NONCURANZA

Racconto in concorso

NONCURANZA

Di Ivan Ruggiero

Un pallido sole aleggiava sopra la collina sulla quale il giorno prima si erano accampati i due eserciti. Uno spicchio di sole iridescente filtrò nella tenda purpurea di Lucyo causandogli uno smottamento del sonno. Aprì gli occhi chiari prendendo rapidamente coscienza del mondo intorno a sé. “Ancora quel sogno”. Si drizzò sulla schiena, riflettendo. “Ho ucciso tutti. Tutti. Le mie mani erano lorde di sangue e la mia spada stava per spezzarsi dopo aver frantumato così tante ossa. Vago senza meta pestando i cadaveri dei miei compagni, della mia amata Brenda e del mio stesso re ma quando apro gli occhi…”
«Ancora quel sogno?» chiese Roid, richiudendo la tenda dietro di sé. Lucyo annuì tenendosi il volto tra le mani.
«Quando ritardi è sempre per quel motivo. Brenda lo sa?»
«No!» ruggì violento, fissando i suoi occhi sull’amico scudiero. «E non dovrà mai saperlo. I sogni di morte sono di cattivo auspicio prima di una guerra.»
Roid lo fissò intensamente. Senza dire nulla cominciò a porgergli la cotta di maglia e ad allacciargli gli schinieri mentre la indossava. Indeciso fino all’ultimo se porre la domanda alla fine cedette: «Che cosa sogni esattamente?»
«Sogno di annientare tutti, come un Berserker in furia. I loro colpi sono come proiettili di carta sulla mia pelle. Tante urla, odore di interiora bruciate. E poi un unico suono, come se provenisse dal cielo: “Mren-Dah”. Dopodiché rivolgo la lama al mio stesso re, che ho giurato di proteggere. E ai miei compagni d’arme.»
Roid parve riflettere. «Forse la voce dice “Bren-dah”? Ovvero “Brenda”?»
«È ciò che intendo scoprire. Forse i miei sogni sono connessi a lei. O forse è solo un antico Ragnarok che si ripete incessante. Quella voce… quella voce la sento sempre nella testa.»
«Mi duole davvero sentirtelo dire, però…»
Però, quel che Roid non aveva il coraggio di dire, Lucyo già lo sapeva. Del resto era il campione dell’Esercito Rosso. “Lucyo Spada Rossa”, la nomea che si era creato sconfiggendo numerosi nemici e intingendo la lama nel loro sangue. Si sistemò la fedele compagna – affilata come un rasoio – al fianco e uscì dalla tenda. A una distanza inferiore a un tiro di schioppo si scorgevano i suoi compagni, in attesa di onorare il grande campione. Il re stesso incrociò il suo sguardo e lo accolse con un sorriso caloroso come quello che rivolgeva sempre ai suoi stessi figli. Lucyo non aprì bocca, avanzò superando gli uomini dentro le loro armature scintillanti, i picchieri coscritti e gli ausiliari, gente barbara reclutata per un tozzo di pane ai confini dell’impero.
Davanti a lui, all’interno del cerchio ampio quanto un brigantino, si ergeva Kemil, il campione delle schiere avversarie: l’Esercito Blu. Il corpo come un tronco d’albero, le braccia spesse e villose come cinghiali, sormontate da due protezioni per spalle e avambracci di duro acciaio ornato da un nastro blu. Una mazza chiodata era adagiata sulla spalla destra accanto all’orecchio con ancora qualche macchia rossa. Si diceva che quell’uomo avesse decimato da solo l’avanguardia dell’Esercito Verde, il secondo nemico dell’Esercito Rosso, e grazie a lui erano riusciti a penetrare nella fortezza rapendo il re dei verdi e sua figlia Brenda, di cui Lucyo era segretamente innamorato. Non aveva mai rivelato quell’amore a nessuno all’infuori del suo scudiero Roid anche perché sapeva benissimo che avrebbero potuto usare quell’ostaggio contro di lui. Dietro Kemil l’esercito nemico, i Blu. Loro disponevano di arpioni, di cavalleria leggera e di un manipolo di mercenari, una squadra di assaltatori scelti che si faceva pagare lautamente ogni testa che tagliava per chi li assoldava. Le regole erano semplici: chi vince demolisce il morale degli avversari. Due uomini in procinto di macellarsi a vicenda solo per le mire espansionistiche dei propri regnanti. Scrutò il centro della formazione avversaria. Al di là, in un’ampia vallata, vide le tende blu in cui tenevano in ostaggio la sua amata. Lo sentiva, era lì. Kemil caricò il colpo avvicinandosi di soppiatto accanto a lui, risvegliandolo dal torpore dei propri pensieri. La mazza vibrò colpendo il terreno ma il possente torace dell’energumeno resse il contraccolpo con facilità. Lucyo estrasse la propria lama sferrando un fendente al fianco dell’avversario che prontamente piroettò allontanandosi. Kemil era forte ma lento, occorreva danzargli intorno per un po’ prima di stancarlo e di potergli staccare di netto la testa. Vibrò un secondo e un terzo colpo spaccando intere zolle di terreno che si schiantavano contro le rispettive armature quando l’arma veniva ritratta. In un frangente Lucyo chiuse gli occhi per ripararsi e venne calciato al petto. Oltre cento chili di ferro del solo piede di Kemil erano riusciti a togliergli il respiro e buttarlo a terra, sulla quale il nemico ora lo teneva fermo con il piede. Lucyo si dimenò come un’anguilla ma la presa era salda come un torchio. Pressato quel tanto che bastava a non farlo respirare vide la pesante mazza di ferro innestarsi in aria sopra la testa di Kemil, pronta a colpire. Così grossa da oscurare il sole come un’eclisse.
