SE. SOLO.

Racconto in concorso

SE. SOLO.

Di Silvia Salvatore

Sono un fantasma.
O così mi hanno detto. Sinceramente non mi sento tale.
Non mi sento meno vero, mentre cammino tra le persone.
Perché vedete, alla fin fine, io parlo come loro. Amiamo le stesse battute. Soffriamo per identici motivi.
Se qualcuno ride, io rido con lui. Quando si dichiara, io sento il mio cuore battere a sua volta.
Ma alla fine dei conti, io non sono vero.
Non sono niente, mentre poggio la mia mano sulla spalla dell’uomo che ha detto qualcosa di divertente.
Non sono niente, mentre le mie dita scivolano attraverso il manico di alcune buste di plastica, trasportate da una signora anziana.
Né mentre provo ad afferrare una bambina che cade a terra.
Anche se alla fine piango con lei.
Ma se non sono niente. Perché esisto?
Continuo ad osservare le mie mani trasparenti che tremolano davanti ai miei occhi, il sole attraversa le mie dita evanescenti come farebbe con un vetro opaco, si vede appena, a tratti scompare, come me.
Se qualcuno mi chiedesse di esprimere un ultimo desiderio prima della morte eterna, sarebbe quello di diventare un essere umano.
E lo esprimo, quello che provo. Anche se nessuno può sentirmi. Anche se non c’è salvezza, alla dannazione eterna.
Anche se nessuno può credere alla sincerità delle mie parole. Che scompaiono, come me.
Siamo fragili esistenze in balia di eventi che non possiamo controllare. Non abbiamo voce in capitolo sulla vita, sulla sopravvivenza, e sulla morte.
Ma mi sembra perlomeno crudele. Il modo in cui esisto.
Evito un gruppo di bambini che corrono.
Avrò mai modo di morire?
Del plasma liquido mi scivola via da un occhio, cala lungo la mia guancia, cade a terra, dove si espande, poi svanisce.
Il mio corpo prende a tremare e sento un dolore atroce, fitte acute partono dall’interno delle mie cosce e si espandono lungo i fianchi, sino a risalire le mie spalle.
Mi piego in avanti, mentre le mie vertebre si piegano, si estendono, si raddrizzano.
Sono un uomo.
Lo capisco prima ancora di sentire il calore del mio corpo, prima ancora di avvertire il tocco delle mie dita che si scontrano per caso.
Sorrido.
Inizio a correre come se questo dono potesse essermi portato via da un momento all’altro, come se il mio benefattore potesse cambiare idea, da un momento all’altro.
E mi guardo indietro mentre scappo, come se qualcuno fosse davvero alle mie spalle.
Magari avrei potuto ringraziarlo.
La prima cosa che faccio, adesso che sono uomo, è mangiare.
Osservo una vetrina con desiderio ardente. Lo faccio finché il negoziante, impietosito, mi passa un corn dog. Quando lo assaggio le lacrime debordano naturalmente dagli occhi. È così buono che non riesco a resistere.
Qualcosa mi sta strusciando contro le gambe, abbasso lo sguardo, è un cane di piccola taglia, forse un cucciolo. È così denutrito che potrei contargli le ossa, dovrebbe essere triste, perché non ha niente, come non ne avevo io, invece scodinzola ed è felice, e tutto quello che fa è guaire in cerca di attenzioni, invitandomi a giocare con lui.
Sospiro guardando il mio corn dog ancora integro. Potrò sempre averne un altro, prima o poi.
Mi allontano, lasciandolo annusare sua nuova cena.
È la prima alba che vedo come un essere umano. La striscia arancione si apre davanti ai miei occhi ed io dondolo i miei piedi mentre mi tengo contro una ringhiera. Mi sporgo in avanti e mi getto all’indietro, mentre le mie mani giocano con il freddo del ferro. Si sta facendo tardi, e inizio ad avvertire la pelle d’oca sulla mia pelle, avverto il contrasto tra le mie gambe gelide e le braccia al caldo del mio cappotto e gioisco. È tanto che non mi sento così bene.
Prendo a camminare osservando le persone come consuetudine. Non sono abituato a ricevere degli sguardi di risposta, e quando arrivano, abbasso il mio, in imbarazzo.
Sono così distratto che urto contro qualcuno. Mi scuso automaticamente mentre alzo lo sguardo fugacemente, a disagio. Sto andando via, ma mi fermo.
Forse è qualcosa nel suo sguardo, quel viso timido che ricambia in modo umile le mie scuse. Forse è qualcosa nel suo corpo, così piccolo e fragile, completamente fradicio. Ma non riesco a rimanere indifferente.
Lei sta andando via, l’acqua che le cola lungo il corpo come una piccola cascata in movimento. Le deposito il mio soprabito sulle spalle, e in silenzio vado, prima che protesti.
Adesso non tremerà più, ne sono sicuro.
Non so bene cosa voglio fare, adesso che sono vivo, ma quando vedo delle scale che portano verso il basso, alla spiaggia, decido di prenderle.
