LE LUCI DI EBURNEA

Racconto in concorso

LE LUCI DI EBURNEA

Di Alessandro Del Gaudio

La chiamata arrivò due minuti dopo che le luci si erano spente.
All’inizio Erwin Biggle pensò che il blackout fosse circoscritto al loro appartamento, ma uscendo sulle scale era stato accolto dalla totale oscurità, e anche nel viale sotto casa i lampioni erano spenti. Insieme alla luce sembrava essersi dileguato qualsiasi rumore, ma solo perché le strade ad alta percorrenza erano distanti e non poteva udire il frastuono di clacson degli automobilisti imbestialiti bloccati in mezzo al corso.
Quando il telefono squillò, l’uomo – un serafico, taciturno tecnico della Società dell’Illuminazione Pubblica – mugugnò preoccupato. Ci siamo, pensò. Addio alla festa di compleanno di Gershwin.
Poteva immaginare l’espressione di sua moglie, seduta al tavolo mentre aspettava con il calice in mano che lui le servisse lo spumante. Sentiva il suo disappunto, mentre sospirava e tra sé e sé pensava rassegnata che neanche la sera della festa del loro bambino l’avevano lasciato in pace. E, senza saper spiegare come, gli parve di scorgere nel buio i grandi occhi di Gershwin che non smettevano di fissarlo.
Poche parole e riattaccò. Era deciso. Sarebbe dovuto scendere nella centrale sotterranea che alimentava l’intera Eburnea.
Mentre preparava l’attrezzatura desiderò ardentemente che arrivasse un contrordine, ma non accadde. Sconsolato raggiunse il giardino e spalancò il boccaporto da cui si sarebbe calato nelle profondità del suolo. Come ogni tecnico, la sua abitazione sorgeva a pochi metri da uno dei numerosi accessi alla centrale sotterranea.
Prima di inforcare la scala a pioli, accese la torcia elettrica fissata alla fronte e osservò i volti illuminati della sua famiglia, ferma sulla porta di casa.
“Torno subito”, promise loro. “Non mangiate tutta la torta, mi raccomando”.
Strizzò l’occhio a Gershwin, e un sorriso lieve incurvò le sue labbra sottili, fanciullesche.
Calarsi nel ventre della terra era un po’ come abbandonarsi all’oblio, una sensazione sgradevole a cui Erwin non si sarebbe mai abituato. Richiedeva una certa dose di fiducia e la dovuta preparazione, e non c’era niente di peggio che farlo senza avere il tempo di mettersi nella giusta predisposizione mentale.
Era quasi certo, data l’entità del guasto, che sarebbe dovuto scendere fino alla Camera 183, l’ultima, la più profonda, più di mezzo chilometro nel sottosuolo.
Come lo sapeva? Erwin era un vero veterano nel suo lavoro, il più anziano ed esperto in circolazione. E da che aveva memoria, in quasi cinquant’anni di onorata carriera, questa era la seconda volta che Eburnea restava completamente al buio così a lungo.
Ricordò che la prima volta aveva appena vent’anni e aveva accompagnato Rendy, il suo mentore, un uomo che amava il suo lavoro e non si lasciava facilmente impressionare da cosa si celava sotto la città. Eppure quando vide il collega più anziano emergere dalla perlustrazione, Erwin fu certo che fosse cambiato. Aveva poca voglia di parlare e alle sue domande su quale fosse stata la causa del blackout aveva risposto in modo evasivo. Era entrato armato del suo proverbiale senso dell’umorismo e ne era uscito visibilmente scosso. Non aveva mai più toccato l’argomento, né Rendy era più tornato sulla questione: era stato incaricato di far ripartire le luci di Eburnea e l’aveva fatto. Non aveva altro da aggiungere.
Che cosa aveva visto quel giorno nella Camera 183?
Erwin si morse un labbro maledicendo il caso: proprio quella sera doveva capitare… proprio a lui!
Nella speranza di sbagliarsi, Erwin controllò tutti gli impianti di sicurezza dal primo all’ultimo comparto. Li trovò tutti scollegati, e analizzando la loro intensità elettrica con l’amperometro notò che era troppo bassa perché potessero stabilizzarsi. Ad ogni piano l’uomo riposizionava i convettori e passava a quello successivo, sentendo la tensione aumentare man mano che si avvicinava all’ultimo, fatidico compartimento.
Per distrarsi, provò a pensare alla torta di Gershwin, al momento in cui il suo bambino di cinque anni avrebbe soffiato sulle candeline, al regalo che aspettava di consegnargli: un robot trasformabile superaccessoriato di ultima generazione. Aveva girato i negozi di giocattoli di mezza città per trovarlo.
Altro boccaporto, altra scala. Sul muro era segnalato il livello del comparto: -560. Non era mai sceso così sotto e, forse per effetto di una irritante suggestione, sentì sulle spalle il peso di tutti i suoi anni moltiplicato per dieci. Una corrente di aria fredda proveniva dal basso. La Camera 183 era una trentina di metri sotto i suoi piedi, l’equivalente di un palazzo di dieci piani. Meditò sul da farsi per secondi che parvero interminabili, poi prese coraggio. Ormai non poteva risalire e non aveva neanche senso tornare indietro. L’amperometro parlava chiaro, l’intensità di corrente era troppo bassa.