“Brenda, non potrò salvarti” fu il suo ultimo pensiero. Poi lo vide. Li vide. Sopra la testa del colosso aleggiava il suo nome vergato con caratteri di colore bianco. Una magia?
Il colpo venne lanciato dritto sulla testa di Lucyo che ebbe la prontezza necessaria a deviare il colpo con il braccio sinistro, ricevendo solo un’abrasione dovuta alla protezione ormai ritorta del suo avambraccio. Strinse con forza l’elsa della spada e colpì l’ascella scoperta del nemico. Quel punto debole che Kemil non aveva coperto bene per poter agitare più rapidamente l’arma e che ora Lucyo riusciva a vedere con molta più lucidità. Altri numeri comparvero insieme al nome del gigante: “ventiquattro su sessanta”. Lucyo non capiva che strana magia o alchimia potesse creare una cosa simile. Si chiese se anche gli altri potessero vederla. Quel che è certo è che un’ovazione percorse le fila del suo esercito, e un grido di terrore attraversò quello avversario. Kemil si teneva la ferita sanguinante ansimando, non più in grado di sollevare la pesante mazza chiodata con entrambe le mani. «Hai perso lo slancio, eh?» lo stuzzicò Lucyo, avvicinandosi. Un ultimo colpo sferrato di traverso cercò di coprire il gigante ma risultò vano, indebolito com’era. Lucyo con la precisione di un amanuense disegnò un filo rossastro sulla gola del nemico, il quale ebbe tempo solo qualche secondo prima di crollare a terra senza vita.
Squadrò l’Esercito Blu studiandone le reazioni e per la prima volta vide ciò che aveva visto anche addosso al campione appena abbattuto: nomi, numeri, qualifiche, armi utilizzate, punti deboli e, infine, il morale che ora mostrava una cifra significativamente più bassa di prima. Cosa stava succedendo ai suoi occhi? Al suo corpo? La testa gli cadde tra le mani, la spada si infisse nel terreno, solo Roid gli corse incontro per proteggerlo dalle cariche di cavalleria nemiche su cui si abbatterono i dardi perforanti dei tiratori Rossi.
Diretti verso la tenda di Brenda Lucyo e Roid correvano proteggendosi le spalle a vicenda dai colpi che provenivano dai cavalieri dei due schieramenti in lotta, dalle frecce e dalle schegge vaganti. Fu a quel punto che Lucyo la sentì. Quella voce che, come un coro celestiale, prendeva possesso della sua conoscenza. Non la voce dell’amata ma…
«Mren-Dah»
I suoi occhi si riempirono di cieco furore, la sua mano strinse l’elsa fino a sanguinare e sguainò la spada.
«Padron Lucyo? Tutto bene?» Non ebbe tempo di finire la frase, il colpo sferzò l’aria e gli troncò di netto la testa. La mente di Lucyo non era più lucida. Sul cadavere di Roid aleggiava solo un numero ormai opaco, uno zero. “Sei tu la strega che confonde la mia mente? Il tuo scopo era quello di farci massacrare tutti? Perché sogno tutte le notti questo infausto giorno, perché?!”
Lucyo infilzò al petto la prima guardia, troncò di netto la gamba alla seconda guardia prima di decapitarla. Scostò l’orlo in tessuto blu della tenda. Brenda, l’amata, giaceva sul letto da campo in mezzo a cinque guanciali. Di nuovo il cavaliere sentì quell’orribile litania: «Mren-Dah»

Sopra di lui, nel cielo infinito, una madre chiamava i suoi due figli. «Lucio! Michel! Avete sentito o siete sempre impegnati col vostro giochino elettronico? È ora della merenda, forza! Scendete!»
I due bimbi, mollando le tastiere con noncuranza, si alzarono dalle sedie e imboccarono il corridoio.
«Ma perché in questo stupido gioco non si può mettere in pausa? Poi finisce sempre che senza controlli i soldatini si azzuffano tra di loro.» Il fratello scrollò le spalle, pronto ad addentare la propria merendina.

Ad anni luce di distanza, immerso nei cadaveri e con le mani grondanti, così scivolose da non riuscire più a reggere la spada, Lucyo, un simulacro virtuale abbandonato a sé stesso lottava per riprendere il controllo. Il Ragnarok chiamato Mren-Dah era iniziato e aveva portato morte e sterminio su tutti loro, senza respiro e senza sosta. Era rimasto solo, di nuovo. Almeno fino alla prossima partita, almeno fino ai prossimi sogni rivelatori. Era il suo girone infernale, il suo peccato, il suo stigma. Seduto su una moltitudine di corpi baciò la testa mozzata che reggeva in grembo un’ultima volta mentre il silenzio assordante lo avvolgeva.

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