Quando le dita dei miei piedi si immergono nella sabbia mi ritrovo a richiudere gli occhi, assaporando la sensazione di ruvido. Si può assaporare qualcosa che non si ha in bocca? Mentre i granelli di sabbia scivolano lungo la mia pelle, si infilano sotto i vestiti, io ne sento il sapore. Il sapore in quanto cose, l’essenza in quanto materia. Sono solo un piccolo essere di carne in un mondo vastissimo, ma rimarrà sempre qualcosa più piccolo di me.
E in certi casi qualcosa di più piccolo di me, è davvero grande. Come un sorriso.
Gioco con la sabbia come se fossi un bambino, vedo mio padre accanto a me, nei miei ricordi sta ridendo, e lo faccio anch’io, condivido con la rena quello che ero, finché il mio corpo di carne non si stanca ed io mi ritrovo in posizione supina. Le mie labbra sono curvate all’insù mentre osservo il cielo, le nuvole si spostano così velocemente che mi ricordano che il tempo non si è fermato.
Ho gli occhi aperti ed è giorno. Li richiudo. Quando li riapro, è già notte.
Sono così stanco che non voglio trovare le forze di muovermi. Ho il corpo intorpidito per il freddo, ancora aperto a forma di croce. Osservo il riflesso dei lampioni, e vedo attraverso questo la fila di alti pali illuminati che sono alle mie spalle.
«Palla», l’urlo segue il botto, come il tuono che anticipa il lampo. Qualcosa mi rotola contro una gamba ed alla fine mi ritrovo costretto a muovermi. Gli rilancio l’oggetto con un calcio e i bambini rimangono stupiti.
«Vuoi giocare con noi?», intravedo un dente mancante mentre parla. Mi guardo alle spalle per capire a chi si stia riferendo, ma non c’è nessuno lì, oltre me.
«Ma che sei un po’ scemo? Non dirmi che non sai giocare a palla?».
«Sai giocare a palla, vero?». Mi guardano, gli occhi grandi, pozzi di innocenza. Senza accorgermene annuisco.
Mi ritrovo in guerre che non vorrei combattere, ma in fondo è solo un’amichevole, e non se la prendono troppo con me, quando perdiamo.
Uno dei bambini cade e scoppia a piangere, mi unisco alla folla di consolazione che ne segue. Quando mi sporgo per capirne il problema, alla fine lo vedo, il tacchetto che si è staccato dal resto. Delle scarpe consumate che hanno resistito per tutto il tempo possibile, ma che alla fine, non ce l’hanno fatta.
Ogni cosa ha una fine, oltre che un inizio. È immutabile.
Le mie scarpe hanno altro ancora da fare. Le lascio a un nuovo futuro, mentre le mie gambe iniziano a muoversi ancora una volta.
Non l’avrei immaginato così, ritornare umano. È così bello poter mangiare di nuovo. Le cose sono fredde, dure, ruvide, calde, malleabili. Anche il cielo sembra appena diverso, con quel nuovo corpo. Ma forse è per il piacere di poter condividere ancora qualcosa di grande con qualcuno. Come un saluto.
I mattoni sono grandi e lisci, ma aderiscono meglio contro la pianta nuda dei piedi. Ho le mani in tasca e cammino senza meta, quando sento la musica capisco quale sarà la mia prossima destinazione.
C’è un palco, è montato all’interno di un grande parco e poco distante da un ammasso di alberi, ve n’è un altro formato di persone. Donne, bambini, uomini, si abbracciano, cantano, si muovono al suono della musica, come le fronde che ondeggiano al vento.
Inizio a muovermi come loro, mi muovo come loro e mi sento accettato, quando delle braccia si incrociano con le mie, quando un uomo canta viso a viso con me. Facciamo festa, e quello che provo, non si può ridurre alla parola felicità.
Sono seduto a terra. Dopo tutto quel movimento un calzino mi si è bucato e vedo il mio alluce sporgere, mi ricorda me stesso, affacciato in un mondo nel quale potevo essere un semplice spettatore.
Libero i miei piedi da quella prigione nera, lasciandoli all’aria.
Abbandono il verde e ritorno per strada. È presto, ma essendo sabato mattina ci sono già persone ad affollarla. I bambini più piccoli non sono obbligati ad andare a scuola, e la carreggiata è piena di piccole teste pelate.
Dove voglio andare ora? Mi guardo intorno in cerca di qualcosa di meraviglioso da scoprire.
E quindi lo vedo prima ancora che succeda.
Un palloncino che vola.
Dei piedini che si muovono.
Un padre intento a pulire le mani di un altro bambino, più o meno della stessa età.
La strada che si avvicina.
Sono lì prima ancora di poter pensare. Sento un rumore lontano e riesco appena a spingere il bambino.
La macchina colpisce il mio corpo a 100 km/h.
Sono un uomo.
O così mi hanno detto. Le persone con cui ho parlato. Quelle con cui ho riso. E quelle con le quali ho giocato.
Mentre smetto di esistere, riesco solo a pensare a come il mio desiderio si sia avverato.
Sono stato un essere umano per un giorno.
Poi a un tratto, non lo sono più stato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: