L’ULTIMA CONSOLAZIONE

Racconto in concorso

L’ULTIMA CONSOLAZIONE

Di Gabriella Olivieri e Sandra Becker

La Morte si annoia. Si annoia terribilmente. Sono già cinquanta minuti che nell’intero quadrante Sud Est di Roma, dal quinto municipio Prenestino-Centocelle fino alla Pontina, passando per l’Appio Tuscolano, non muore nessuno. Un fatto mai accaduto prima.
Certo, quando a Roma c’erano solo i due gemelli, una manciata di pecorai e poche decine di Sabine razziate, capitava spesso. A volte passavano interi giorni prima che qualcuno si decidesse a tirare le cuoia.
Ma da quando il mondo è diventato un formicaio e Roma una metropoli, tra delinquenza, inquinamento, incidenti stradali, violenze domestiche, infortuni sul lavoro e, naturalmente, le solite malattie, l’attività non si è mai fermata per più di qualche minuto.
Appoggia il mento sul pugno ossuto. Controlla ancora una volta il tablet: niente, nessun avviso e ormai siamo quasi all’ora.
E pensare che la sua zona è una delle più popolose della città eterna. Ciononostante, ancora nessuna chiamata, nessuna carcassa senza vita a cui carpire l’ultimo respiro, nessun cuore che si blocca all’improvviso, nessuna vena che allaga il cervello, neanche un misero infortunio domestico.
Per fortuna alle 19,17 in punto, tra le uscite La Rustica e Prenestina del Grande Raccordo Anulare, ci sarà da lavorare. Morte controlla il promemoria: due morti e tre feriti gravi, uno solo dei quali sopravvivrà. Un bel bottino, pensa. Certo, niente di che rispetto alle guerre che ci sono in giro per il mondo o al continente africano, sempre molto ambito dai colleghi, ma in un giorno come questo bisogna accontentarsi.
Si alza stiracchiandosi e se ne vola via verso il luogo della mattanza.

Il Destino, si sa, si diverte a cambiare le carte in tavola.
Per questa sera ha organizzato un gran bell’incidente: colpo di sonno all’autista del tir, quattro autovetture e un ciclomotore implicati, due morti, tre feriti gravi. Alle 19,17 sono tutti convocati: Fortuna, Disperazione, Disgrazia e naturalmente Morte.
Invece adesso ha cambiato idea, d’altronde si sa, il Destino è capriccioso. Lascerà scorrere quelle vite fino al prossimo ghiribizzo e il traffico placido del raccordo fino ai prossimi lavori in corso.
Morte non l’ha proprio digerita: il voltafaccia di Destino non gli va né su né giù. Quel mentecatto capriccioso sembra convinto di poter decidere su tutto e tutti, pure sulla Morte. Ma lei, si sa, è indomabile, ineluttabile e inevitabile e stavolta ha deciso di rendere pan per focaccia: al prossimo appuntamento sarà lei a non presentarsi!

Il padre è finalmente arrivato al capolinea. In fin di vita, moribondo, spacciato, agonizzante, pelle e ossa nel letto d’ospedale, incosciente, più di là che di qua. Però respira ancora.

Il figlio non può fare a meno di fissare il petto scheletrico del vecchio che ancora continua ad alzarsi e abbassarsi. È un’insopportabile agonia. Per il figlio, non per il padre, naturalmente. Sarebbe un gesto di compassione farla finita, pensa guardando il cuscino ai piedi del letto. Immagina di schiacciarlo sulla faccia del vecchio. Quanto ci vorrà? Non più di un minuto. Non opporrebbe resistenza, di sicuro pure lui si è stancato di questo tormento.
Invece il cuscino rimane premuto ben più di un minuto. Il vecchio all’inizio sussulta, poi rimane immobile ma lui ancora spinge.
Sono salvo, pensa. Vendo la casa e pago tutti i debiti e magari mi rimarrà qualcosa per tentare la fortuna. Prima o poi la sorte dovrà cambiare. Niente più minacce, botte, lividi e ossa rotte. Niente più paura. Sono salvo, pensa.
Un rumore leggero di passi dal corridoio. Di sicuro è in arrivo l’infermiera. Quella carina del turno di notte. Bene, giusto in tempo. Risistema il cuscino ai piedi del letto.
L’infermiera entra e sobbalza. Non si aspettava che ci fosse ancora qualcuno. Invece quell’uomo di mezza età, quasi un vecchio pure lui, non si stacca dal capezzale del padre. Ah l’amore, pensa commossa.
Si avvicina al letto, appoggia due dita sul polso del vecchio e guarda l’orologio. Poi mette la mano sulla spalla incurvata del figlio: «È stabile. Vada a casa che l’orario delle visite è finito da un bel po’».
La Morte sogghigna soddisfatta.

