L’ULTIMA LEGGENDA DEL PALADINO

Racconto in concorso

L’ULTIMA LEGGENDA DEL PALADINO

Di Alessia Francone

Era circondato da un oceano di nebbia. Camminava e camminava, ma non riusciva a orientarsi: la densa bruma biancastra non gli permetteva di distinguere alcun riferimento. Dov’era?
Ruggero Senzamacchia aggrottò la fronte, corrucciato. Era senz’altro un trucchetto dell’Arcimago, ci avrebbe scommesso l’armatura completa e pure il destriero. Quella canaglia!
A un tratto, una lama di luce squarciò la muraglia caliginosa, mentre la terra iniziava a fremere con un rombo cupo e prolungato. Il cavaliere perse l’equilibrio e cadde in mezzo a un piazzale lastricato.
Avvertire il calore del sole sul viso gli fu di conforto, ma c’era comunque qualcosa di strano. Passato il primo istante di stordimento, Ruggero si rialzò in piedi e contemplò sorpreso il proprio abbigliamento.
Che fine avevano fatto la sua corazza splendente e l’elmo col cimiero?
Dov’erano le ricche vesti da cavaliere?
E, soprattutto… Chi gli aveva sottratto la formidabile spada, con cui aveva sconfitto draghi, briganti e perfidi stregoni?
Ruggero Senzamacchia guardò sconsolato la tunica corta – non avrebbe saputo come altro definirla – e i pantaloni di tessuto spesso e ruvido che ora indossava. Così conciato, si sentiva ridicolo e inerme.
– Ehi, lei!
Ruggero sussultò e sollevò lo sguardo, rendendosi conto di non essere solo. Dal fondo del piazzale in cui era sbucato, un uomo abbigliato in modo ancora più stravagante di lui gli corse incontro, agitando una mano con aria ostile.
– Dico a lei! Com’è entrato? Ce l’ha il biglietto?
– Biglietto? – ripeté Ruggero, senza capire.
– Certo, il biglietto d’ingresso al castello. Voleva fare il furbo, eh? – insisté l’altro, severo – E dire che non è più un ragazzino!
Il cavaliere lo guardò, poi si voltò per esaminare meglio il luogo in cui si trovava. Ebbe un tuffo al cuore nel riconoscere le torri merlate e le mura inviolabili del suocastello. Dunque era a casa, ma allora come mai tutto gli sembrava estraneo?
– Mi… mi sono perduto. – balbettò, esitante.
Il guardiano sollevò un sopracciglio: – Venga, su. – esortò, tirandolo per il braccio – Per questa volta chiuderò un occhio, ma la prossima volta compri il biglietto. Intesi?
Ruggero si limitò ad annuire, stordito da quella situazione incomprensibile. L’uomo lo accompagnò oltre il grande portone che si apriva nelle mura, quindi se ne andò. Il cavaliere trasalì: davanti ai suoi occhi si estendeva una città di cui non poteva scorgere i confini. Palazzi altissimi e grigi emergevano da un intreccio di strade labirintico. In quella selva di edifici, uomini e strani veicoli si muovevano come creature di un immane formicaio.
Ciò che più lo turbò, però, fu il rumore. Il suo udito fu offeso da un insieme dissonante di suoni insistenti e rombi aggressivi. Spaventato, si ritrasse contro le mura del castello. Dove diavolo era?
– Ehi, bello, tutto bene? – lo chiamò una voce – Mi sembri un po’ giù di corda!
Il cavaliere alzò lo sguardo. Una giovane donna dai capelli rossi lo stava fissando con un misto di curiosità e impudenza. Era graziosa – d’altronde lui era un raffinato estimatore del gentil sesso – ma quell’aria baldanzosa lo disturbava molto. Oltretutto indossava abiti da uomo, non dissimili dai suoi, che il cavaliere trovava del tutto inadeguati a una signora.
– Ehilà, dico a te! Sei muto? – insisté la giovane – Oppure sei ubriaco?
– No di certo! – si indignò Ruggero – Io disdegno i torbidi fumi dell’ebbrezza, madamigella.
– Ma come parli? – si stupì la donna – Devi essere proprio fuori…
Così dicendo si allontanò, ridacchiando e scrollando le spalle.
Offeso da quell’atteggiamento, il cavaliere si avviò nella direzione opposta, nella speranza di trovare qualche indizio che gli permettesse di scoprire come tornare a casa. Percorse con cautela la via che scendeva dal castello verso la città, trovandosi ben presto circondato dagli edifici e da un traffico assai caotico. Più di una volta, nell’attraversare la strada, fu quasi investito da uno degli strani veicoli che la percorrevano; sembravano carrozze a quattro ruote, benché avessero una forma bizzarra e non fossero trainate da alcun animale. Ma non bastava: intorno a lui lampeggiavano luci colorate e spesso udiva anche musica o altri suoni misteriosi, frammisti all’immane trambusto causato dai mezzi in movimento.
Per Ruggero Senzamacchia non c’era dubbio: era finito in una dimensione piena zeppa di magia.
L’aspetto positivo era che nessuno badava a lui. Grazie al suo abbigliamento si dissimulava perfettamente tra la gente che, frettolosa, andava in ogni direzione o si fermava a osservare le mercanzie esotiche esposte da lussuose botteghe dietro ampie lastre di vetro.
Il cavaliere camminò e camminò, lasciandosi infine cadere su una panca nei pressi di un giardinetto che interrompeva lo squallido grigiume della città. Era sfinito e non aveva concluso nulla. La sua esplorazione non gli aveva fornito alcun elemento e, per quanto sforzasse la sua mente, non riusciva a capire dove fosse e come ci fosse arrivato. Del resto, lui era un guerriero, non un mago o uno studioso. Il pensiero teorico non era mai stato il suo forte.