Si armò del poco coraggio di cui disponeva e affrontò l’ultimo tratto di scala, cercando di non guardare in alto. Il condotto attraverso cui passava la scala, illuminato dalle luci di emergenza, sembrava la canna di un ascensore che saliva verso l’infinito. Inspiegabilmente Erwin cominciò a sentire freddo e si chiese se non avesse scordato di indossare il maglione imbottito. Il rumore dei suoi passi sui pioli rimbombò come una sequenza di rintocchi in uno stanzone vuoto. La sensazione che lo afferrò allo stomaco non era nuova, assomigliava a ciò che provava quando il padre gli ordinava di scendere in cantina a prendere il vino, le domeniche sera. Lo faceva controvoglia, non amava andarci, le ombre sembravano lunghe e minacciose sotto le umide volte in cui conservavano il nebbiolo.
Quando con la punta del piede toccò il pavimento, a meno di un metro dalla porta della 183, ogni rumore scomparve. Erwin aguzzò l’udito, avvicinando, chissà perché, l’orecchio alla porta di ferro arrugginito.
Cosa si aspettava di sentire?
Afferrò il grande maniglione con entrambe le mani, poi iniziò a ruotarlo fino a quando la serratura non si sbloccò. Infine tirò a sé la porta, che scivolò sui cardini con un acuto cigolio.
La Camera 183 era ampia non più di trenta metri quadri. Non era piccola, ma era incredibile come l’illuminazione in una città di mezzo milione di persone dipendesse dai dispositivi celati in quella stanza. Come un cuore che pulsava e mandava sangue al grande e perfetto organismo urbano che era Eburnea.
Si avventurò al suo interno e la luce della torcia da speleologo tremolò come per effetto di un’interferenza. Sembrava sul punto di spegnersi, ma resse e reagì, sprigionando un cono splendente simile a un riflettore acceso sul palcoscenico di un teatro. Il fascio luminoso si posizionò al centro, sul pavimento freddo e sconnesso, e quel che Erwin vide lo lasciò senza fiato. Era nudo, disteso, legato da catene di cavi con spinotti aguzzi piantati in tutto il corpo. Aveva sembianze umane, ma il sesso era incerto.
Erwin la squadrò abbastanza a lungo da non saper distinguere quanto di maschile e quanto di femminile ci fossero in quella creatura. Sulla schiena scivolavano ali trasparenti che cadevano sul pavimento come petali morti. I capelli, di una fredda tonalità argentata, giacevano al suolo incorniciando in una culla scomposta un viso bambinesco, con labbra minute, occhi enormi e la pelle di un candore sepolcrale.
Era un angelo, e al contempo qualcos’altro. Forse l’ultimo di una stirpe che dominava il mondo prima dell’avvento dell’uomo. Un dio decaduto e incatenato, utile solo ad alimentare Eburnea perché sfavillasse nella notte. E come lui chissà quanti altri erano segregati da qualche parte, prosciugati delle loro energie perché gli esseri umani potessero vivere nella bambagia.
L’angelo, o quel che era, lo stava guardando tra lembi di palpebre quasi chiuse, forse supplicandolo di mettere fine a quella atrocità. Non era ben chiaro che cosa si aspettasse che facesse. Ma ora sapeva perché Rendy non aveva voluto parlargli di ciò che era successo, quasi cinquant’anni prima. E aveva lasciato l’angelo lì, quando avrebbe potuto liberarlo, permettere che volasse via.
Ma così facendo, rifletté, che ne sarebbe stato di Eburnea? Come avrebbe potuto mantenersi, dove avrebbe attinto l’energia per illuminare le sue case, far muovere treni e tram, far funzionare terminali, telefoni, radio e tivù? Se avesse scelto di aiutare quel povero angelo, avrebbe consegnato la sua città a una notte senza fine.
Rendy aveva esitato, o magari non aveva mai avuto dubbi su cosa fosse giusto fare. Ma lui? Sarebbe stato capace di infliggere altra sofferenza, infilzando il corpo straziato di quella straordinaria creatura con spine acuminate come aghi, per succhiargli quel che restava della sua vita?
Erwin si inginocchiò vicino all’angelo e lo guardò. Le palpebre erano chiuse, ma poteva sentire il suo respiro.
Si avvicinò al generatore principale e tirò la leva nel senso opposto. L’energia cominciò a fluire nel corpo del prigioniero, e in alto, comparto per comparto, i salvavita scattarono. L’intera centrale piombò nell’oscurità e con essa l’intera città.
Ervin Biggle aveva fallito, questo avrebbero pensato, nella notte più lunga di Eburnea. Avrebbero mandato qualcuno al posto suo, ma non sarebbe riuscito a far ripartire la centrale, perché non ci sarebbe stato nessun angelo caduto ad alimentarla.
Sentii le ali da insetto frullare sulla schiena dell’essere metà uomo e metà donna, e una voce doppia, mista pronunciare il suo nome e ringraziarlo. Una voce candida, che non arrivava dalle labbra, ma dal cuore.
L’angelo spiccò il volo e salì lungo il condotto fino alla superficie. Da lì avrebbe guadagnato la sua libertà. E per un attimo Eburnea sarebbe stata abbacinata da una luce come mai ne aveva viste, e mai ne avrebbe ammirate ancora.
Erwin sorrise, immaginando cosa avrebbe pensato Gershwin contemplando quel volo straordinario, come di una stella cadente che, al contrario, schizza verso il cielo. Che giorno incredibile sarebbe stato quello del suo quinto compleanno, pensò ancora Erwin.

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