Stasera li ammazzo. Tutti e due devono mori’ ‘sti bastardi.
È poco più di un ragazzo ma la pistola, grazie al padre collezionista, la sa usare. E pure bene. Sale sul motorino e si avvia verso il locale. È notte, fa freddo e deve attraversare mezza città ma non gli importa niente: ha una missione da compiere. Andrà in galera, già lo sa, ma loro andranno al cimitero. Ne vale la pena.
Eccoli là, la puttana e il bastardo. Fino a un mese prima erano la sua ragazza e il suo migliore amico.
Si stanno infilando il casco. Li chiama ad alta voce, si girano. Lui ha lo sguardo infastidito, lei è sorpresa. Quando tira fuori la semi automatica invece, tutti e due sbarrano gli occhi.
«Che cazzo fai?» urla il ragazzo, ma la voce trema.
Non serve spiegare, mira al petto e preme il grilletto cinque volte di fila. Gli altri cinque proiettili sono riservati alla troia.
Lui cade in ginocchio, lei resta immobile come un animale ipnotizzato dai fari di un’automobile. Deve fare in fretta. Punta la pistola e spara.
Che follia, pensa la Morte, ammazzare qualcuno per un paio di corna che in pochi mesi sarebbero state dimenticate. Ma tant’è e non spetta a lei dare giudizi.
Quando ormai il cane della Beretta scatta a vuoto, il ragazzo abbassa le braccia, adesso vuole godersi lo spettacolo del sangue e della morte. Invece i due bastardi sono inginocchiati sul marciapiede che si abbracciano e piangono, ma non hanno neanche un graffio.
Che cazzo è successo? Pensa mentre già sente avvicinarsi le sirene.
La Morte si gira e sparisce nel buio. Destino, avvolto in uno sgargiante kimono di seta grezza, la segue in silenzio.

Superman è il più fico. È invincibile, superfortissimo e vola a velocità della luce!
«Voglio essere come lui!» grida Marco correndo con il pugnetto alzato verso il gatto Miao, «Voglio volare!»
Il bambino trascina con una certa fatica lo sgabello della cucina fino al balconcino. Ormai è grande e sa arrampicarsi su qualsiasi cosa. Sale in piedi sullo sgabello, poi gli basta fare un ultimo, piccolo passo per ritrovarsi in equilibrio sopra la ringhiera.
Certo che è alto lì, ma Superman non ha mai paura. Stende il braccino con il pugno chiuso e si piega sulle ginocchia pronto a spiccare il volo, quando una folata di vento arcobaleno lo spinge indietro facendolo caracollare al sicuro nel balcone.
I bambini, si sa, quando cadono si mettono a piangere e quelli di quattro anni, anche se sono vestiti da Superman, non fanno eccezione. La mamma accorre in aiuto e lo consola come solo lei può fare.
La Morte vola via. Destino e Vita la seguono in un turbinio di colori.

«Adesso è troppo» sbraita Destino. «Mica si può smettere di fare il proprio lavoro così, di punto in bianco!»
Morte, con fare indifferente, tira l’ennesima boccata. La brace della sigaretta illumina il vuoto.
«Destino ha ragione» incalza Vita. «Se continui a non far morire le persone, dovrò fermarmi anch’io.»
Questo è giusto, riflette Morte, l’equilibrio va rispettato.
«E io sono stanchissima» piagnucola Malattia, «Mi si stanno accumulando i malati terminali, se non te li porti più via.»
«Basta così» tronca Destino, «La situazione va risolta al più presto! Cosa vuoi per finire questo sciopero?»
Finalmente ci siamo. La Morte tira lontano il mozzicone e comincia a parlare.

Giancarlo Speranza chiude l’ennesima telefonata. Incredibile, pensa sistemandosi il nodo della cravatta, per un mese il lavoro è stato fermo, sembrava quasi che nessuno volesse più morire. Poi, tutto a un tratto, pare che tutti abbiano deciso di tirare le cuoia.
Mette il catalogo delle bare nella ventiquattr’ore e apre con il telecomando gli sportelli della macchina di servizio. Se continua così mi toccherà assumere qualcuno.

Il dottor Anselmi osserva il cadavere del ragazzo. L’ennesimo suicida che arriva dalle patrie galere pensa con compassione.
Ultimamente, dopo un periodo di calma piatta, le celle dell’obitorio si sono riempite a un ritmo incredibile. E poi, strano a dirsi, pure questo ha un bel sorriso stampato sul volto cereo. Proprio come il vecchio dell’altro giorno, riflette, ammazzato di botte dagli scagnozzi di un usuraio. E, del resto come quei quattro di ieri l’altro, morti tra le lamiere sul raccordo. Insomma un po’ come tutti i cadaveri dell’ultimo periodo.
«Che poi, cos’avranno tutti da essere contenti di morire?» si chiede ad alta voce infilandosi i guanti di lattice.

L’uomo si sta lentamente spegnendo. Intorno al capezzale il fratello, i nipoti e la fedele perpetua aspettano silenziosi, inconsapevolmente assistiti da Tristezza e Disperazione.
In seconda fila si aggirano Malattia che da mesi accompagna il moribondo, Vita che sta per abbandonarlo, Fede che mormora una preghiera, Agonia che vuol essere lieve con quel buon prete.
Approfittando degli ultimi aneliti del sacerdote, Morte si prepara al momento da protagonista che si è conquistata scioperando per un mese.
Fa un passo avanti e si china sul moribondo pronta a impersonare l’ultimo pensiero, il volto più amato, il ricordo indelebile, insomma l’immagine suprema che accompagnerà l’anima nel suo viaggio finale e che scolpirà, anche su questo volto, la rivelazione di un sorriso.
Le piace questo nuovo approccio da Ultima Consolatrice e finalmente può divertirsi pure lei a scandagliare le profondità dell’animo umano da cui, si è resa conto, esce davvero un po’ di tutto.
E adesso è il turno di questo prete di periferia che, a prima vista, le sembra un tipo un po’ noioso. Del resto, riflette, quale potrà mai essere l’ultimo desiderio di un anziano uomo di chiesa?
Eppure, anche la Morte può rimanere stupita dall’essere umano, così, mentre carpisce l’estremo pensiero del moribondo, si gira verso Vita che ormai già si dilegua e chiede perplessa: «Dì un po’, ma tu la conosci una certa Edwige Fenech?»

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