Mentre valutava il da farsi, scorse un uomo anziano e dall’aria mite che percorreva lentamente il viale del parco. Un istante più tardi, da dietro un capanno sbucarono quattro tipi loschi, che accerchiarono il nuovo venuto e gli gridarono qualcosa. Non erano armati ed erano poco più che ragazzi, ma si dimostravano minacciosi e aggressivi. Il vecchio si guardò intorno intimorito.
– Fuori i soldi, nonno! – intimò uno dei quattro, agitando il pugno.
Ruggero decise di intervenire. Ovunque si trovasse, era pur sempre un paladino senza macchia e senza paura, votato a difendere i deboli e a punire i prepotenti. Si avviò speditamente verso il gruppetto, gridando: – Vili ribaldi! Vi sembra onorevole assalire un vegliardo inerme? Affrontate me, gaglioffi, se ne avete l’ardire!
I quattro teppistelli si voltarono, sbalorditi. Non si erano aspettati che qualcuno venisse a disturbare la loro azione criminosa; l’uomo che si trovavano davanti, inoltre, era alto, forte e tremendamente sicuro di sé. Ci volle loro solo un minuto per decidere il da farsi.
– Gambe, ragazzi, o stavolta le prendiamo noi! – stabilì il capobanda, e tutto il gruppetto si disperse fra le viuzze del parco.
– Pavidi manigoldi! – sentenziò sdegnoso Ruggero. Si avvicinò a colui che aveva liberato da quella brutta situazione e gli chiese, affabile: – Tutto a posto, messere?
– Sì… sì. – rispose il vecchio, ancora troppo turbato per notare l’insolito modo di esprimersi del suo salvatore – Non so come ringraziarla, signor…
– Ruggero Senzamacchia, cavaliere di Sua Maestà il Re, per servirvi.
Così dicendo, l’uomo si inchinò cerimoniosamente.
– Ruggero Senzamacchia? Ma… è un personaggio leggendario! – balbettò l’anziano signore, esterrefatto.
Il cavaliere sollevò un sopracciglio con perplessità, poi sorrise.
– Mi fa piacere che la fama delle mie gesta sia giunta persino qui, in questo mondo stregato… A proposito, forse voi potete dirmi dove siamo? Temo che l’Arcimago, il mio acerrimo nemico, mi abbia giocato un brutto tiro.
Il suo interlocutore lo guardò sorpreso. Quell’uomo in jeans e maglietta dal linguaggio arcaico asseriva di essere Ruggero Senzamacchia, l’eroe di innumerevoli poemi cavallereschi, il paladino che, secondo le leggende popolari, un tempo aveva posseduto il castello che dominava la città, scacciando i briganti e proteggendo vedove e orfani con la sua spada lucente. Aveva incontrato un pazzo? Eppure, l’istinto gli suggeriva che il suo salvatore non mentiva; forse era tutto un sogno, e a lui piaceva sognare. Decise dunque di assecondare quella fantasia.
– Temo che sia complicato rispondervi, cavalier Ruggero. Siete a casa, ma in un’epoca diversa dalla vostra. – rispose – Non c’è più un re, il vostro castello è diventato un museo e, per dirla tutta, non ci sono più le dame e i cavalieri.
Senzamacchia lo fissò sgomento – Se è come dite, come farò a tornare a casa?
Il vecchio rifletté per un istante, poi fu colto da un’ispirazione improvvisa – Forse posso fare qualcosa per voi, anche per ringraziarvi di aver allontanato quei tipacci. Venite con me. A proposito, io mi chiamo Ennio.
– Onorato di conoscervi. – rispose Ruggero, seguendolo con un barlume di speranza: quel vegliardo aveva l’aria saggia. Che potesse davvero aiutarlo?
Raggiunsero in breve l’abitazione di Ennio, una casetta situata in fondo a una via secondaria. Appena entrati, il vecchio accese la luce, suscitando la sorpresa del cavaliere.
– Siete tutti maghi, in questo mondo? – domandò.
– No. – sorrise il suo ospite – Si chiama elettricità, non ha nulla di magico. Seguitemi nello studio.
Poco dopo entrarono in una stanza ricolma di libri; Ruggero non ne aveva mai visti tanti tutti insieme. Ennio si sedette a una scrivania ingombra di carte e quaderni.
– Sono uno scrittore. – spiegò, prendendo alcuni fogli bianchi e una penna, quindi si rivolse al cavaliere: – Volete raccontarmi la vostra storia da quando siete giunto qui? Scriverò un’avventura mai narrata finora del prode Ruggero Senzamacchia.
– Se credete… – replicò Ruggero, incerto – Dopo mi aiuterete a ritornare a casa?
– Lo sto già facendo, mio giovane amico. – rispose Ennio – Nessuna magia è più potente della parola scritta, il vostro Arcimago lo scoprirà. Raccontate, e lasciate a me il finale.
Il cavaliere annuì e cominciò a parlare, mentre l’inchiostro dava vita alle prime parole sul foglio di Ennio: Era circondato da un oceano di nebbia…
Ruggero Senzamacchia aprì gli occhi, ancora confuso dal sonno. Era nel suo caldo letto a baldacchino, nell’atmosfera familiare del suo castello; era a casa.
Il cavaliere sbatté le palpebre, quindi prese coscienza della realtà e scoppiò a ridere.
Che sogno incredibile, pensò.

Ennio concluse il suo racconto e sorrise.

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