ci vediamo domani, sempre qui!» La rassicurò Lucilla.
Dorotea le sorrise e poi corse dalla madre.
«Non mi piace che tu giochi sempre da sola» la sgridò la mamma.
«Non ero sola!»
«Già, c’era il vento!» la riprese «Ora vieni, facciamo merenda».
«Mamma» le chiese prendendola per mano «quando è morto il Signor Martino?»
«Mi pare già da tre anni, ma perché?»
«Niente, così» alzò le spalle.
La mamma le fece una carezza.

Codirosso saltellò un po’ qui e un po’ qua, ma scorgendo un gatto avvicinarsi quatto quatto, si mise ancora una volta in viaggio. Volò trasportato dal vento finché non decise di fermarsi nei pressi di un ponte.
«Maledetta cagna, avrei dovuto liberarmene già da tempo».
Adam e suo padre si erano rifugiati sotto un viadotto per ripararsi dalla pioggia. Poveri e senza casa, vivevano alla giornata, cercando di racimolare qualche spicciolo elemosinando. Adam accarezzava la cagnolina che aveva appena partorito tre minuscoli cuccioli.
«Spostati!» gli ordinò il padre strappando alla cagna le tre bestiole. Adam non parlava, non parlava mai; guardava in silenzio.
Il padre prese uno straccio e li soffocò, prese poi un sacchetto di plastica, ci mise i corpicini dentro, lo richiuse e lo gettò nel fiume.
«E non mi guardare così, sei abbastanza grande per capire; non abbiamo soldi per mangiare, come potremmo tenere quattro cani?» Guardando la cagnolina che piangeva continuò «Dovremmo sbarazzarci anche di lei».
Prese la sua chitarra e se ne andò. Appena fu abbastanza lontano, Adam si spogliò e si tuffò nel fiume; nuotò con tutte le forze che aveva, fino a raggiungere il sacchetto galleggiante, lo addentò e ritornò al ponte. Faceva un gran freddo ma non gli importava, strappò la plastica e prese in braccio i corpicini senza vita dei cuccioli. La cagnolina corse a leccarli disperata.
«Non ti preoccupare Stellina».
Mise i cuccioli nel suo giaccone, si inginocchiò, inspirò profondamente e, adagiando delicatamente le mani sui corpicini, chiuse gli occhi e iniziò a pregare fino a che dai palmi delle mani si sprigionò una calda luce che entrava nei corpi degli animaletti. Intanto il cielo diventava azzurro, azzurro come gli occhi di Adam. Stellina lo guardava ansiosa, era come se il corpo del ragazzo fosse attraversato da elettricità che si riversava nei suoi figli. Non capiva ciò che diceva ma sperava.
Dopo qualche minuto che parve un’eternità, i cuccioli rianimati, guairono e Stellina corse ad allattarli.
Adam si rivestì, preparò il suo zaino con le poche cose che aveva, svuotò lo scatolone in cui il padre aveva raccolto vecchi inutili oggetti di ferro, ci mise dentro un maglione e i cuccioli.
«Andiamo Stellina, siamo abbastanza grandi da cavarcela da soli.» La cagnolina contenta lo seguì scodinzolando.

Codirosso aveva visto tante cose. Non sapeva che pensare riguardo allo strano animale definito “uomo”; portava dentro di sé l’ambiguità: la luce e l’ombra, l’amore e il dolore, l’inerzia e la magia…
Infine, decise il da farsi, prese fiato, aprì il becco e «Ho fame».
Cominciò a beccare un tozzo di pane abbandonato prima di tornare dal suo Re.

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